Mi capita spesso di tirare i remi in barca. Di lasciare queste pagine assenti di me per un poco, e scegliere di spingere il mio pensiero verso introspezioni private.
In questi giorni ho riflettuto molto su alcune cose importanti, dall’amicizia alle dinamiche lavorative, ho messo ordine con franchezza in alcune situazioni e ho compreso la distanza tra ciò che a volte ci si aspetta rispetto a ciò che si può ricevere. Il dialogo, in questa distanza, è fondamentale, così come lo è l’apertura, ma ancor più è importante far sì che ciò di cui ci circondiamo rappresenti un valore aggiunto.
Sono i rapporti con gli altri, ad insegnarci molto di noi. Io vi ho trovato un potere arricchente sempre, anche quando le cose non sono andate bene. Aprirsi al mondo, condividere, rapportarsi, sottrarsi quando necessario o fare un passo avanti quando è bene.
Quest’arte, l’abbiamo imparata da ragazzi, noi della mia generazione. Quando non c’erano social ma cortili e piazze in cui ridere, discutere, o abbracciarci o confessare. Vivevamo in gruppo e nel gruppo crescevamo. Non avevamo 2000 followers assenti ma amici presenti.
Apparentemente giudicante, in realtà sto dicendo che le dinamiche relazionali le abbiamo vissute fin da subito, ci siamo cresciuti, ci hanno sfamato o affamato.
Non ricordo un solo giorno da cuore in inverno in cui fossi sola. E allo stesso modo ho sempre amato la solitudine. Equilibri imparati nel corso della vita, che al mio vivere hanno fornito capacità di individuare tutto ciò che in me esercita potere disturbante ma anche ciò che mi infonde la bellezza del vivere stesso.
Riflessioni da flusso di coscienza in un giorno freddo e piovoso, con la mente che all’improvviso si sta aprendo a nuovi progetti e desideri, a nuove letture e voglia di scrivere. Non ho il cuore in inverno adesso e mi sento fortunata per l’amore che sento attorno a me, per il calore che ricevo, per le nuove conoscenze che la scrittura mi sta regalando, per la carica che mi viene elargita dai libri che leggo. Lo so, a molti sembra assurdo, ma da tutta la vita leggere mi fornisce strumenti che aprono al desiderio di nuovo, alla rinnovata volontà di abbracciare le giornate con spirito diverso.
Costruire. Lasciare che sotto la gelida coltre di neve che a volte la mente crea, il cuore abbia la meglio cibandosi d’altro.
Domani sarò tra i ragazzi di un istituto superiore: quale miglior cura quando si sente freddo?
Giugno, il mese che preferisco, quello del mio compleanno, quando l’estate si affaccia all’improvviso e ha fretta di scalzare la primavera, le giornate si fanno lunghe lunghe lunghe e i giubbotti finiscono nei ripiani alti dell’armadio. Il profumo dei gelsomini mi avvolge e mentre tanti sui social cominciano già a lamentarsi del caldo io ne gioisco, con la mia indole da lucertola.
I social…
A volte continuo a stupirmi per l’uso che ne viene fatto, per quel manifestarsi di mancanza di empatia, per la piega che prendono certi commenti… Nel 2024 leggo tante assurdità che spesso sembrano andare in crescendo e mi lasciano attonita. Mi si dice “Ancora non ti sei abituata? Ancora ti sorprendi?” e io nutro la speranza che resteremo in tanti a continuare a sorprenderci e ad avere reazioni, perché sarà questo a salvarci davvero.
Perdonate l’esternazione, preferisco non perdere tempo a spiegarvi per esteso la ragione delle mie parole, darei spazio a qualcosa che spazio non merita.
Invece vorrei dirvi che quando finisce un corso di scrittura, i lunedì paiono svuotarsi. Il piccolo gruppo tutto al femminile che ha condiviso con me ben 30 ore mi ha lasciato qualcosa di importante che va oltre le parole che insieme abbiamo scritto e fatto funzionare.
Ecco, per intenderci, un corso di scrittura non è semplicemente l’incontro tra chi spiega tecniche e regole e chi le impara, non per me, non è solo questo che desidero. Nella scrittura affiora ciò che siamo o siamo stati, ciò che vorremmo essere o evitare. Se ci si lascia andare a questa sorta di magia a volte scomoda ma più spesso fonte di benessere, ci si ritaglia un luogo in cui ricominciare a vivere con i 5 sensi che là finalmente trovano spazio e voce, di solito boicottati da incombenze, fretta, quotidiano, circostanze. Quando accade, ci si apre agli altri e i lunedì di un corso di scrittura ci fanno ricchi. Di questa ricchezza ricevuta, voglio ringraziare le allieve del Corso di Scrittura 2024 ma anche gli allievi degli anni precedenti, i quali mi hanno dimostrato con affetto che non ci si perde se davvero lo si desidera, e che quel ponte ostinato di cui altri hanno scritto, che unisce lettori e scrittori, esiste, è reale, attende di essere attraversato e di creare legami.
