Susanna Trossero

scrittrice

Che cos’è una promessa?

Che cos'è una promessa?

“Lo si può guardare, il vento, mentre impazza tra le fronde degli alberi.

Lo si può sentire, quel suono, perché dà voce a tutto ciò che sfiora, che tocca, che spintona. La finestra è lo schermo della televisione, l’immagine non muta ma si muove in un dondolio contrariato di rami e di foglie il cui colore pare polvere verde, non bello ma triste sotto la luce del mattino. Il cielo penetra laddove trova piccoli varchi, unendo colori che spesso la moda dissocia.

Qui all’interno, un silenzio ovattato a tratti interrotto dal sibilo insistente e da qualche strano uccello che canzona il mio indecifrabile stato d’animo. Fuori, i fenicotteri rosa fanno colazione nello stagno e, più in là, le impronte sulla sabbia vengono strattonate dal maestrale: ondine, piccole buche, avvallamenti. Gli stessi che il mare increspato rimanda al mio sguardo.

Il mondo scrive nomi sulla riva, li unisce a suo piacimento in un “per sempre” aleatorio. La risacca (della natura e del cuore), li divide o li cancella ogni volta, mutevole d’umore e d’intenzioni.

Cos’è in fondo una promessa? Una verità momentanea dettata da congiunture favorevoli, che raggira la stessa bocca che la pronuncia circuendo chi la ascolta. La promessa non è pegno né impegno, ma speranza che rema contro ogni coerenza in un mare di possibilità. Corroborante, ti rimette in salute; accomodante ti ripaga. Rammenda. Ricompone. Medica e riassesta.

E continua, il mondo, a scrivere nomi sulla riva impreparato ad assolvere la risacca che imperterrita scompone, deforma o trasforma.”

                 (Dal mio  Lame e affini –  Graphe.it Edizioni)

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Parliamone insieme

Tracce Cinematografiche

Oggi, sotto nuvole minacciose e vento dispettoso, ho vagabondato per Roma visitando più librerie al solo scopo di accarezzare copertine d’ogni genere e sentire quel inimitabile profumo si storie. Quando urge in me questa necessità, lascio il portafogli a casa perché può finir male, ed io non sono per i pentimenti dunque quando posso evito le situazioni “pericolose”. Quando posso, naturalmente, perché così come ho scritto nella mia raccolta “Lame e Affini”, che ci piaccia o no la ragione arriva sempre un attimo in ritardo. E il portafogli ne risente, aggiungo.

In quanti scriviamo? Le statistiche dicono che nella nostra Italia tutti scrivono o vorrebbero scrivere, ma pochissimi leggono. Lo trovo un dato molto triste, anche perché non si può essere scrittori senza prima essere lettori! Sono tante, le cose che oggi vorrei dirvi in proposito, io che amo leggere da sempre e da sempre amo scrivere, ma vi invito a venire mercoledì 22 maggio a Nettuno per parlare insieme di questo e altro, nello splendido Forte San Gallo, da anni suggestiva cornice per incontri culturali di vario genere. L’associazione Tempo Meccanico mi ospiterà dalle ore 17,30 all’interno del concorso nazionale cortometraggi Tracce Cinematografiche, giunto alla seconda edizione, che prevede numerosi eventi distribuiti nell’arco di tutta la settimana.

Vi aspetto, con la speranza che non sia la pioggia ad accompagnarvi ma una primavera più decisa!

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L’eros: una lama o una carezza?

lame e affini copertinaIn occasione della pubblicazione della mia raccolta di racconti intitolata Lame & affini (Graphe.it – anno 2008), in più interviste mi fu domandato cosa fosse per me l’eros. Il filo conduttore della raccolta era, in effetti, il tormento delle attrazioni scomode, la ragione che arriva sempre un attimo in ritardo, il subdolo erotismo che danza ammaliatore anche tra le piccole cose quotidiane, e ci porta per mano là dove l’attrazione – verso persone o situazioni – ha la meglio su tutto. Posso dire con grande gioia che – benché siano passati ben cinque anni dalla sua pubblicazione – il libro ancora viene acquistato e apprezzato da voi lettori, segno evidente che l’argomento non lascia indifferenti.

Ma che cos’è, in definitiva, l’eros?

Al di là delle modifiche che il concetto di Eros ha subìto da quello greco ad oggi, io ne possiedo uno mio del tutto personale, secondo il quale l’eros siamo noi, è il nostro personale e profondo modo di guardare e di sentire, è la nostra immaginazione che amplifica o rifiuta messaggi altrui, è la fantasia. E, per fortuna, non è strettamente legato a severi e fuorvianti canoni estetici, né a schemi superficiali. È qualcosa di così meravigliosamente astratto e soggettivo, di così legato alle nostre personali percezioni, che trovo limitante cercare una sola parola per definirlo. Spesso scaturisce da una mescolanza di sensazioni, di passato da cui attingere o di presente tutto da vivere, per cui trovi l’eros nella forza di un ricordo o di una immagine del presente che niente ha di esplicito… basta una impercettibile sfumatura a trasformare il niente in qualcosa di accattivante. Credo che  tragga la sua forza proprio dal fatto che va a stimolare l’immaginazione attraverso un qualcosa di vago a cui è la mente a dar voce e connotati…

Sì, ne sono convinta: l’eros siamo noi e, astratto o no, questo venticello irriverente può trasformarsi con la stessa facilità in una fortuna o in una condanna.

