Susanna Trossero

scrittrice

La vera meta di questa torrida estate

Questi, sono i giorni di agosto che preferisco, fatti di rientri e nuove nostalgie, di grandi magazzini che espongono pile di quaderni e penne, di cartolerie che mostrano le agende del 2027 di ogni foggia e colore. Il tramonto è anticipato di almeno un’ora rispetto alle scorse settimane, e nuvole nere accarezzano la mia terrazza seppur ancora parche di pioggia.

Mi piace l’attesa del cambiamento che si ripresenta anno dopo anno, perché anno dopo anno in questo periodo così come a gennaio, progetto di scrivere qualcosa di nuovo, fisso le date dei nuovi corsi di scrittura, organizzo un piano d’attacco contro la pigrizia fisica da calura estiva e tanto altro. In realtà non seguo tutto alla lettera perché non ho tanta disciplina, ma mi piace pensare che sta per cambiare qualcosa e mi fa sentire meglio avere una tabella di marcia.

In questa torrida estate ho rispolverato una vecchia passione, quella per gli Arcani Maggiori dei Tarocchi, il cui studio mi ha interessata e assorbita molto. Il tempo libero che mi sono regalata e una giusta dose d’ozio mi hanno concesso momenti rilassanti senza orologio né calendari fitti di impegni, e dopo anni di aerei, navi, mare o montagna, sono rimasta in una capitale che si è svuotata e si è fatta magicamente silenziosa.

Credo che star bene con se stessi sia il vero miracolo e la vera vacanza, ovunque si decida di stare, e a volte è necessario ascoltare quella voce interiore che ti esorta a fermarti.

Leggere, scrivere, pensare, studiare qualcosa di nuovo, guardare un tramonto mentre ceni in terrazza con chi ami e sorseggi un calice di vino fresco… a volte non serve niente altro e non è detto che nuovi lidi siano l’unica meta da raggiungere.

Penso che le vere estati siano quelle vissute in gioventù: padroni del mondo con i capelli bagnati e le energie alle stelle, correvamo sul bagnasciuga inseguendo desideri e credendo alle promesse della vita. L’acqua non era mai fredda, il sole mai troppo caldo e le giornate – allungatesi o no – erano sempre troppo corte…

HERMANN HESSE – Sera d’estate
Riposa e canta un falciatore,
gode il trifoglio maturo il suo profumo –
O tu, che l’antico mio dolore
col canto hai risvegliato dal profondo!
Canti del popolo, canti d’infanzia vanno
sommessi e lievi nel vento della sera,
e tornano a dolere i vecchi affanni
che ormai scordati e cicatrizzati erano.
Nubi di tarda sera passano leggiadre,
la terra esala un caldo e ampio respiro…
Che vuoi da me, stasera, ancora,
perduto tempo della mia giovinezza?



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Da domani…

E ieri è arrivato settembre. Sì, il suo affacciarsi dopo le vacanze è già diventato “ieri”, e ieri era lunedì, concomitanza di inizi. Domenica abbiamo detto in tanti “da domani…” raccontando a noi stessi del rinnovo che progettiamo, di cambiamenti e buoni propositi. Settembre è un po’ come l’anno nuovo: finite le vacanze si ricomincia e ciò che a lungo era stato rimandato (telefonate, impegni, novità, diete, palestra, appuntamenti, un corso) presenta il conto ricordandoci l’aspirazione a migliorare che tanto avevamo decantato.

Però… però è già ieri, e ieri non siamo andati a camminare così come ci eravamo ripromessi, non abbiamo cominciato la dieta, non abbiamo spedito quelle mail e così per tante altre voci di quell’elenco che dovevamo cominciare subito a depennare.

Seneca disse che mentre si rinvia la vita passa. Forse è proprio così, ma è anche vero che troppo presto è passato anche il tempo delle vacanze. E tempo ci serve per ripristinare la normalità, figuriamoci per riempirla di novità!

Tante cose in questo agosto sono successe: ho visto molte delle persone che amo, ho respirato salsedine che rigenera, osservato tramonti sul mare io che dal mare vengo, ascoltato la risacca… Ma in tutta questa magia ho anche perso un Amico a cui ho voluto davvero bene, con cui ho condiviso scrittura e parole, cibo, profondità e leggerezza.

La vita elargisce, la vita leva. E allora forse non dovremmo più rimandare niente, ha ragione uno dei miei cari allievi nonché Amico anch’esso, che ha detto “forse è il caso di cominciare a ridere”. Sì caro Damiano, forse è proprio il caso, perché anche questo abbiamo trascurato lasciando spazio a cose senza importanza che possono benissimo cavarsela da sole.

In questa calda estate ho compreso tante verità profonde, e spero di aver avuto la vera illuminazione (non solo teorica) che spinge a rendere ogni giorno speciale, unico, seppur nella sua semplicità. Lo devo a me stessa, ma anche a chi non c’è più e che tanto vorrebbe un nuovo giorno, un giorno ancora.

