Susanna Trossero

scrittrice

Giuseppe Soffiantini: semplicemente un grande Uomo

on 12 marzo 2018

Giuseppe Soffiantini e Susanna Trossero

Sovente, a dire di qualcuno che non c’è più “era una persona meravigliosa” si rischia di apparire banali, di usare una frase fatta e della quale si abusa, non è vero?
Ma oggi, sarò io ad usarla questa frase, e lo farò condendola di significato e sincerità per un uomo che ho stimato davvero tanto, e che ci ha lasciati proprio oggi, all’età di 83 anni  tra l’altro compiuti proprio nei giorni scorsi. Si tratta di Giuseppe Soffiantini, diventato personaggio pubblico suo malgrado il 17 giugno 1997, quando fu rapito nella sua casa di Manerbio e poi tenuto in ostaggio per ben 237 giorni.

Oggi, sui giornali lo si ricorderà per la sua lunga prigionia, per questo fatto di cronaca che lo vide protagonista, ma io voglio raccontarvi dell’altro su di lui, sebbene strettamente collegato a queste vicissitudini.

Di Giuseppe Soffiantini ricordo le parole di perdono, rivolte ai suoi rapitori. Non atti d’accusa, non rabbia: perdono. Questo mi indusse a pensare che il trauma subito lo stesse privando di lucidità, e ovviamente lo pensarono i più.

Ispirata da ciò, scrissi un racconto nel quale provai a immedesimarmi in lui e in ciò che poteva aver vissuto. Quel racconto fu premiato in un concorso letterario, pubblicato poi in una raccolta, ma ancora non aveva trovato la sua strada. Decisi quale fosse quando, dopo aver visto un’intervista in tv proprio a lui, Soffiantini in cui – oramai lontano da quei giorni bui – continuava a non esternare alcuna forma di rabbia o rancore. Pensai che io quell’uomo dovevo incontrarlo. Cercai su internet l’indirizzo della sua azienda tessile, e decisi di spedirgli il mio racconto che lo riguardava accompagnandolo con una lettera.

“Mi prenderà per una pazza mitomane”, mi dissi.

Giuseppe SoffiantiniMa non andò così. Mi contattò e volle incontrarmi a Roma, in un pomeriggio di grandi emozioni e di tante parole. Parlammo per ore, e finalmente compresi. Di quelle ore ho mantenuto vivo in me e sempre lo manterrò, un grande ricordo. Mi parlò con grande amore della sua famiglia, con stima e orgoglio dei suoi figli, con ammirazione e affetto dei suoi dipendenti, con rispetto delle forze dell’ordine, con dispiacere ma anche severità dei suoi rapitori dei quali diceva “sono sempre stati peggio di me”. Non si trattava di Sindrome di Stoccolma né mai li ha giustificati: Soffiantini era un uomo lucido, presente a se stesso, ma fermamente convinto che ognuno di noi possiede un suo lato buono da qualche parte. Lato che le circostanze o l’ambiente possono seppellire, diceva.

Decisi di intervistarlo per GraphoMania e tempo dopo ci incontrammo ancora, ma questa volta a Brescia, dalle sue parti, dove insieme a una mia cara amica volle organizzarmi un evento letterario in cui esternò pubblicamente cose bellissime sul mio scrivere, e neppure questo dimenticherò.

In quell’occasione mi regalò due libri. Uno è il diario del suo sequestro, che sebbene ad oggi fuori produzione vi invito caldamente a cercare e leggere (Giuseppe Soffiantini, Il mio sequestro, Baldini & Castoldi). Lo divorai in pochissimo tempo, e per ben due volte lo rilessi con la stessa avidità, scoprendo la sua umanità, le sue vulnerabilità e la sua grande forza sia fisica che interiore. Mi sentii onorata di averlo conosciuto, credetemi.

L’altro libro invece era una raccolta di poesie scritta da Giovanni Farina, uno dei sequestratori al tempo detenuto in un carcere di massima sicurezza australiano. Fu proprio Soffiantini a muoversi perché venisse pubblicato, e mi spiegò che la scrittura e la lettura possono aiutare anche il peggiore degli uomini a trovare in sé una via diversa, una visione diversa delle cose e del vivere.

“Scrivere o leggere sono attività che ci migliorano tutti Susanna, nessuno escluso. Anzi, forse sono proprio gli esclusi, i gravidi di colpe, i peggiori, che devono essere spinti verso queste attività”.

Il suo diario del sequestro così termina:

“Buonista è una parola che deve essere uscita durante l’anno che sono mancato. Buonista è la parola di moda, ma credo di capirne bene l’uso. Forse si riferisce al mio carattere paziente. Non ho mai litigato con nessuno. Se non mi strappano per i capelli, sono, come dicono adesso, un buonista. Vedo il bene nelle cose. E sono appena uscito da un oceano di malvagità”.

E ancora:

“Sul perdono privato ne parleremo a lungo. Ma sul perdono e sul castigo sociale, sulla questione della pena, chi ha procurato del male alla persona e alla comunità deve pagare, secondo le regole”.

No, non era un buonista, Giuseppe Soffiantini. Né la sua essenza era o mai sarà riassumibile con una parola, che sia o no alla moda.

Era, però, semplicemente, un grande Uomo.


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