Perché mai essere buoni a tutti i costi? Perché necessariamente politicamente corretti?
Perché mai indignarsi, inveire, reagire con veemenza, non è bene e bisogna contenersi anche quando è davanti a ciò che non è bene che mostriamo opposizione e giudizio?
I fratelli che hanno ucciso il giovanissimo ragazzo in un pestaggio immotivato, hanno avuto l’ergastolo. Ma nei social, accanto a chi esclama “buttate la chiave” sono apparsi in altrettanti a dire che si tratta di commenti incivili. Perché? Non li ha fatti uno psichiatra né un operatore di un istituto penitenziario il quale giustamente si soffermerebbe sulla rieducazione. Li ha fatti la gente comune, l’uomo della strada, quello ancora capace di meravigliarsi per una tale violenza. Per fortuna.
E ancora, quando si parla di femminicidi, capita di leggere che è accaduto perché lui l’amava troppo. Ma non dovremmo invece vergognarci di associare la parola amore a un gesto di inaudita violenza e prevaricazione?
Ho fatto due esempi che rappresentano al momento fatti di cronaca recenti, costantemente presenti sui media, ma potrei proseguire e ne troverei una infinità.
Ma non è più un fatto naturale eccedere nelle reazioni verbali quando qualcosa ci indigna? Quando istintivamente prendiamo le parti della vittima – la vera vittima – e ci sentiamo coinvolti, empatici, vicini?
Non amo l’istigazione all’odio che tutto peggiora, il facile inasprire delle situazioni, la violenza considerata lecita perché generata dalla violenza, no. Ma… vogliamo davvero disimparare a meravigliarci in bene e in male in nome del politicamente corretto? Ad esprimere disgusto, dissenso?
Scusate ma io non ci sto. Non posso. E non sono mossa dal rancore né dalla sete di vendetta quando mi unisco al coro di “buttate la chiave” per l’ergastolo dei “fratellini” che – come dice la loro madre – non hanno mica ucciso la regina. Perché so bene che rancore o vendetta non riporterebbero alla vita il giovane Willy. Ma sono indignata. E credo si debba in qualche modo ripristinare il timore delle conseguenze di ogni azione. Le conseguenze si devono temere, ma temere davvero.
Come un tempo, quando tutti – e si cominciava in famiglia, da ragazzini – le conseguenze delle azioni sapevamo quantificarle, le temevamo, le consideravamo “normali”. E nel momento in cui ci ritrovavamo a pagare un prezzo, eravamo pronti ad accettarlo e a non essere difesi proprio da chi ci stava insegnando a valutare il peso di ogni azione.
Il tempo scorre anche durante “gli arresti domiciliari”, e chi più chi meno lo colma di qualcosa che possa aiutare a viverlo senza tutto quel buio che fuori ci attende. Buio raccontato dai telegiornali, dai social, dalle testimonianze, foto, video, che da giorni ci sovrastano e destabilizzano.
Come passate le vostre giornate? Oggi nella mia c’era – oltre alle normali incombenze domestiche – un po’ di sport rigorosamente tra le 4 mura, un thriller da leggere nel primo pomeriggio al sole della mia terrazza, telefonate, il pane fatto in casa, e l’idea per un racconto di Natale che voglio scrivere. Sì, di Natale. Perché voglio pensare a una festa che trabocchi di abbracci, unione, banchetti, uscite a comprare i regali, luminarie… Una festa vera che arriverà e che di certo ci troverà cambiati non solo nelle abitudini.
Oggi non farò bilanci, non pubblicherò dati e numeri perché dati e numeri mi tolgono il respiro. Oggi voglio pensare che da qualche parte ci sono fiori colorati, che il sole era caldo, che la primavera è alle porte anche se l’inverno sta preparando i suoi ultimi colpi di coda. Voglio pensare ai papà che ogni 19 marzo ricevono sorrisi speciali.
La paura non aiuta ma va esorcizzata con piccole cose, perché le grandi non stanno andando bene. Scoprite piaceri semplici, non fatevi annientare. E se il cuore sembra troppo grande dentro il vostro petto, scrivete: molti di voi ancora non hanno idea di quanto aiuti a rivedere i colori della primavera. A sentirla dentro casa visto che fuori non si può. E a scacciare il buio che tutti ci avvicina mentre da tutti ci allontaniamo per sopravvivenza.
Un abbraccio virtuale da una delle tante finestre illuminate della sera,
Cari viandanti di questa pagina, mi è stato chiesto di postare la lettera che state per leggere, da me ricevuta via mail pochi giorni fa ma destinata al pubblico del mio blog e a chi la userà per condividerla. Lo faccio molto volentieri, perché si tratta di una voce che reputo importante. Non solo perché mi è stato chiesto ma anche per il mio senso di giustizia, di rispetto e per piena solidarietà, la condivido con tutti voi.