Lo sanno bene i protagonisti del mio “Lame e affini” e lo sanno coloro che in privato mi scrivono raccontandomi le impressioni ricavate dai singoli racconti della raccolta. Ma voi, voi che state adesso leggendo questo mio post, che pensate di questo “venticello”  in grado di travolgerci come uno Tsunami?

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Amore e sangue

amore e sangueEppure ognuno uccide l’oggetto del suo amore.
Da ognuno sia questo saputo,
v’è chi lo fa con sguardo amaro,
e chi con una lusinga.
Il vile con un bacio,
l’animoso con la spada.

Lo ha scritto Oscar Wilde, forse in piena era glaciale del cuore, un’era che almeno una volta nella vita tutti ci ha colti, impreparati o no.

Che dire, dell’Amore tanto si parla e anche io tanto ne ho scritto, ma non è forse vero che in definitiva ne sappiamo davvero poco? Possiamo descrivere nel dettaglio l’emozione dell’innamoramento, quei voli astratti perché provocati da perfetti sconosciuti che – divenendo poi conosciuti – non ci piacciono più tanto! Magia del nuovo, fascino della scoperta. Ma l’Amore è ben altro e ognuno di noi lo descrive in base alla sua esperienza, al suo bagaglio di necessità o desideri. Parla d’amore il romantico sognatore quanto il serial killer Stevanin, il quale aveva una fidanzata felice e appagata, ignara della sua vera natura, per esempio. A proposito di killer seriali, sto compiendo uno studio dettagliato sull’argomento e probabilmente presto – se siete interessati all’argomento – vi renderò partecipi. Non vi è, in questo, una mia ricerca del morboso, bensì la volontà o presunzione di comprendere l’incomprensibile, affascinata da sempre dalle mille sfaccettature della natura umana. E, nel frattempo, vi regalo un mio brevissimo racconto colorato di… rosso, pubblicato dalla Graphe.it nella raccolta “Lame e affini”.

 Un affettuoso consiglio: attenzione a chi ospitate nel vostro letto!

La Stanza

 Ti guardo dormire senza attendere un risveglio, mentre tende bianche svolazzano al rallentatore sotto i baci della calura estiva. Forse dovrei chiudere le imposte e interrompere il frinire esasperante di cicale inopportune, ma il mio corpo appesantito dai pensieri non vuole più saperne di muoversi.

E tu dormi, dormi ma non sudi e il tuo petto non si solleva né si abbassa in un ritmo da risacca così come forse dovrebbe. Che fare intanto? I pomeriggi estivi in campagna sono tutti uguali.

Sfioro le ragnatele dal soffitto con sguardo distratto mentre il ritratto di tua madre, che tutto osserva e tutto giudica, mi indispone come sempre… Perché appenderlo proprio là di fronte al letto? Quante sterili discussioni per quel chiodo di troppo e per i tanti ammuffiti cimeli di famiglia disseminati senza gusto in ogni dove. Qui far l’amore è sofferenza, è polvere e vecchiume che contamina ogni gesto e a che vale avvilupparsi di biancheria costosa se, andando via, ci si porta irrimediabilmente dietro indelebili tracce di antichi dissapori? Tuo padre è morto in questo letto, fra le braccia di una puttana senza nome, e tu è qui che adori morire fra le mie con rovinoso masochismo. Il tarlo irritante di un ricordo ti divora spesso l’anima dostogliendola da me ed io ti scruto  nella penombra in cui da sempre vivi, chiedendomi qual è il mio ruolo in questa stanza di scrittoi e merletti d’altri tempi.

Sei pallido. I tuoi lineamenti non sono distesi benché neppure contratti; un fantoccio, ecco cosa sei, inerme e lontano da elucubrazioni terrene. Domani anch’io sarò lontana.    Domani. Riesumerò i miei arcobaleni di un tempo, di quando vivevo alla luce e ridevo di niente in una casa piena di vita e vuota di te.

Amarti è incurvarsi a presidiare da invadenti scarafaggi il legno consumato di pavimenti putridi ed io sento, in cuor mio, di poter avere altro un po’ più in là, dove tu non sei.

Mi alzo piano ma lo scricchiolio del letto non ti sveglierà più. Levo le mie impronte dal manico del tuo coltello da caccia e sorrido del tuo andare senza salutare. La macchia rossa sul lenzuolo che ti avvolge il corpo si è estesa a dismisura, colorando irriverente il bianco e nero del tuo mondo.

Almeno in questo ti trascinerò con me.

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