Susanna Trossero

scrittrice

Siate “sbagliati”. E scrivetene!

I corsi on line sono terminati: l’estate chiama, e chiama il riposo o il bisogno di raggiungere altri luoghi che non siano casa. Ma sia a chi ritiene che il luogo adatto al relax resti sempre e solo casa sia a chi andrà lontano, vorrei ricordare che c’è sempre un momento per scrivere, per esprimere, per raccontare. Il nuovo o il vecchio, che importa? A volte si tratta solo di un pensiero da esternare per dar voce e parole, a sensazioni, percezioni, idee.

Nate sotto l’ombrellone, in montagna o sul divano di casa che: le parole costituiscono sempre una valvola di sfogo, un piacere, una scoperta anche per chi le mette nero su bianco, una emozione che levita. E, ovviamente, un costante allenamento.

Guardatevi attorno: la vita che vi circonda pullula di storie in attesa di essere scritte, di volti stimolanti, di dialoghi che possono diventare perle, e di persone che sono veri protagonisti per le vostre pagine.

Cosa notate di una persona appena la conoscete?

Parlo proprio del primo impatto, sia che si tratti della cassiera del supermercato appena assunta che di chi vi attrae fin dal primo momento.

Dialogando per la prima volta con uno sconosciuto/a, d’istinto concentrerete il vostro interesse non soltanto sul contenuto delle sue parole ma anche sul suo modo di parlare, sul particolare stile della conversazione, sulla gestualità, sulla mimica facciale, sull’uso dello sguardo.

Lo sapete, vero, che da un flusso di frasi banali e scontate desideriamo tutti allontananarci annoiati, ma se il primo impatto è piacevole e nella conversazione si palesano alcune espressioni azzeccate, allora tutto cambia? Sì perché in questo caso siamo più che disposti ad ascoltare con piacere qualsiasi storia, qualsiasi conversazione, anche la più banale e scontata.

Elementi che abbiano importanza, che ci colpiscano o divertano, che contengano dunque forza sufficiente: questo vi spinge a trattenervi un momento di più con chi avete appena conosciuto, e questo spingerà il lettore a fare lo stesso con le vostre situazioni o i vostri personaggi.

Perché i personaggi di una storia devono risultare reali, rappresentarci o non saranno credibili, e siamo tutti un insieme di sfaccettature che emergono a seconda delle situazioni.

Noi non siamo il bianco e nero: tutta una gamma di colori e sfumature fanno parte dell’animo umano e quelle meno visibili sono le più vere.

E, le più vere, sono le più interessanti perché diciamocelo chiaro: quando leggiamo un romanzo non è il buono, il perfettino, il sempre giusto a colpirci. Vi è piaciuto il romanzo Bel Ami di Maupassant? Ebbene, lui è il classico antieroe: non un uomo dalla morale ineccepibile, non altruista o generoso… certo non è crudele ma invidioso sì, opportunista, arrampicatore sociale, spavaldo e manipolatore di persone e situazioni, ma anche un mediocre perché non ha gli strumenti per emergere grazie a doti e qualità vere, pulite. Quindi è un debole, a suo modo, ha dei limiti. E ci piace, riesce ad accattivarsi le simpatie del lettore, ammettiamolo.

Idealismo, coraggio, moralità, non sempre sono ciò che rende un libro avvincente.

E allora, in questa calda estate, guardatevi attorno e nutritevi delle debolezze, di ciò che non si dovrebbe fare o dire, di ciò che non fareste o di ciò che invece fareste ma non avete il coraggio o l’incoscienza giusti.

E poi create.

Vi aspetto.

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Nonostante la cervicale

L’estate vera è quella di quando si era ragazzi, nella mia porzione di isola abitata da volti conosciuti. Sì perché quando vivi in provincia e ci nasci negli anni ’60, ci si conosce un po’ tutti, si frequentano gli stessi posti, si hanno praticamente le stesse abitudini e – spesso – gli stessi desideri.

Il nostro era passare gli esami di maturità, e poi andare tutti in spiaggia. Non pensavamo alle vacanze lontano da casa: per noi le vacanze erano in riva al mare, quello da raggiungere con il pullman azzurro (magari guidato proprio da mio padre) a un tiro di schioppo e dove continuavi a salutare tutti quelli che sulla piazza incontravi quotidianamente.

Volti conosciuti.

La spiaggia era un posto di asciugamani, panini preparati da casa, olio d’oliva per attirare i raggi più caldi, jeans arrotolati a fungere da cuscino. Non avevamo una lira ma non una lira ci avrebbe fatto sentire meglio di così. Ecco, questa era l’estate. Con i ragazzi che buttavano in acqua le ragazze, e il gioco della bottiglia e “mi presti il pettine?” o “hai un panino in più per la mia amica?”

