Susanna Trossero

scrittrice

L’indimenticabile sussurro

Me lo ricordo, quel fruscio di conchiglia poggiata all’orecchio.

Vivevo al mare e di mare. Estate, inverno, stagioni intermedie… E la conchiglia che mio padre mi porgeva perché ne ascoltassi la voce, sebbene diversa era sempre la stessa. Perché il messaggio era il medesimo: un sussurro indimenticabile che se chiudevo gli occhi mi portava sotto il mare, da dove proveniva.

Sì, sotto il mare si sente quella voce, e basta andar giù trattenendo il respiro per ascoltarla. Suggestioni del padiglione auricolare che insieme a una conchiglia funge da cassa di risonanza e pare quasi il flusso del sangue, se ti è capitato di fare quel particolare esame ecografico che te lo fa udire all’esterno.

Però, quando ascoltavo quella musica, non pensavo a esami diagnostici ma a chissà quale messaggio mi stava mandando il fondale marino. Mio padre fissava la mia estasi sorridendo, ed è stato terribile cercare oggi quel suono portando una conchiglia all’orecchio, chiudere gli occhi ritrovandolo all’istante e tornare ancor più indietro a scovare fantasie di stelle marine e sassetti lucenti.

I sensi, a metterli in moto, restituiscono ogni cosa.

Quasi ogni cosa.

Per questo è stato terribile raggiungere quel tempo leggero: c’era il suono, la suggestione, le fantasie, ma riaprendo gli occhi non ho trovato lui, mio padre, a sorridermi.

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Promesse mantenute

Un momento di pausa, giorni e giorni senza la rete, la vita che preme e gli sguardi, le parole, ricordi e stanze vuote, cassetti pieni di carta e referti, una tenda che lieve accarezza la poltrona e si muove avanti e indietro senza disturbare… Sembra la risacca.

La solitudine cercata e voluta, necessaria come cura in quella casa che mi ha vista crescere e in cui il profumo della salsa di pomodoro non si spande più. La notte, il buio acceca ma il dolore è necessario, si tocca il fondo per risalire, sottrarsi peggiora le cose.

E così che si guarisce. Dalla vita, da ferite, dal senso di abbandono, da quel sentirsi orfani che diventerà condizione perenne al quale è necessario abituarsi. La resistenze personali si acquietano e mi viene in mente una frase – di chi non ricordo – che diceva “il mare è un trattato di pace”. Ed è al mare che andrò a stipularlo.

Accettazione. La parola giusta eccola: accettazione.

Della nuova condizione, dell’assenza, dei fogli da medico legale che diventano due e che a distanza di 36 anni uno dall’altro segnalano data e ora di un viaggio che finisce. Di una madre e un padre che non ci sono più. La natura delle cose lo promette fin dal primo vagito, e lei sì mantiene le promesse.

Ma la risacca, quella vera, c”è ancora. lambisce sabbia e rocce e mi fa sentire un senso di appartenenza. Accarezza come la tenda di casa, manda profumi nell’aria, produce suoni che si fanno musica. E promette anche lei ma più gentilmente. Restituisce. Regala. Qualcosa in cambio si prende, mentre guardo il tramonto sull’acqua e un’amica immortala il pensiero.

Sono nata sul mare e al mare appartengo.

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Lasciar parlare la musica

Ieri, in uno scambio di riflessioni sulla musica, qualcuno mi ha detto una frase illuminante: per ascoltare davvero la musica dovremmo fingere tutti di essere ciechi.