Inutile dirvi che commenti irrispettosi non saranno tollerati. Invece mi preme rassicurare chi vorrà dire la sua sotto forma anonima, che potete firmarvi con qualunque nome, il mio blog chiede la mail ma sono l’unica a vederla. È una normale precauzione per evitare che persone irrintracciabili postino commenti offensivi sono sicura che comprenderete.
Una lettera
Mi chiamo… No, non importa come: sono io, soltanto io, sono tutti voi, sono mille e mille ragazze, ragazzi, uomini o donne, che vivono la stessa vita ovunque. Sono io e sono voi.
Chiamatemi Z, come
l’ultima lettera dell’alfabeto che però a scuola – durante le
verifiche – può diventare la prima, se si comincia dal basso.
Tutto dipende da come si
guarda, in fondo. Non esistono i primi, non ci sono gli ultimi.
Questa lettera non è
solo per chi sa, capisce, rispetta. A loro non devo dire nulla che
già non sappiano, se non un grazie di esistere.
Ma in realtà questa
lettera è per chi scrive sulle bacheche di fb ciò che più
amareggia. O per chi lo dice per strada, o ancora durante una bella
cena di famiglia. E ancora, più semplicemente, per chi lo pensa e
agisce di conseguenza.
Che cosa? Che io sono
sbagliata.
Mi chiamo Z, sono
cresciuta in una famiglia normale, padre ingegnere e madre
insegnante. Una sorella, un fratello. Regole, educazione, nessuna
spina nel fianco, genitori uniti. Nessun trauma, strana patologia,
violenza domestica, padre padrone o madre iperprotettiva, nessun
cattivo esempio.
Niente, Signori e
Signore. Eppure sono omosessuale.
Delusi? Scettici?
Vi leggo, vi incontro, vi ascolto, subisco. Siete quelli che cercano una spiegazione per una tale «condizione contro natura». Quelli che si difendono da una parità da me sognata ma che assurdamente temete ridimensioni la vostra. Siete quelli che cominciano sempre con «Io ho tanti amici gay, non ho niente contro queste persone purché sappiano stare al loro posto».
Siete quelli che scrivono sui social: <«Si fa in fretta: cominciate con leggere ai bambini le favole sui gay e poi si finisce con gli assistenti sociali che li vendono ai pedofili!». Sì, questa l’ho letta ieri, testuali parole, orribile associazione supportata da infiniti like.
L’altra settimana invece ho letto: «Se scoprissi che il maestro di mio figlio è gay lo ritirerei da scuola, i figli vanno protetti!». E non aggiungo né la decina di commenti a favore né tanti altri post come questi.
Io sono una persona. Una
donna che ama le donne. Perchè è così importante per molti di voi?
Perchè fa così paura? Perchè disagio o disgusto?
Io non faccio male a
nessuno, ma tanto male sento dentro quando ascolto, o leggo, o vivo
tra la gente. Basta la sala d’aspetto di un dentista, credetemi. Sono
fragile, è vero, altrimenti non scriverei questa lettera e andrei
avanti per la mia strada. Non tutti sono rudi, forti, soldati. Io ho
i miei difetti ma sono anche mite, molto dolce dicono, pacata, una
persona semplice. Facile ferirmi, lo comprendo, ma non sono l’unica.
Io scrivo, altri si ammalano di depressione o si impiccano. Lo
leggiamo ogni giorno. Io scrivo. Reagisco così.
Sì, io vi scrivo. Io
spero che mi ascoltiate. Io desidero non essere notata per la mia
diversità ma perchè amo il prossimo e non farei del male a una
mosca. Non morirò per voi, io no, ma spero tanto che mi ascoltiate.
Solo questo. Anche in nome di quelli che per voi stanno invece
morendo.
Perché, addolorata, sto scoprendo che anche persone insospettabili, intellettualmente vivaci, culturalmente ricche, che amano riamate, che rispettano il vicino di casa e fanno volontariato, che vivono in mezzo alla gente, contribuiscono all’omofobia. Commentano, si scostano disgustate, partecipano alle crociate anti uguaglianza, rifiutano i loro stessi figli. E il rifiuto, credetemi, non necessariamente si palesa con un buttar fuori di casa qualcuno. Fa molto più male non negare un tetto e offrirlo soltanto per giudicare costantemente e sperare che «la malattia passi».
Perchè non capire che
non siamo diversi? Perchè non capire che abbiamo gli stessi sogni?
Uguaglianza, nient’altro.
Questo vorrei nel mio mondo ideale. Non lo pretendo, lo desidero
ardentemente. Da essere umano a essere umano. É davvero troppo?
Farebbe del male a qualcuno?
Lo è per te, per voi,
abbracciarmi e accettarmi senza polemiche?
La vita è una, la
felicità quasi un miraggio per tutti, perchè complicare le cose?
Vi auguro e mi auguro ogni bene, perché questo è un desiderio che ci accomunerà sempre e per sempre.