Susanna Trossero

scrittrice

Profumo di mirto e lentischio

Mi piace osservare piccole solitarie imbarcazioni che – adagiate sullo specchio d’acqua – paiono come anziani appisolati sull’uscio di casa, in pomeriggi indolenti e su sedute di paglia.

Quelle sedie di legno riverniciate di fresco, le case basse e bianche, le reti abbandonate proprio là davanti, sul minuscolo marciapiede, le donne che intrecciano giunchi, i ragazzini scalzi.

Villaggi di pescatori. Si svegliano sempre all’alba, quelle piccole comunità, mentre altrove tutti dormono ancora. Ogni abitante ha qualcosa da fare per cui valga la pena lasciare il letto e il silenzio.

E la sera, il profumo di grigliate o di zuppa di pesce inondano l’unica via mentre piccoli pipistrelli giocano con il tramonto che promette nubi di fameliche zanzare.

In un villaggio così, ho imparato ad andare in bicicletta: una bici bianca, da grandi, con i parafanghi azzurri. E bianchi erano i calzettoni che temevo sempre di sporcare con il grasso della catena.

In pedalate incerte raggiungevo le vigne, ma il terreno sabbioso e poco adatto mi spingeva a tornare indietro, sull’asfalto della sola strettissima strada fusa al modesto agglomerato di case, case che si ammiravano l’un l’altra e sostenevano a vicenda. Profumata di salsedine e rosmarino, la via abitata era delineata a destra dai filari d’uva che si estendevano a perdita d’occhio, e a sinistra da una piccola spiaggia dove minuscole barche lignee riposavano dopo la pesca.

Poche famiglie abitavano quel luogo tiepido d’inverno e arido d’estate, poche quante erano le abitazioni, e il suo strano nome era Cussorgia. Ci si andava qualche volta, le domeniche di fine estate, in quelle sere troppo ancora troppo calde a cercare la clemenza dell’aria di mare, sempre invitati da amici di famiglia. Ho impressi gli odori, la semplicità, le reti ripulite, panieri e canestri fatti a mano, l’uva di settembre, le ginocchia sbucciate di Paolo, l’abilità di Marcello a fare la ruota come un vero circense, la voce un po’ stridula della signora Angelina che richiamava noi ragazzini quando la cena era pronta fingendo di non sapere che stavamo nascosti a rubare i chicchi maturi tra i filari bassi d’uva bianca.

Di recente, ho saputo che Marcello non c’è più. Chissà dove fa la ruota, adesso…

Mia madre abbronzatissima, mio padre allegro e loquace , i bicchieri di vino fatto in casa da signor Severino e destinato ai grandi. Poi le stelle, il cielo vicino vicino. E noi, con il mondo in mano soltanto perché sentivamo di avere tutto, in quel poco che oggi non profuma più di lentischio e mirto, ma di malinconia.

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