Mi è passata davanti una carrellata di immagini d’ogni genere, legate ai grandi musicisti del passato, ai cantanti di successo attuali, ai personaggi costruiti dietro gruppi in vetta alle classifiche, al loro aspetto o alle trasgressioni, alle esasperazioni e ai travestimenti, al privato reso pubblico, e mi sono domandata se la musica, le note, una melodia, l’emozione del suono, siano davvero in primo piano, se siamo capaci di lasciarci invadere da accordi e parole o necessitiamo d’altro…

Forse, se davvero fossimo ciechi, saremmo più selettivi. Forse, impareremmo a conoscere meglio la musica o più semplicemente la lasceremmo penetrare in noi in maniera più profonda. Quando ascolto un brano che amo ho necessità di un luogo tutto mio, l’auto o la casa per esempio, e di solitudine. Non mi serve il volto, l’aspetto, il look di chi canta o suona per provare emozioni, non mi serviva neppure da giovanissima. Non andavo ai concerti per aggiungere qualcosa a ciò che apprezzavo ma per sentire voci e note dal vivo, senza necessità di contorni. E, spesso, all’arrivo dei pezzi tanto attesi e amati, chiudevo gli occhi e cantavo anche io, cieca e sola.

Certo, mi rendo conto che quando al talento si uniscono carisma, presenza scenica, impatto forte, il sapersi esibire mostrando un modo di vivere, una storia, un personaggio condendo il tutto – diciamocelo – con una maniacale preparazione fisica, il coinvolgimento si rafforza: lo dice la storia dei più grandi gruppi del passato e il successo degli odierni Maneskin, per esempio.

Eppure… quella considerazione sull’ascolto da non vedenti, mi ha confermato ciò che da sempre cerco quando voglio avvolgermi di musica: non fisico da palestrati, non trucchi e belletti, non travestimenti, non mimica facciale magnetica né spettacoli pirotecnici. Niente trucco niente inganno: musica. Nel silenzio rotto solo dalle note che sì, possono anche essere urlate, ma restano note e parole che non necessitano di contorni per riempire l’aria. Solo attraverso quelle amo un musicista o un cantante, così come attraverso le pagine di un libro amo un autore. L’emozione scaturita è per me me magnetismo, fascinazione.

Mi confonde non poco questa riflessione. Voglio dire, abbiamo tutti i nostri idoli e gli idoli hanno un volto… Nondimeno, mi piace pensare che sul palco salga il talento, non soltanto la celebrità. E mi pare che alcuni tra i più grandi – vedi Mina e Battisti – abbiano dimostrato di esistere e di poter lasciare un segno indelebile anche allontanandosi dalla ribalta, dall’attenzione invadente dei media, lasciando che fosse la musica a parlare per loro.

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Un concerto alla tv

Un concerto alla tv, i fari colorati sul pubblico… Un rock italiano le cui parole ti sono familiari, e ti ritrovi ad annusare l’aria di quella volta in cui la tua amica rideva come una matta, mentre insieme in auto cantavate proprio questa canzone, stonando senza pudore pur di usare tutta la voce di cui entrambe eravate in possesso.

Canto dell’amore, inno alla vita e a quella gioventù che già cominciava ad allontanarsi, seppur ancora molto lentamente.

Guidare piaceva a entrambe; l’auto era necessaria quando l’entusiasmo ci prendeva la mano e dovevamo assolutamente portarlo per strada con noi, magari verso il mare, lo stereo ad altissimo volume da sfidare con i nostri cori.

Ma era altrettanto necessaria quando le giornate andavano storte e la musica doveva rappresentarle, accentuare la malinconia, trovare le parole giuste per raccontare di noi a tutto ciò che scorreva fuori dal finestrino. Gli occhi lucidi e gli sguardi complici, nessun segreto seppur nell’assenza di parole. C’erano le canzoni, non avevamo bisogno di spiegar nulla l’una all’altra.

Tante stagioni, da allora.

Neppure la stessa auto, abbiamo più. Né gli stessi luoghi, abitiamo.

Eppure, ad ascoltare queste vecchie canzoni in tv, che ancora mi fanno canticchiare qui sul divano anche se in tua assenza, risento la tua risata che spesso cominciava in sordina, in attesa di un complice. E se io non mi facevo pregare per affiancarla, esplodeva in tutta la sua allegria vibrante di lacrime. Sì, questo lo ricordo bene: quanto più apparivi allegra, più io coglievo quell’alone nostalgico che ti portavi dietro e che rendeva i tuoi occhi più belli.

