Susanna Trossero

scrittrice

Intelligenza Artificiale vs Boomers

Che strane giornate, queste. Strane perché inaspettatamente ricche non tanto di fatti quanto di condivisioni, spunti di riflessione, mente attiva e in fermento grazie agli altri. Perché è proprio vero, gli altri siamo noi e ci sono necessari per allargare orizzonti, esplorare il nuovo, addentrarci in punti di vista differenti, trarre nuove conclusioni.

lunedì 14 ha preso vita il salotto letterario on line di cui con allievi storici e nuovi ventilavamo la possibilità da tempo. La scelta di collegarci ha fatto superare i limiti della distanza facilitando le cose, e sebbene questo sia frutto di progressi tecnologici, la tematica affrontata lunedì era a questi legata e si è discusso di intelligenza artificiale.

In merito sono piuttosto confusa: faccio parte di una generazione che ha visto la tecnologia entrare a far parte del quotidiano con una tale velocità che l’iniziale rifiuto è stato forse inevitabile. Chi mi conosce sa bene che ho abbandonato il Nokia da pochissimi anni, per fare un esempio.

In realtà io non temo la tecnologia ma l’uso che ne facciamo, la dipendenza che lo stare connessi insinua in tutti noi. Il problema della AI secondo me è che in un tempo che ci vede far prevalere l’informazione sulla conoscenza, anziché usufruire di qualcosa ci facciamo sostituire. Il cervello si sta impigrendo, cerchiamo soluzioni facili, e a dirla con le parole del critico Bernardelli forse é oramai quasi del tutto compromessa la capacità di discernere contenuti validi da immondizia in rete, con la tecnologia che anziché semplificarci la vita ha amplificato il caos e con quell’essere sempre connessi che fa preferire ai nativi digitali l’interazione via social piuttosto che in presenza.

Leggo di pubblicità che promettono la stesura di un romanzo in poche ore grazie alla AI e non vedo un lavoro semplificato né grandi possibilità: vedo una mancanza. Sì, una mancanza: di quell’idea che fa capolino, di quell’entusiasmante stato di trance che ti fa cercare uno spazio privato in cui scriverla, elaborarla, arricchirla, andare a caccia della parola giusta. E quando la frustrazione del non riuscire a trovarla tiene il cervello attivo, ebbene quello si chiama ragionamento, valore del pensiero critico, collegamento, lavoro sulla memoria, esplorazione. Parlo soltanto di scrittura perché è ciò che in questo momento mi sta a cuore, ma è l’intera vita a risentirne perché come ha detto uno dei miei allievi in tono semiserio “ho provato a interagire con la AI e a filosofeggiare su tanti argomenti fino ad arrivare a Dio e mi sono reso conto che la macchina con la quale conversavo era l’amico dei sogni, quello che hai sempre desiderato avere”. Ecco, ne abbiamo riso da adulti quali siamo, e tra tutto il gruppo certo nessuno di noi è nativo digitale, ma mi domando cosa un giovanissimo già incline all’isolamento possa trarre da questo.

Non dobbiamo demonizzare i cambiamenti né rifiutarli perché così come ha detto la psicologa del gruppo non si fermeranno, quindi siamo noi adulti che dobbiamo adeguarci tentando di insinuare nei ragazzi un equilibrio. Bella responsabilità. Ma io temo così tanto l’uso inadeguato delle nuove modalità di interazione che non vedo la comodità o la praticità che ne conseguono in altri campi. Perché la possibilità che quell’equilibrio lo perdiamo anche noi “boomer” è piuttosto alta.

Non so se sono abbastanza coraggiosa da accettare certi velocissimi cambiamenti. Vorrei al contempo non smettere mai di imparare e credo che queste due considerazioni creino un paradosso che mi manda ancor più in confusione. Sappiatelo.

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Diventare tecnologici: meglio tardi che mai!

