Susanna Trossero

scrittrice

Esperienze irripetibili

E poi ti capita tra le mani un vecchio libro di cui ignoravi l’esistenza e che tratta un argomento di cui non sapevi praticamente nulla. Un dono inaspettato. Cominci a leggere ed eccoti talmente avvinta da lasciarti rubare ore di sonno pur di sapere che cosa ti aspetta ad ogni pagina.

La parola fine arriva a notte fonda, e il sonno ancora tarda ad arrivare. Rifletti sulle mete fantasticate ogni volta che hai pensato a un viaggio, su quelle raggiunte e quelle che ancora stanno là ad aspettarti, e ti rendi conto che all’Etiopia no, non ci avevi mai pensato. Perché un po’ ti ha sempre fatto paura, dunque non ti sei soffermata su eventuali bellezze del territorio.

“Dall’Etiopia in poi” di Gino Pennacchi (Editrice Totem, 1992), mostra qualcosa di lucido e poco diplomatico, nessun tentativo di ingentilire, semplicemente verità, e questo ne fa un dono prezioso di cui senza esitazione raccontare ad altri. Un libro che parla di diversità ma evidenziando l’importanza del rispetto per la stessa. Di impegno e difesa dei diritti d’ogni uomo. Di comprensione per ogni cultura anche quando rasenta la chiusura e pone ostacoli a quello che – a volte erroneamente – definiamo progresso.

“Siamo noi i presuntuosi – dice la voce narrante – che pensiamo di saper sempre la verità”. Ma la nostra verità, insinua il libro, è limitata dall’incomprensione e da una visione che non prevede l’altro, le sue esigenze, il suo vivere senza i parametri degli schemi occidentali. Ho imparato molto, da questo libro che spinge sì alla conoscenza ma aiuta anche a giudicare accadimenti di cui si conosce solo la punta dell’iceberg.

Ambientazioni suggestive, il resoconto di fatti realmente accaduti, una importante testimonianza che ci mostra le minoranze etniche nella loro profondità, cultura, limiti e tradizioni. E mi piace tantissimo un augurio diretto ai giovani: è del protagonista, che prima dei suoi 22 mesi in Etiopia – ora drammatici ora bagaglio che arricchisce – si sentiva incompleto, privo di un vero scopo che lo conducesse verso la conoscenza di se stesso e degli altri, ma soprattutto verso una esperienza umana e culturale irripetibile.

L’augurio è “Se non fossi andato in Etiopia, oggi sarei probabilmente ancora in cerca di uno scopo nella mia vita. Auguro a ognuno di voi di trovare la sua Etiopia”.

No Comments »

Ancorati alla banchina del quotidiano

Ancorati alla banchina del quotidiano

Ci sono persone fuorvianti. Persone che danno un’immagine di se stesse tale da far credere ciò che non è. Persone comuni, banali, che indossano l’abito dell’essere superiore. Gli calza a pennello quando incappano in chi è dimentico del detto “L’abito non fa il monaco”, e vantando doti innate e intelligenza senza eguali, riescono a tenere a bada chi intelligente lo è davvero. Un modo subdolo e sottile di andare avanti e sostenere lo sguardo dei più autentici, di chi sa mostrarsi nudo, di chi non ama corazze né barriere e conosce il significato della parola umiltà, che nulla lede alla dignità. Come fanno? Un po’ di eloquio, finta riservatezza, una risposta a tutto.

Io ne ho incontrate alcune, e voi?

Ci vuole tempo, tempo e distanza, per capire. Capire che la loro cultura enciclopedica non è vita. Che le apparenti “idee chiare” sono pensiero d’altri rielaborato. Che ciò di cui sanno parlare è stato sapientemente costruito sul divano di casa, sfogliando volumi di un’enciclopedia. Ancorati eternamente alla banchina del quotidiano, parlano di luoghi meravigliosi senza averli mai visti. Sentenziano di culture differenti senza aver mai interagito con nessuno. Di dolore senza aver mai avuto il fegato di sostenerlo, magari tenendo la mano di qualcuno che se ne sta andando consumato da una malattia.

Parlano di viaggi ma faticano a superare la porta di casa perché viaggiare stanca, e le scoperte si possono fare anche grazie alla rete. D’arte, ma non hanno mai visitato un museo, né sono rimasti abbagliati da quei miracolosi raggi di luce che certi pittori hanno saputo riprodurre sulle tele esposte. Si fa una fila interminabile, per entrare in un museo…

Di musica, e non hanno mai avuto la fortuna di osservare qualcuno che la compone, di udire la magia di una nota che legandosi a quella successiva dà alla luce nuove melodie.

Criticano con supponenza scrittori capaci e non si sono mai cimentati in una narrazione che possieda un briciolo di dignità letteraria.

Giudicano film o registi, stroncandoli senza mai andare al cinema e temono il traffico, la sveglia al mattino, la fatica fisica.

Guardateli, vi prego, e non lasciatevi fuorviare da quella sicurezza che scade in arroganza, un vocabolario più ricco del vostro e un piedistallo sul quale appollaiarsi.

E se, come me, avete girato il mondo, conosciuto tante persone, sofferto per mutilazioni davanti alle quali non vi siete nascosti né sottratti… Se vi siete incantati e stupiti davanti a un Caravaggio, se avete ascoltato prima ancora di parlare, e accettato incombenze, fatica o seccature senza fingervi malati, o se giudicate libri, musica, film solo dopo esservi immersi in tutto ciò sporcandovi le mani… beh, sappiate che siete vivi, avete vissuto. Voi, voi sì.

L’intelligenza non è il risultato di una gara tra chi immagazzina più nozioni; è quel qualcosa che rende curiosi, che spinge ad uscire per scoprire chi o cosa ci aspetta oltre la porta di casa, sia che si tratti di un luogo, di una persona o di una situazione. Il resto è solo una buona memoria, sinapsi allenate, ostentata saccenza. E vita non vissuta.

4 Comments »