Tante cose, avevo compreso della tua essenza. Cose che altri non hanno mai colto perché ti hanno guardata in superficie. Cose che mi hanno sempre raccontato di quanto, ogni tuo presente sia sempre stato velato dal passato. Una nebbiolina costante, ad avvolgere il paesaggio in cui ti muovevi facendo del tuo meglio… la stessa nebbiolina che, ancora oggi, vela anche qualunque tua idea di futuro, divenendo parte di te senza la quale le tue risate avrebbero qualcosa in meno.

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Ancorati alla banchina del quotidiano

Ancorati alla banchina del quotidiano

Ci sono persone fuorvianti. Persone che danno un’immagine di se stesse tale da far credere ciò che non è. Persone comuni, banali, che indossano l’abito dell’essere superiore. Gli calza a pennello quando incappano in chi è dimentico del detto “L’abito non fa il monaco”, e vantando doti innate e intelligenza senza eguali, riescono a tenere a bada chi intelligente lo è davvero. Un modo subdolo e sottile di andare avanti e sostenere lo sguardo dei più autentici, di chi sa mostrarsi nudo, di chi non ama corazze né barriere e conosce il significato della parola umiltà, che nulla lede alla dignità. Come fanno? Un po’ di eloquio, finta riservatezza, una risposta a tutto.

Io ne ho incontrate alcune, e voi?

Ci vuole tempo, tempo e distanza, per capire. Capire che la loro cultura enciclopedica non è vita. Che le apparenti “idee chiare” sono pensiero d’altri rielaborato. Che ciò di cui sanno parlare è stato sapientemente costruito sul divano di casa, sfogliando volumi di un’enciclopedia. Ancorati eternamente alla banchina del quotidiano, parlano di luoghi meravigliosi senza averli mai visti. Sentenziano di culture differenti senza aver mai interagito con nessuno. Di dolore senza aver mai avuto il fegato di sostenerlo, magari tenendo la mano di qualcuno che se ne sta andando consumato da una malattia.

Parlano di viaggi ma faticano a superare la porta di casa perché viaggiare stanca, e le scoperte si possono fare anche grazie alla rete. D’arte, ma non hanno mai visitato un museo, né sono rimasti abbagliati da quei miracolosi raggi di luce che certi pittori hanno saputo riprodurre sulle tele esposte. Si fa una fila interminabile, per entrare in un museo…

Di musica, e non hanno mai avuto la fortuna di osservare qualcuno che la compone, di udire la magia di una nota che legandosi a quella successiva dà alla luce nuove melodie.

Criticano con supponenza scrittori capaci e non si sono mai cimentati in una narrazione che possieda un briciolo di dignità letteraria.

Giudicano film o registi, stroncandoli senza mai andare al cinema e temono il traffico, la sveglia al mattino, la fatica fisica.

Guardateli, vi prego, e non lasciatevi fuorviare da quella sicurezza che scade in arroganza, un vocabolario più ricco del vostro e un piedistallo sul quale appollaiarsi.

E se, come me, avete girato il mondo, conosciuto tante persone, sofferto per mutilazioni davanti alle quali non vi siete nascosti né sottratti… Se vi siete incantati e stupiti davanti a un Caravaggio, se avete ascoltato prima ancora di parlare, e accettato incombenze, fatica o seccature senza fingervi malati, o se giudicate libri, musica, film solo dopo esservi immersi in tutto ciò sporcandovi le mani… beh, sappiate che siete vivi, avete vissuto. Voi, voi sì.

L’intelligenza non è il risultato di una gara tra chi immagazzina più nozioni; è quel qualcosa che rende curiosi, che spinge ad uscire per scoprire chi o cosa ci aspetta oltre la porta di casa, sia che si tratti di un luogo, di una persona o di una situazione. Il resto è solo una buona memoria, sinapsi allenate, ostentata saccenza. E vita non vissuta.

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