Oramai lo sapete tutti, voi che mi seguite, la tecnologia non è il mio pane quotidiano: sono una nostalgica, è vero, ma comprendo la necessità di aprirsi al nuovo usando gli strumenti che proprio il nuovo offre. In fondo, a ben pensarci, è addirittura bello potervi raggiungere con un video, parlare con voi esternando qualcosa di più su un mio progetto andato in porto, sperare di regalarvi una breve chiacchierata che vi risulti piacevole.

Il mio Tutti gli Alfredo del mondo ha cominciato il suo viaggio nel migliore dei modi: ricevo commenti d’ogni genere ma tutti positivi, a pochi giorni dalla pubblicazione. Ed ecco spuntare le prime tre recensioni, anch’esse positive:

E poi è stato anche segnalato tra i libri della settimana dal Quotidiano del sud.

I progetti sono tanti, la scrittura chiama la scrittura e proprio il vostro apprezzamento e l’affetto che continuate a dimostrarmi alimenta le mie storie, dà vita ai personaggi, spinge a migliorare trame e intrecci. Nel caso di questo racconto però – contenuto ne Un altro Natale, Graphe.it – non vi sono trame e intrecci, non personaggi di fantasia: tutto appartiene alla mia realtà, come ho detto, a un momento della mia vita, a un incontro speciale che l’ha resa migliore. Che voi possiate leggere e capire l’importanza di ciò che ho scelto di condividere, è il più bel regalo di Natale che possiate farmi, perché avere dentro qualcosa da dire ma non trovare qualcuno che ascolta è sempre molto triste, nella scrittura così come nella vita vera. Per questo, ancora una volta, vi ringrazio e vi abbraccio tutti virtualmente (ve l’ho detto che sono diventata tecnologica, no?)

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Scrivere a mano: una magia dimenticata?

scrivere a mano

Buona cosa, il progresso. Il futuro serve a far di più e meglio, ma soltanto se non si dimentica ciò che sta alle sue spalle e che non sempre è datato oppure vecchio e inutile.

Il passato, nella vita di ogni giorno, dovrebbe essere considerato come parte integrante di ciò che siamo. Chi saremmo noi senza il nostro vissuto e le nostre memorie? Ne siamo il prodotto, in fondo. Non significa certo arenarsi, o non andare avanti. Significa invece non levare l’importanza a ciò che è in grado di gettare le basi su ciò che sarà.

Per esempio, quanto è cambiato il nostro modo di comunicare? Certo, tante cose si sono velocizzate e la tecnologia ci ha dato una grande mano sotto vari aspetti ma… Il linguaggio si sta impoverendo e la scrittura – quella a mano – è sempre più rara.

La psicologa Rita Maria Esposito, ricercatrice in Psicologia e Scienze Cognitive a Roma ha approfondito l’argomento su un numero della rivista Viversani, confermando importanti concetti dei quali mi sto da tempo interessando.

Riassumendo ciò che la ricercatrice sostiene, scrivere a mano aiuta la memoria a breve termine, regalando capacità di sintesi e di elaborazione. Favorisce l’apprendimento ed è importante per lo sviluppo cognitivo dei bambini. Favorisce inoltre un pensiero più profondo, aiuta a cercare e trovare soluzioni ai problemi.

Perché gettarci anche questo alle spalle?

Una tastiera, un carattere tipografico, non lasciano traccia intima di noi se non ovviamente nel contenuto di ciò che scriviamo. Nondimeno, lo scrivere a mano regala al foglio un’impronta autentica, rivelando tanto del nostro stato d’animo e addirittura del nostro senso estetico. Una immagine di noi più completa, spesso più vera e profonda… lo sanno bene i grafologi!

Il gesto stesso provoca qualcosa che ci riconduce verso la nostra essenza, mettendo in moto corpo e mente: ci fa soffermare su ciò che stiamo elaborando, sull’origine della parola che stiamo per trasferire su un foglio, sui processi mentali a lei collegati.

