Susanna Trossero

scrittrice

Dalla finestra

Quando ero ragazzina, le madri nei momenti di relax e con la bella stagione si affacciavano alla finestra. Ne vedevi spesso, ti facevano ciao con la mano, guardavano lontano inseguendo i pensieri o svuotandosi da essi in un momento di tranquillità e riposo dalle incombenze. Affacciarsi alla finestra era un po’ come raggiungere le piccole magie dell’esterno, stare in osservazione contemplando la semplicità delle giornate primaverili, le rondini, il cielo, i disegni candidi delle nuvole che a volte erano conigli, altre musi di cane, altre ancora strani fiori. Assorbivano il rassicurante vociare dei figli che stavano su pattini a rotelle o biciclette, proponevano merende inascoltate, sorridevano ai vicini o esternavano all’aria malinconie segrete che solo l’aria avrebbe custodito per sempre.

Qualcuno ha detto che le porte hanno un che di riservato ma le finestre no, si spalancano sul mondo che fuori ci racconta storie o ce le ispira, e tanti hanno scritto di questi grandi varchi che ricollegano al fuori portandolo dentro:

“Finché esisteranno finestre, l’essere umano più umile della terra avrà la sua parte di libertà.” (Amélie Nothomb)

Dentro un raggio di sole che entra dalla finestra, talvolta vediamo la vita nell’aria. E la chiamiamo polvere. (Stefano Benni)

Quando le finestre diventano quadri, allora è estate. (Fabrizio Caramagna)

Come faccio a spiegare a mia moglie che quando guardo dalla finestra io sto lavorando? (Joseph Conrad)

Io, da giovanissima, cercavo fuori dalla finestra della mia camera il significato dell’amore: credevo di conoscerlo ma ne stavo appena scoprendo lievi sfumature, la superficie che subdola ammalia mentre il sotterraneo malessere ne inquina la bellezza. Non ci sono gli strumenti ma tutto è nell’aria, l’istinto lo coglie e immagazzina, poi l’esperienza farà il resto. Seduta a cavallo del davanzale mi ponevo domande senza ricevere risposte, sul letto giaceva il diario in attesa, tenuto chiuso da un lucchetto che ne decretava l’inviolabilità. Dedicavo mie poesie dal discutibile valore letterario alle voci fuori, alle corse sudate, ai giochi di gruppo che di lì a poco sarebbero stati abbandonati. Stavo ad un passo dall’altrove ma ancorata all’innocente presente. E mentre mia madre alla finestra pensava, io alla finestra crescevo.

Queste giornate d’aprile di glicini in fiore hanno parte di quell’odore lontano eppure sempre vicino al cuore. Non vorrei tornare indietro perché crescere è strano, confonde le idee, e il vero bello sta nell’attimo prima che accada. Ecco, se potessi ancora una volta tornare alla giovinezza vorrei riassaporare quel momento lì, in sella alla bicicletta, a cantare una stupida canzone di Marcella Bella con tutta la voce che avevo in corpo e senza conoscere imbarazzo. L’attimo prima. L’attimo prima di tutto. Magrissima, con il futuro talmente da immaginare che sembra inesistente, qualcosa di cui solo i grandi hanno coscienza. E ti puoi permettere di preoccuparti soltanto del giorno dopo, con la prof che riderà delle tue collanine indossate per colpire il compagno di scuola.

Adesso la casa è silenziosa. Assente di madre, padre, figlia adolescente. La guardo e non sarà mai più la stessa.

Quando quelle finestre sono aperte, il dentro cerca fuori qualcosa che non trova. E il fuori porta dentro acute nostalgie.

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Il tempo va, e noi restiamo

Il tempo scorre, si adagia su di noi spalmando albe e tramonti o ci cammina sopra come un treno in corsa senza nessuno che lo guida o aziona il freno.

Lui, il tempo, procede sempre uguale a se stesso ma noi lo percepiamo lento o veloce a seconda di cosa stiamo vivendo o di come. Con chi. Dove.

