Susanna Trossero

scrittrice

Soffrire per amore

…è ovunque, ci circonda, ci frastorna e confonde, ci assale per la prima volta quando ancora giovanissimi restiamo senza fiato, o all’opposto riempiamo il vuoto con le parole sperando ci aiutino a capire. Ma da capire non c’è niente, niente. Ci arriviamo da adulti: è solo male. Male dentro e male fuori. Male d’amore. Ed è ovunque.

Quando l’ho scovato nei romanzi classici scritti secoli e secoli fa, ho compreso che ogni essere umano – in ogni tempo e paese – è fatto sì di carne e sangue ma anche di quel male che è mutilazione, delusione, rigurgito di fiele per assenze non digeribili. Insito nell’essere umano sempre ci sarà, facciamocene una ragione.

C’è chi non sa amare più di quanto ami se stesso e chi così poco si ama da farsi distruggere. Chi soffre in silenzio e chi fa soffrire, chi spera e chi delude ogni aspettativa…

Ne ho scritto sul mio “Lame e Affini”, ne ho scritto su “Adele”, ne scrivo da sempre ma è poca cosa rispetto a ciò che voi mi state raccontando. E così ho deciso di darvi voce qui sul mio blog o sulla mia pagina fb che parla di lettere,, anonimi viandanti che spazio mi chiedete, perché il male d’amore non sia sminuito né ridicolizzato bensì accolto, rispettato, compreso, letto o raccontato. Condiviso.

Mandatemi – anche in forma anonima – le vostre storie su maldamore_2021@virgilio.it e ogni volta che appariranno su questo blog saranno accompagnate dall’immagine di un cielo al tramonto: ogni male d’amore rappresenta la fine di qualcosa, ma anche l’attesa di un nuovo giorno mentre lui, il cielo, sta a guardare.

Vi aspetto

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Soffrire per amore è fuori moda?

Secondo voi, i dolori e le pene d’amore descritti nei romanzi dell’800, sono ridicoli? Ci siamo affrancati da tali sofferenze?

“Cadevano” malati, svenivano per via dell’intensità di una emozione, si uccidevano o si affliggevano per interminabili notti e giorni… Erano davvero così diversi da noi, i protagonisti di quei romanzi?

Mi sto dedicando da tempo alla lettura o rilettura dei classici, e nella maggior parte dei casi incontro pene d’amore che non sento poi così estranee al 2021. Forse sono descritte in modo più coraggioso, un coraggio che oggi non si ha nel timore di apparire troppo ridicoli, ammettiamolo.

Mi piace pensare che il progresso non intacca la forza dei sentimenti: soffrire per amore non mi appare ridicolo ma umano, e se perdessimo questa umanità non saremmo più forti bensì più spenti. Il divampare di una passione, il senso della perdita, la mutilazione di un’assenza, la paura della solitudine o del tradimento, la ferita dei non amati o il patimento di un amore non corrisposto, sono emozioni che non passano di moda né appartengono a un tempo o a un paese. Sono parte dell’umanità, siamo noi, e il giovane Werther di Goethe che si nasconde in tutti implora di lasciargli quel poco spazio necessario a non vergognarci delle nostre debolezze. Perché…

“La fragilità del cristallo non è una debolezza ma una raffinatezza”. (Emile Hirsch)

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Se stai cercando qualcosa…

Arcodamore

Tante volte, nelle mie lezioni di scrittura, ho predicato sulla capacità di un romanzo di interferire con la vita mostrandoci nuove vie, o allargando gli orizzonti di quelle che già stiamo percorrendo e crediamo di conoscere. Un argomento trattato, sviscerato, discusso, corredato di esempi e arricchito dai punti di vista dei miei allievi.

Eppure, ogni volta che incappo in un brano, in una frase, in una riflessione compiuta da un personaggio inesistente nella realtà, è nella realtà che tutto si insinua riuscendo a stupirmi ancora e ancora.

In queso autunno appena cominciato ho incontrato la capacità di Grazia Deledda di raccontare lo stravolgimento di un sentimento di troppo, quello che tutti prima o poi abbiamo provato o sentito da altri. Il momento in cui ne siamo consci per la prima volta, quando la paura ha la meglio e le vibrazioni interne ci rendono umani. Poi c’è il momento successivo, quello in cui ci lasciamo trasportare dalla fantasia e viviamo sogni che ci rendono più vivi, forti, unici e imbattibili. Infine arriva il vento del dubbio, del disagio, e ciò che appariva magia, possibilità, si trasforma in pensiero disturbante e pericoloso, sbagliato, da combattere e dimenticare. Un pensiero proibito pronto a trasformarsi in rimpianto.

Canne al vento racchiude tutto questo in un brano molto breve eppure ricchissimo, denso, avvolgente. Un brano d’altri tempi – questi sono tempi più “espliciti” nelle descrizioni” – ma che non risulta datato e si trasforma in lama pronta a penetrare a fondo, che se non si sta attenti colpisce parti vitali.