Noi lo abbiamo, non sprechiamolo.

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Chiuso per ferie :)

Agosto, tempo di ferie: partenze, relax in casa, mare, montagna, isolamento o amici, libri o sport, pennichelle o salsa e merengue, che importa? Ciò che importa è regalarsi un po’ di tempo, visto che ognuno di noi dice sempre che non ne ha o che non ne trova tutto per sé senza sentirsi in difetto.

Ecco, allora è tempo che vi auguro, per fare qualunque cosa desideriate o assolutamente niente.

E adesso appendo il mio “Chiuso per ferie” ricordando a tutti che l’autunno è un po’ come il nuovo anno: che ci porterà di nuovo? Cosa concretizzerà?

Vi aspetto per scoprirlo insieme, buone vacanze,

Susanna

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Promesse mantenute

Un momento di pausa, giorni e giorni senza la rete, la vita che preme e gli sguardi, le parole, ricordi e stanze vuote, cassetti pieni di carta e referti, una tenda che lieve accarezza la poltrona e si muove avanti e indietro senza disturbare… Sembra la risacca.

La solitudine cercata e voluta, necessaria come cura in quella casa che mi ha vista crescere e in cui il profumo della salsa di pomodoro non si spande più. La notte, il buio acceca ma il dolore è necessario, si tocca il fondo per risalire, sottrarsi peggiora le cose.

E così che si guarisce. Dalla vita, da ferite, dal senso di abbandono, da quel sentirsi orfani che diventerà condizione perenne al quale è necessario abituarsi. La resistenze personali si acquietano e mi viene in mente una frase – di chi non ricordo – che diceva “il mare è un trattato di pace”. Ed è al mare che andrò a stipularlo.

Accettazione. La parola giusta eccola: accettazione.

Della nuova condizione, dell’assenza, dei fogli da medico legale che diventano due e che a distanza di 36 anni uno dall’altro segnalano data e ora di un viaggio che finisce. Di una madre e un padre che non ci sono più. La natura delle cose lo promette fin dal primo vagito, e lei sì mantiene le promesse.

Ma la risacca, quella vera, c”è ancora. lambisce sabbia e rocce e mi fa sentire un senso di appartenenza. Accarezza come la tenda di casa, manda profumi nell’aria, produce suoni che si fanno musica. E promette anche lei ma più gentilmente. Restituisce. Regala. Qualcosa in cambio si prende, mentre guardo il tramonto sull’acqua e un’amica immortala il pensiero.

Sono nata sul mare e al mare appartengo.

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Il mare è uno stato mentale

Il mare è uno stato mentale… Non ricordo chi lo ha detto o dove l’ho letto, ma questa considerazione è immediatamente diventata mia e non riesco a separarmene.

Più volte ho scritto del mare in queste pagine ma non c’è tappa della mia vita che lui non abbia affiancato. “Non ci vuole molto a comprenderne le ragioni”, direte voi considerando che sono nata e cresciuta in un’isola, ma credo si tratti di un legame ancor più profondo, spesso una necessità, altre volte una corda a cui aggrapparsi per non precipitare e altre ancora – quelle più fortunate – un paradiso.

Ricordo anni difficili in cui in pieno inverno e sotto la pioggia, raggiungevo la costa per guardare la distesa d’acqua che rifletteva il grigio minaccioso del cielo. Là, soltanto là, recuperavo la pace interiore o qualcosa che le assomigliava. Così come ricordo l’attraente suono della risacca quando la pace era già in me e quello era il luogo ideale per prolungarla. I tramonti, la calura estiva dei pomeriggi indolenti, i picnic sulle rocce a ridere delle evoluzioni dei cormorani, le folate di vento, i pescatori con le lanterne, l’odore del sale sulla pelle, i capelli bagnati d’estate o il bavero tirato su d’inverno.

Un tempo nuotavo come un pesciolino ma quando portarono a riva un annegato e mi ritrovai davanti al grigiore della sua pelle, al volto senza espressione, al corpo abbandonato tra le braccia di chi lo poggiava sulla battigia, inerme, ebbi una nuova paura che non mi lasciò più. Si creò una sorta di gerarchia tra me e il mare, un nuovo rispetto: compresi chi era il più forte, chi dettava leggi e condizioni, ma non per questo lo amai di meno. Le prime forme della vita sulla terra arrivano dall’acqua, nell’acqua del grembo materno viviamo prima di nascere, l’inconscio è connesso con l’acqua…

E poi quella musica antica, che immagino scritta da sempre su pergamene ingiallite e che il dolce sciabordio dell’acqua o le onde cattive producono: una sinfonia che nessun uomo mai ha saputo comporre o imitare e che mi fa dire “Sì, il mare è uno stato mentale”.

“Nelle città senza mare… chissà a chi si rivolge la gente per ritrovare il proprio equilibrio. Forse alla Luna.” (Banana Yoshimoto)

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