Come dice la Dottoressa, “Non si tratta di esaltare il passato a scapito delle nuove frontiere che la tecnologia può farci conoscere, ma di riconoscere alla scrittura a mano la sua utilità evolutiva”.

No, non smettiamo di scrivere a mano. Non facciamo che anche questa affascinante pratica sia dimenticata in virtù del progresso.

E, se non sapete ricreare la giusta atmosfera per ricominciare, regalatevi un taccuino e una penna, poi quando tutti dormono, e la vostra casa è immersa nel silenzio, scrivete un pensiero con la sola luce della candela a illuminare il foglio. Vi accorgerete di quale magia sia, e ne rimarrete incantati. Provateci, poi condividete le vostre impressioni. Con gli amici, con i vostri affetti più importanti. E, perché no, con me.

“Posso scrollarmi di dosso tutto mentre scrivo; i miei dolori scompaiono, il mio coraggio rinasce”. (Anne Frank)

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Trabocchetti e piacevoli sorprese

I narratori seriali

Per molti ancora la scuola non è terminata: gli insegnanti raggiungono le aule oramai accaldati, la mente già altrove orientata verso il desiderio/necessità di riposo, mentre gli alunni si affannano a recuperare qualche insufficienza o si preparano agli esami dell’ultimo anno.

Noi della Fo.ri.fo invece abbiamo terminato il nostro lavoro. Il saggio di fine anno ha visto i miei Narratori Seriali alle prese con la lettura dei loro racconti in pubblico, ed è stato bellissimo condividere insieme piacere ed emozione, applausi e piccole grandi soddisfazioni. Una classe bellissima, un gruppo “variopinto” che non solo ha dimostrato determinazione e passione, ma che tanto mi ha dato dal punto di vista umano. Abbiamo riso, lavorato, scherzato, condiviso ben otto mesi, addentrandoci totalmente in un terreno denso di trabocchetti e piacevoli sorprese; questo e tanto altro è la scrittura, adesso anche voi lo sapete.

Al saggio mancava il nostro lupo di mare, Damiano Siragusa, e per uno scherzo della tecnologia che tanto ama, lo scritto da me letto al suo posto non ha avuto audio nel video che i suoi colleghi scrittori hanno girato. Per questo, e su loro richiesta, mi pare giusto e bello postarlo qui, augurando a lui buon vento e a tutti voi Narratori Seriali buon lavoro, visto il progetto ambizioso che avete deciso di portare avanti, e che di certo non svelerò neppure sotto tortura!

Damiano Siragusa – Al mare

Affiderò i miei occhi e il mio cuore alla prora tagliente
che insieme fendano il mare e avanzino sicuri
“sull’agitato dorso della morte”. (*)
Lascerò che il vento tocchi il mio viso,
accarezzi la fronte con mani invisibili,
sciolga le rughe e cancelli i miei anni.
Sentirò il calore del sole, il sale del mare,
le gocce di pioggia senza riparo,
nell’immenso, solitario, temuto e cercato,
padre di ogni orizzonte o prossimo abisso.
Mirerò il cielo stellato
che rende chiara la notte,
ogni astro un ricordo lontano,
ogni alba il sonno di un mago
che solo di notte si sveglia e agisce.
E allora, solo allora, chiederò…
A te che mi hai lasciato partire
a te che mi lasci avanzare
a te che mandi i delfini a salutare la mia rotta
a te che mandi l’albatro a indicare la prossima terra…
A te, a te chiedo di essere clemente e perdonare i miei errori
a te chiedo di lasciarmi tornare
a te chiedo di ridarmi il sorriso di chi mi ha salutato
a te chiedo di riportarmi a quegli occhi che tutto mi sanno.
A te, chiedo che lieve sia la prossima onda
e mi porti un altro respiro.

(*) da “La scia della balena” di F. Coloane

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