
La vita è quella cosa che passa mentre tu aspetti che cominci. L’oggi non c’è mai per nessuno: proiettati quotidianamente verso il futuro, non viviamo mai appieno il presente eppure ci rammarichiamo di un passato mal speso.
Presuntuosi, indolenti, pigri sognatori che poco agiscono per realizzare ciò che forse non desiderano davvero: questo siamo.
Si brama tanto, non è vero?
Però c’è il “vorrei ma non posso”;
il “vorrei ma me lo impediscono”;
il “vorrei ma è troppo difficile”;
il “vorrei ma non è più tempo” e il “vorrei ma non è ancora tempo”.
Non è più tempo, non è ancora tempo, ed è così che il presente smette di esistere.
Oggi non ho deduzioni né soluzioni, solo un poco di amarezza per tutto ciò che lasciamo scappar via in nome di niente.
Quando mio padre, in un letto d’ospedale, ascoltava la pioggia battere sui vetri in quel maledetto e lontano febbraio, disse “quanto vorrei essere in campagna, a cercare funghi, senza ombrello… cosa darei per quell’odore di terra bagnata!”, io compresi delle verità che mi cambiarono nel profondo. E promisi a me stessa di proteggerle per sempre, lasciando che mi cambiassero in qualche modo la vita. Lui, soltanto tre giorni dopo quella frase, ci lasciò.
Sono passati anni, tanti, ma faccio ancora di tutto per mantenere quella che in me divenne una sorta di promessa a lui. Perché la vita è una e se smetti di guardarti attorno l’hai già buttata via, dimentico di preziosi momenti di autentica felicità. Per taluni è godere della terra bagnata, per altri è il suono della risacca o il muso di un cane, la mano callosa di un nonno o la risata di un bambino.
C’è ancora tanta bellezza, aveva ragione mio padre, e lui la immaginava o sognava anche durante il dolore del corpo che ti tradisce.
Per te, papà, poche mattine or sono, svegliandomi per caso all’alba, sono andata alla finestra e ho subito la malia di tutto quel rosa che diventava arancio. Avevo ancora sonno ma ho scattato delle foto, la finestra spalancata su una bassa temperatura. Non volevo perdermi l’alba di un giorno qualunque, perché anche in un giorno qualunque puoi trovare appagamento e magia. Forse, addirittura, felicità.



La pioggia che batte, il colore uggioso che ovunque si stende e che regala alla casa la penombra invernale; il suono ritmico delle singole gocce e l’odore di terra che sale, quell’odore in cui ritrovare mio padre. Mio padre che va per funghi, che stacca i corbezzoli dai rami, che si sporca con more e gelsi, che raccoglie i ciclamini e che mi mostra i lunghi e viscidi lombrichi nascosti sotto i grandi sassi. Mio padre che si addormenta in spiaggia leggendo un libro giallo, che mi insegna a scrivere con le letterine di cartone, che fodera il mio sussidiario con carta colorata, affinché non si rovini. Mio padre che mi insegna il rispetto per ogni creatura vivente, che mi regala l’album di figurine degli animali e fa con me la raccolta, che riceve in regalo da un pastore un candido agnellino e ad un altro pastore lo regala facendosi giurare che non lo ucciderà. Che mi insegna ad andare in bicicletta, a ingrassare i cuscinetti dei pattini a rotelle, e che mi spiega che cosa sono una rondella o una brugola.