Uno scrittore molto più attuale, Andrea De Carlo, mi ha invece catturata con una vecchia pubblicazione, Arcodamore, grazie alla quale ho compreso alcune cose che riguardano persone a me care. Ho ritrovato in riflessioni del personaggio principale, spiegazioni a comportamenti e sentimenti che non riuscivo del tutto a “decodificare” in persone reali. La nuova via di cui parlavo all’inizio, l’allargare orizzonti, l’usufruire della letteratura per capire meglio la vita o gli altri.

Funziona, e so bene che chi legge cerca sempre qualcosa: trovarla è un connubio tra fortuna e capacità. In genere, quando cominci un libro, hai già deciso che cosa ti serve o perchè lo hai scelto; con Canne al vento cercavo l’insegnamento di un classico, con Andrea de Carlo una storia da cui farsi catturare. In entrambi i casi ho trovato molto di più. Nuova linfa, approfondimenti sul vivere, risposte a dei perchè, le parole giuste per esprimere un pensiero che già era in me, o la scoperta di qualcosa di nuovo mai messo in preventivo.

Leggere è approdare in un altrove che spesso è già in noi ma che necessita di spinte per emergere. O, appunto, di parole giuste per essere raccontato.

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Meno bisogni, più felicità: parola di Giulio Verne

Chi non ha mai letto “L’isola misteriosa” di Jules Verne batta un colpo!

Non amavo molto i libri avventurosi, da ragazzina. Ero più una bambina da Piccole donne, Le piccole donne crescono, La piccola Dorrit e così via. Oppure, passavo direttamente a romanzi come Dracula di Bram Stoker.

Però, imbattermi in Giulio Verne e restarne folgorata fu tutt’uno, lo ammetto.  Al tempo, non colsi il messaggio tra le righe e mi dilettai semplicemente a immedesimarmi in un naufragio e nelle conseguenti difficoltà/avventure da vivere insieme ai protagonisti ma… Metterci mano da adulti è tutt’altra cosa.

Intanto, come superi le prove della vita? Il naufragio di relazioni umane, di progetti di vita o lavorativi, le avversità che ti attendono oltre la porta di casa?

Giulio Verne mette in primo piano l’intelligenza in un genere letterario che già al tempo era stato sperimentato da altri autori, basta ricordare Defoe con il suo Robinson Crusoe.

Ma in questo caso, Verne aggiunse alla storia un tocco da maestro: l’analisi della natura umana e il senso del bene o del male. O, ancora, il valore del progresso.

Lo so, la parola progresso – se pronunciata a proposito di un romanzo pubblicato per la prima volta nel 1875 – in pieno 2019 può far sorridere, eppure…

Sapete che le tecniche di sopravvivenza utilizzate dai naufraghi nel romanzo di Verne, oggi sono studiate nei corsi e percorsi per uomini duri? A ben leggere il romanzo con la dovuta attenzione, potremmo mettere insieme delle dritte da perfetto manuale di sopravvivenza, appunto.

Quattro uomini e un ragazzo, dopo essere sfuggiti alla guerra, alla prigionia e usciti indenni dalla caduta della mongolfiera sulla quale viaggiavano, approdano su un’isola e là si devono ingegnare, mostrando al lettore di oggi qualcosa di molto particolare…

Non è forse vero, per esempio, che la grotta nella quale trovano rifugio è posta così in altro da anticipare il concetto di grattacielo e di ascensore? Sebbene il tutto sia piuttosto rudimentale, si notano oggi soluzioni al tempo piuttosto innovative e originali, altro che capanne di paglia!

Vale la pena leggere i classici (e L’isola misteriosa di Verne lo è), di andare oltre le righe per scovare  inaspettate perle o soluzioni narrative più vicine ai nostri giorni che al tempo della pubblicazione di queste opere.

Non è forse vero che “Meno comodità si hanno e meno bisogni si hanno, meno bisogni si hanno e più si è felici”?

E poi, non è male – ancora oggi – incontrare il capitano Nemo, o lasciarsi coinvolgere dalla tipica struttura dei romanzi avventurosi, dove la corsa contro il tempo è elemento importante ma altrettanto importanti sono i messaggi contenuti tra le righe.

In questo, oltre a questioni ecologiste (è giusto sottomettere la natura ai propri bisogni?) o la psicologia di personaggi così differenti posti a subire un dramma che li accomuna, troviamo una visione positiva di momenti in realtà piuttosto negativi. Ovvero: si può sopravvivere alla distruzione di ogni certezza soltanto rimboccandosi le maniche. Distruzione uguale ricostruzione.

Ricominciare anche quando lasciarsi andare è quasi lecito e soprattutto molto più facile.

Direi che senza dubbio, una iniezione di positività come questa è utilissima anche in tempi come i nostri, non trovate?

Un classico, a dispetto dell’anno di pubblicazione, non è mai datato.

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