Un mese intero è passato ad oggi: dal 29 ottobre non sono più figlia ma soltanto Susanna e come ha detto un amico caro, “si prova una libertà destabilizzante e dolorosa, a non esser più figli di qualcuno”. Ed è vero, anche se non trovo le parole per affondare in questa verità e sviscerarla per comprenderla io stessa.

Riordinando i pensieri, mi sono resa conto di non aver richiamato un’amica che appena saputo della mia mutilazione mi ha cercata, ed è stato calore anche se in quel momento non ho risposto. Non potevo, un nodo in gola mi avrebbe impedito di parlare. E ancora mi strangola se decido di comporre il suo numero… Spero mi stia leggendo, adesso, amica mia d’infanzia e presenza discreta nella mia vita.

Ho ripreso in mano ciò che mi sta a cuore e che mi porta altrove a ragionare sulla bellezza delle parole: il corso breve on line sulla trama in narrativa, la correzione di una raccolta di racconti di qualcuno che ha riposto in me tanta fiducia, l’organizzazione di nuove presentazioni del mio “Il male d’amore”, che in realtà soltanto mio non è ma anche e soprattutto dei tanti testimoni che ne fanno parte. E ho sul comodino due libri, uno da rileggere – La nausea di Sartre – e l’altro che mi aspetta da tanto e mi intriga ma per qualche bizzarra ragione non ho letto mai – Il diavolo, di Tolstoj.

Parole sulla carta. Parole che fungono da zattera, da terapia, forse da fuga. Ma sono così belle, le parole scritte, da far trascurare quelle non dette. Il tempo va, e c’è un tempo per tutto. Questo per me è il tempo del silenzio interiore. Qualcuno suggerisce di chiedere aiuto e supporto, altri fanno sapere quanto fanno bene le gocce di non ricordo cosa. Io ho perso molte persone a me care, anche piuttosto giovani. le ho accompagnate fino a che i loro occhi non mi vedevano più. E ho capito, da molto tempo, che il dolore non può essere taciuto né rimandato né evitato ma vissuto, affrontato, lasciato libero di invaderci perché è naturale provarlo, dimostra la nostra umanità intatta, che per fortuna ancora sopravvive. L’ho scritto anche ne Il male d’amore, anche se di altro amore si parlava. E lasciarsi invadere non significa lasciarsi annientare, sono due cose differenti.

Il tunnel, per usare una metafora banale e conosciuta, va attraversato, e alcuni tunnel sono più lunghi e cupi di altri nei quali la luce invece è promessa a chi li percorre.

E scopri che puoi ridere per una considerazione insolente, puoi star bene perché raccogli una cascata di monetine a un’anziana che non riesce più a piegarsi per farlo da sola, puoi provare tenerezza per un bimbetto che maldestro balla ascoltando musica rock, puoi sentirti intellettualmente stimolata da una conversazione con le tue allieve sull’etica. Sei nel tunnel, ci resterai parecchio, ma la luce filtra a dispetto di tutto e ti costringe a vivere il presente. Un presente nuovo, diverso, mancante di tasselli esistenti fin dalla tua nascita e che per questo così… vuoto.

C’è una casa adesso nella quale manca il cuore. Un grembiule da cucina lindo e ripiegato riposa per sempre in un cassetto. Un piccolo orologio da polso produce il suo tic tac come prima, ancora e ancora. Le piante chiedono acqua perché vogliono vivere, su quei centrini fati all’uncinetto. Il bastone treppiede sta in un angolo, abbandonato a se stesso. Ma la luce entra prepotente dalle finestre e mi invade, illumina le foto incorniciate, il mobilio, il divano su cui lei sedeva con me negando di essersi appisolata. E ridevamo, di questo.

Adesso, su quel divano, ci sono solo io e l’eco di quelle risatine è talmente lontano eppure così dolorosamente vicino.

Fa freddo. Ma la luce ancora resta e io cammino senza cadere.

Vorrei… cosa vorrei?

Vorrei ancora poter dire “Andiamo a far la spesa mamma”.

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