
“Che cos’è una famiglia? Un luogo inventato dalla natura per indurre a procreare e proseguire la specie? O un porto sicuro dove unire sogni, bisogni e aspirazioni di due anime distinte? Un luogo in cui divenire veramente “noi” e smettere di essere due entità separate che si incontrano ad orari stabiliti?
Cominciammo a chiedercelo. Cominciammo a chiederci chi mai fossimo, e che ci aspettassimo da questo “noi” che pensavamo di aver creato.
Che cos’è un figlio? Qualcuno che dovrà compiere tutto ciò che i genitori non sono riusciti a portare a termine? Uno scopo necessario, un completamento individuale, o il mastice di una vera unione? Esiste la coppia senza un figlio? E ancora, sopravvive la coppia ad un figlio che ne distrugge ogni intimità?
Tante erano le domande che ci ponevamo dopo pochi anni, mentre a confonderci giungevano le confidenze a bassa voce di comuni amici… Nella segretezza delle loro case strisciava subdolo il dubbio per quella discutibile nuova identità che tutto aveva già paralizzato: il gioco, il desiderio, le affinità e i progetti.
Se non è indolore diventare genitori, quanto è doloroso il non diventarlo? E chiedendoci quale delle due realtà potesse dividerci, non ci rendemmo conto della divisione a cui già stavamo dando vita.
I tuoi quadri divenivano assenza di colore e cupe macchie intraducibili quanto i tuoi silenzi. Ed io, lo ammetto, ripensavo alle vecchie emozioni di un tempo desiderando dell’altro un po’ più in là, oltre la porta di casa.”
Da Adele di Susanna Trossero e Francesco Tassiello, Graphe.it edizioni
Ci siamo: vi aspetto domani, sabato 26, alle ore 18, in compagnia dell’Associazione Tempo Meccanico, nella sala di via Trauntreut n°11, a Nettuno, zona grattacielo, per la prima presentazione del mio romanzo
Cominciasti a soffrire. Ti immaginavo correre da lei per quella via che la ragione disconosce, annullarti in un corpo attraverso cui rinascere e poi, dopo il piacere, tornare qui in fase calante a ricordare noi, quel noi che già sapevi di distruggere. In realtà fui io a farlo, in qualche modo, e mi dà un sollievo malato ricordarlo, quasi che io con il mio potere decisionale fossi l’artefice di tutto e non la vittima. È così che la dignità prova disperatamente ad uscirne illesa? O dovrei chiamarlo orgoglio?
Com’è strano scrivere un romanzo… Una indescrivibile confusione ti invade, poiché si tratta di vivere in sintonia con altre vite che nascono e crescono dentro la testa e finiscono per fondersi con quella reale. Personaggi di fantasia si muovono come fantasmi nel quotidiano, si insinuano ovunque e di quell’ovunque fanno parte per mesi e mesi. Adele è stata con me per tanto di quel tempo che alla parola “fine” mi ha lasciato un vago senso di mancanza, lo stesso che provoca la partenza di un amico, ci credereste?