
Vi capita mai, fissando il cielo sopra di voi, di lasciar andare i pensieri senza interferire? A volte si mescolano tra loro senza logica, altre formulano parole non messe in preventivo, altre ancora si uniscono alle nuvole trasportate dal vento perdendosi, oppure arrivano a generare domande o – se siete fortunati – addirittura risposte.
Ieri, con il naso all’insù, di colpo mi sono domandata cosa sia l’intelligenza.
Un tempo la associavo alla cultura: più cose sai più sei intelligente. Ma incontrare qualcuno che possedeva una memoria fotografica e una conseguente cultura enciclopedica, se dapprima mi ha fuorviato poi dopo nel tempo mi ha fatto giungere alla conclusione che la cultura con l’intelligenza può anche non avere un briciolo di attinenza. E, senza volerlo, sono arrivata alla medesima conclusione di Eraclito, anche se ci ho messo più tempo. Dunque l’intelligenza non è abilità, ognuno ha le proprie in fondo.
Il termine deriva dal latino “intelligere” e sembra si riferisca alla capacità che una persona ha di capire le cose, più che di saperle, giusto? E io ho capito. Bene. Ma non sono andata oltre visto che ancora mi domando cosa sia veramente l’intelligenza. Che ne dicono in proposito, i grandi pensatori?
Bertrand Russel disse che “il problema dell’umanità è che gli stupidi sono sempre sicurissimi, mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi”. E non è l’ultimo arrivato, visto che nel 1950 vinse il Premio Nobel per la Letteratura.
Interessante il punto di vista di un altro grande, il filosofo Kant, il quale scrisse qualcosa il cui senso mi invade: “Si misura l’intelligenza di un individuo dalla qualità d’incertezze che è capace di sopportare“. Qui mi soffermo da ieri. Perché in fondo credo che l’intelligenza equivalga al saper stare al mondo, e in questa capacità è insita quella dell’adattamento: all’ambiente? Agli altri? Alle circostanze? Quindi si deve valutare anche l’interazione con gli altri, il saper usare le esperienze come lezioni di vita in cui persino l’errore è il benvenuto perché ha tanto da insegnare.
Troppa carne al fuoco. Troppe risposte a una sola domanda. Ma forse non c’è un’unica risposta universalmente valida, conseguenza del fatto che non esiste una unica forma di intelligenza. O si?
Mi sono incartata. Mi venite in aiuto?

Si dice che non è ciò che leggiamo a raccontare almeno in parte chi siamo, bensì ciò che rileggiamo, e credo sia vero… Voi avete un libro che riaprite volentieri di tanto in tanto? Io, per esempio, considero un testo da consultare la raccolta di riflessioni di Pessoa intitolata “Il libro dell’inquietudine”. Pensieri privi di un filo conduttore, a volte fin troppo cinici altre pessimisti, ma spesso impregnati di poesia pura o rivelatori di grandi verità, che tengo sul comodino e mi accompagnano in serate particolari, quando sento dentro una gran voglia di scrivere, una volontà di creare ancora astratta che necessita della giusta spinta: ecco, Pessoa è questa spinta, lo è spesso, perché mi avvolge con le sue introspezioni lasciando emergere dal nulla le mie, e allora basta una frase, una pagina aperta per caso, l’evocazione di qualcosa che mi sonnecchiava dentro, ed eccola l’idea!