Ieri su fb qualcuno ha scritto che l’estate esiste fino alla quinta superiore… Beh, è stata questa frase a risvegliare in me il collegamento con quelle sensazioni che rendono vera la riflessione. Perché tante estati sono passate da allora, ed è in estate che ho incontrato l’uomo della mia vita, è in estate che ho fatto meravigliosi viaggi e condiviso bellissimi momenti, ma quella freschezza ignara e quel vero sentirsi in vacanza proprio sotto casa, realmente senza alcun pensiero se non quello di non perdere l’ultimo pullman per rientrare a casa, beh quella è una condizione che non si ripete.

Quando tornavamo a casa la doccia doveva essere velocissima perché gli stessi con cui avevi condiviso abbronzatura e salsedine, si riversavano sulla piazza per fare un po’ di “vasche”.

Nessuno di noi asciugava i capelli, avremmo perso tempo prezioso. E non c’era una ragazza che non avesse una madre pronta a lagnarsi per l’incoscienza di quell’atto gravissimo: “Vedrai, vedrai da grande la cervicale!”

Ma “da grande” era così lontano, che volevano saperne le madri, così apprensive e rigide. Il loro “Da grande” era per noi un qualcosa di astratto, noi eravamo già GRANDI, e in altro senso. Intoccabili. Inattaccabili.

Capelli ancora grondanti, una maglietta, il lucidalabbra, un sacco di braccialetti colorati, la luce negli occhi, il cospirare per organizzare bugie ai genitori, lo sfogarsi per un’amicizia deludente, il cercare consolazione per un amore non corrisposto… Era così lontano quel “da grandi”, così buffa la minaccia della cervicale, durante quelle “vasche”.

Sì, l’estate forse finisce proprio con la quinta superiore ma… Ci sono delle volte che, sulle spiagge della mia isola, in quegli orari in cui cala un indolente silenzio – mattino presto, primissimo pomeriggio, tramonto – se chiudo gli occhi e ascolto soltanto la musica discreta della risacca, mi sento ancora così: la mente libera, nessun passato né mutilazione, nessun problema da risolvere o dubbio o incertezza. Ed è bellissimo tenerli chiusi ancora un po’.

Nonostante la cervicale.

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L’indimenticabile sussurro

Me lo ricordo, quel fruscio di conchiglia poggiata all’orecchio.

Vivevo al mare e di mare. Estate, inverno, stagioni intermedie… E la conchiglia che mio padre mi porgeva perché ne ascoltassi la voce, sebbene diversa era sempre la stessa. Perché il messaggio era il medesimo: un sussurro indimenticabile che se chiudevo gli occhi mi portava sotto il mare, da dove proveniva.

Sì, sotto il mare si sente quella voce, e basta andar giù trattenendo il respiro per ascoltarla. Suggestioni del padiglione auricolare che insieme a una conchiglia funge da cassa di risonanza e pare quasi il flusso del sangue, se ti è capitato di fare quel particolare esame ecografico che te lo fa udire all’esterno.

Però, quando ascoltavo quella musica, non pensavo a esami diagnostici ma a chissà quale messaggio mi stava mandando il fondale marino. Mio padre fissava la mia estasi sorridendo, ed è stato terribile cercare oggi quel suono portando una conchiglia all’orecchio, chiudere gli occhi ritrovandolo all’istante e tornare ancor più indietro a scovare fantasie di stelle marine e sassetti lucenti.

I sensi, a metterli in moto, restituiscono ogni cosa.

Quasi ogni cosa.

Per questo è stato terribile raggiungere quel tempo leggero: c’era il suono, la suggestione, le fantasie, ma riaprendo gli occhi non ho trovato lui, mio padre, a sorridermi.

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Un ponte che unisce

Giugno, il mese che preferisco, quello del mio compleanno, quando l’estate si affaccia all’improvviso e ha fretta di scalzare la primavera, le giornate si fanno lunghe lunghe lunghe e i giubbotti finiscono nei ripiani alti dell’armadio. Il profumo dei gelsomini mi avvolge e mentre tanti sui social cominciano già a lamentarsi del caldo io ne gioisco, con la mia indole da lucertola.

I social…

A volte continuo a stupirmi per l’uso che ne viene fatto, per quel manifestarsi di mancanza di empatia, per la piega che prendono certi commenti… Nel 2024 leggo tante assurdità che spesso sembrano andare in crescendo e mi lasciano attonita. Mi si dice “Ancora non ti sei abituata? Ancora ti sorprendi?” e io nutro la speranza che resteremo in tanti a continuare a sorprenderci e ad avere reazioni, perché sarà questo a salvarci davvero.

Perdonate l’esternazione, preferisco non perdere tempo a spiegarvi per esteso la ragione delle mie parole, darei spazio a qualcosa che spazio non merita.

Invece vorrei dirvi che quando finisce un corso di scrittura, i lunedì paiono svuotarsi. Il piccolo gruppo tutto al femminile che ha condiviso con me ben 30 ore mi ha lasciato qualcosa di importante che va oltre le parole che insieme abbiamo scritto e fatto funzionare.

