Susanna Trossero

scrittrice

C’era una volta Antonio

Ogni storia che si rispetti iniziava con “C’era una volta…”, lo ricordate? Tipica espressione utilizzata nelle fiabe che risale quasi all’origine della scrittura, se pensate che fu usata dagli antichi babilonesi! Da noi in Italia è diventata canonica più o meno nel 1300 e da allora non ci ha più lasciati.

Quella di Antonio, altro testimone del mio “Il male d’amore” in uscita a gennaio grazie alla Graphe.it, non è una fiaba ma della fiaba ha proprio il “c’era una volta”:

«Quante volte, stretto fra le sue braccia, ero stato tentato di dirgli “ti amo” ma sentivo che se lo avessi fatto, lui, il suo “anch’io” non l’avrebbe detto», racconta. C’era una volta una storia che ha lasciato in lui il segno ma che fa parte del passato, dal passato arriva per riversarsi tra le pagine del libro e diviene parte di tutti noi che la leggeremo.

Si chiama condivisione, e il piacere di questa azione che sempre aiuta a ricordare che gli altri siamo noi, è insieme alla “comprensione” pilastro del mio saggio, addirittura fondamenta.

Antonio ci insegna a non vergognarci delle nostre vulnerabilità, perché anche all’interno di esse è apprezzabile il coraggio di lasciarsi andare, di mettersi in gioco comunque vada senza poi rammaricarsene. E, soprattutto, dopo aver tenuto la testa tra le mani, a rialzarsi e guardare avanti.

Si chiama vivere, e il vivere è fatto di ricominciare, ancora e ancora… Perché, come diceva Oscar Wilde, “Vivere è la cosa più rara al mondo. La maggior parte della gente esiste, ecco tutto”.

E allora, C’era una volta Antonio, personaggio di un libro ma figura reale, capace ancora di sognare il lieto fine di ogni fiaba che si rispetti.

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Le storie in borsetta

Borsette

Quando ancora non sapevo né leggere né scrivere, era mio padre a raccontarmi storie. Favole liberamente tratte, le definirei, perché venivano modificate in base al livello di stanchezza di sua figlia. Se non avevo sonno, anche le più classiche che tutti conosciamo potevano essere arricchite con bizzarri dettagli e buffi personaggi. Se invece il sonno non tardava ad arrivare, ogni cosa in quelle fiabe della buonanotte si svolgeva molto più rapidamente.

Siamo tutti cantastorie… C’è chi lo è con i suoi bambini, chi – nel quotidiano – arricchisce piccole banalità con interessanti sfumature, tanto per avere qualcosa da dire. C’è chi racconta le proprie, di storie, all’amico fidato, e chi le trasforma in aneddoti per le tavolate in famiglia; ma c’è anche chi ne ha tante da raccontare, al rientro da un viaggio o da un incontro galante.

Ogni giorno ne possiamo sentire qualcuna più o meno interessante, e tanti sono anche gli sconosciuti pronti a raccontarne per ingannare il tempo nella sala d’aspetto di un medico, o sull’autobus… Perché tutti noi siamo storie: da narrare, da ascoltare, da… scrivere.

A volte, inondati da logorroici fiumi ci si annoia e si vorrebbe essere altrove, ma vi sono situazioni in cui a cibarsi di parole si diventa dell’altro, ed è bellissimo. Incontri casuali o desiderati, dai quali al momento di rientrare nei nostri panni, ci allontaniamo trasformati in cornucopia stracolma di beni preziosi, desiderosi di scriverne per non perdere neppure una perla di quella collana di memorie.

I libri a questo servono: a contenere qualcosa, a non perdere le storie, a dar loro respiro e vita che mai può finire, se scritta su pagine e pagine che domani qualcuno sfoglierà.

In fondo, anche scrivere in questo blog, semisdraiata sul mio letto, con il condizionatore acceso e un gelato mentre fuori ogni cosa pare infuocata, può diventare storia.

Ed è storia il cuore pulsante di ogni giornata, materiale da riorganizzare: la telefonata di tua madre, la compagnia di qualcuno che non aspettavi per l’ora di pranzo, è rivedere un’amica che attende il responso di un medico e che vorresti tener stretta a te per un tempo infinito. E lo è se ti affacci alla finestra e noti – come oramai ogni giorno – un’auto delle forze dell’ordine in sosta per pochi minuti sotto il medesimo portone. È proprio nel domandarti il perché, che nasce la storia.

Armadi, cassetti, borse, borsette, valigie: tutti racchiudono storie, colori, parole, nomi, respiri, foglietti volanti su cui qualcosa è stato appuntato.

Forse, la pagina bianca che tanto spaventa anche lo scrittore più navigato, non dovrebbe rappresentare un problema finché siamo vivi, perché mille e una notte abbiamo per scrivere, mille per ascoltare, oggi re persiano, domani sposa del sovrano… e poi ancora mille e mille da scoprire, narrare, inventare.

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