Susanna Trossero

scrittrice

Io sono mostro e miracolo, e voi?

Esistono i mostri?

Ebbene sì: tutti noi ne abbiamo incontrato uno o più, e ancora ne incontreremo.

I mostri sono persone che ci feriscono o che fanno del male a chi ci è caro, sono coloro che non conoscono azioni gentili o le persone capaci di deridere i più deboli. Non serve cercare azioni violente o fatti di cronaca per trovare mostri: chi non lascia pubblica traccia non è meno crudele.

I mostri sono anche i cattivi pensieri, e di mostri sono popolati i periodi difficili e le paure legate al domani. Le notti insonni, le male parole che lasciano il segno, un referto medico o gli sguardi malevoli che frustano a sangue.

I mostri si annidano nel vivere di ognuno, nascosti in vulnerabilità e ingiustizie, negli incubi che colgono da svegli e nei sogni dei bambini, in chi non sa essere sincero e in chi promette sapendo di non poter mantenere.

E i mostri siamo anche noi, perché in noi ne albergano come nostri figli, e li nascondiamo a dovere o li mettiamo a tacere ma non siamo immuni dal metterli al mondo con azioni così dense di “non avrei dovuto” o in quel recriminare dei “ma come ho potuto”.

C’è chi dice che i mostri esistono a prescindere dall’uomo, c’è chi sostiene che al contrario è soltanto l’uomo a crearli, e c’è chi come Oscar Wilde suggeriva di nutrirli mentre Goya era convinto che fosse la ragione a crearli. Voltaire vedeva i mostri più pericolosi nel fanatismo e per Balzac erano l’abitudine…

Creiamo esseri mostruosi trasferendo su di essi l’origine delle nostre paure, ed è così che il vivere si popola di creature soprannaturali, di insetti giganti partoriti dalla fantasia pronti a invaderci, di orchi nascosti in attesa di ghermirci… E quanto è facile dimenticare che i mostri hanno ben altre sembianze.

Siamo noi, angeli e demoni, mescolanza di bene e male, dualità costante tra l’essere vittime e carnefici.

Ed è per questo che faccio mia la frase di De Montaigne, sincera e forse brutale: “Non ho mai visto un mostro o un miracolo più grande di me stesso”.


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I diversamente vivi

diversamente vivi

Era così giovane. Uno sconosciuto poco più che adolescente, la cui alta statura strabiliava. Dinoccolato, sorridente, pallido e smunto. Stampelle. Tuta da ginnastica. Neppure un capello in testa, passeggiava per i corridoi dell’ospedale accompagnato da una madre minuta, intenta a non mostrare lacrime né paure.

Mi ha incantata il candore dello sguardo, la gioventù della sua pelle.

Ne ho visti tanti, portatori di morte… Parlavano, ridevano, speravano o temevano; alcuni “ignoravano”,  forse perché gli era stato taciuto l’inaccettabile.

Diversamente vivi.

Di quei tanti, ve n’erano che appartenevano alla mia storia di bambina o al mio vissuto di adulta: un pranzo, una gita in campagna o una giornata al mare, i regali di Natale, i compleanni o le foto di gruppo. Anni di condivisioni e risate… già, risate. Sono una di quelle persone fortunate che di risate ne hanno condiviso tante.

I portatori di morte andavano al cinema e al ristorante e, dopo poco, al cinema si distraevano e dal ristorante uscivano nauseati. Da un giorno all’altro tutto cambiava, per loro. Qualcosa cominciava a non andare: la sommossa delle cellule cattive contro quelle buone.

Difficile identificarsi in loro, personaggi di un mondo di fantascienza in cui i mostri hanno la meglio. A osservarli, ci si dissocia dal reale per non doversi soffermare su ciò che è preferibile tener fuori dalla porta, ma i portatori di morte non bussano: entrano e vivono nelle tue stesse stanze portando la paura.

A volte basta una telefonata, lo sguardo di qualcuno che ti aggancia per farti capire, o ancora una diagnosi scritta su un foglio che ti si tatua nella testa. Ed eccoli là, nelle nostre notti insonni, nel pensiero molesto, nel risveglio angosciato.

Quanti ne ho visti, in quei conti alla rovescia, consumarsi di vita mancata e fingere che nulla stia cambiando.

Mi hanno insegnato il dono prezioso di quell’oggi che mai andrebbe sprecato in favore di un domani aleatorio, e li ho visti aggrapparsi al suono della pioggia che batte sui vetri, al piccolo piacere di una tazza di té… E spesso, davvero troppo spesso, io ero là a tenergli la mano.

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