Ecco, per intenderci, un corso di scrittura non è semplicemente l’incontro
tra chi spiega tecniche e regole e chi le impara, non per me, non è solo
questo che desidero.
Nella scrittura affiora ciò che siamo o siamo stati, ciò che vorremmo essere
o evitare.
Se ci si lascia andare a questa sorta di magia a volte scomoda ma più
spesso fonte di benessere, ci si ritaglia un luogo in cui ricominciare a
vivere con i 5 sensi che là finalmente trovano spazio e voce, di solito
boicottati da incombenze, fretta, quotidiano, circostanze.
Quando accade, ci si apre agli altri e i lunedì di un corso di scrittura ci
fanno ricchi.
Di questa ricchezza ricevuta, voglio ringraziare le allieve del Corso di Scrittura
2024 ma anche gli allievi degli anni precedenti, i quali mi hanno dimostrato con affetto che non ci si perde se davvero lo si desidera, e che quel ponte ostinato di cui altri hanno scritto, che unisce lettori e scrittori, esiste, è reale, attende di essere attraversato e di creare legami.

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Quante facce ha, l’estate

Quante facce ha l'estate?

Ultimi giorni d’agosto, e sebbene l’estate sia ancora tra noi questa data significa molto un po’ per tutti… Le ferie sono finite, il lavoro riprende, i progetti rimandati a dopo le vacanze ci invadono la mente con la pretesa d’essere concretizzati (“non hai più scuse”, incalzano), le finestre di scuole e università stanno per spalancarsi sulla via.

Accade ogni anno, niente di nuovo.

Tante cose sono successe, in bene e in male, sotto un sole prepotente. Il terremoto del centro Italia ha inghiottito la vita e il quotidiano di paesi e famiglie, lasciandoci attoniti davanti alle immagini della televisione. E quando i numeri sono diventati storie, è stato ancora peggio.
La solidarietà è ciò su cui ci si dovrebbe soffermare adesso, quella concreta che ha molto da insegnare a tutti noi e che mi ha commossa, mentre sui social network si polemizzava contro chi si è preoccupato di salvare non solo la gente ma anche gli animali sepolti sotto le macerie. Chi ha mosso le sue rimostranze, non ha sentito di quante persone sono state ritrovate sepolte dalla loro stessa casa mentre tenevano abbracciato il loro cane o gatto, nel disperato tentativo di salvarlo. Non ha ascoltato le parole di chi supplicava “cercate il mio cane, vi prego” o di chi piangeva tenendo abbracciato un gatto perché solo lui gli era rimasto.

Non so perché in molti abbiano pensato che chi si preoccupava di un animale non si stava preoccupando degli uomini, sappiamo tutti che non è così e dobbiamo soltanto ringraziare chi si è prodigato riuscendo a salvare tante vite.

L’estate calerà il sipario anche su questo, più silenziosa e discreta degli uomini.

Un’estate senza pioggia per buona parte del nostro paese, cosa che davanti alla mia finestra ha mostrato foglie morte in largo anticipo.

Un’estate in cui persone a me care hanno intrapreso la loro personale battaglia per riacquistare la salute, con la forza e il coraggio necessari a vincerla in attesa di una stagione migliore.

Un’estate di incontri avvenuti senza che io dovessi viaggiare, perché l’Argentina ha fatto capolino alla mia porta regalando aria di luoghi lontani e una lingua che adoro.

Un’estate in cui il libro Il pane carasau ha dimostrato a noi autrici (Antonella Serrenti ed io) che ci sono libri che proseguono il viaggio anche a distanza di qualche anno dalla data di pubblicazione: ospitato da uno stabilimento balneare in Sardegna (il Penelope Beach di Giancarlo Melargo) ha catturato i turisti ed ora ha uno spazio nelle loro librerie.

Un’estate di code ai caselli autostradali o affollamento agli aeroporti per tanti, e per altrettanti un agosto di “vacanze sì – vacanze no” dovuto al timore degli attentati o per la crisi economica che ancora miete le sue vittime.

Un’estate che ha accompagnato il mio scrivere appollaiata sul divano di casa, con il condizionatore acceso e una scorta di gelati nel frigorifero. Perché a volte si può forse dire “per le vacanze c’è sempre tempo”, in nome di qualcosa che ci preme di concludere.

Ma è anche un’estate che mi ha condotta in uno dei tanti ospedali a lunga degenza a trovare una persona anziana, luogo dal quale sono entrata sana e uscita con un grande malessere in corpo per quanti stavano là, da soli, imboccati dal personale di turno all’ora dei pasti.

Lamenti, solitudine, due infermieri per ogni quarantacinque pazienti, i parenti in vacanza e uno stato fisico degenerativo che parla di conclusione, di cerchio che si chiude.

Quante e quali facce ha, l’estate?

Quale autunno ci aspetta invece, è un’altra storia… C’è ancora un po’ di tempo, per scriverla insieme.

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