Susanna Trossero

scrittrice

Per Natale regalate abbracci

«Ci sarà tempo per pentirsi, dici a te stesso, perché sotto sotto lo sai che ti pentirai, ma non ti interessa. È addirittura bello, soccombere».

Pentirsi o andare avanti pronti a pagare il prezzo che verrà? Meglio un pentimento che un rimpianto, forse. Lo dice Enea, altro testimone del mio “Il male d’amore” che in realtà è di tutti voi: di chi si è offerto di partecipare mettendosi a nudo, di chi lo leggerà, di chi si sentirà meno solo incontrando riflessioni d’altri che forse gli appartengono, e di chi proverà empatia pur vivendo una bellissima storia d’amore.

Natale è oramai alle porte, e se è vero che non è mai un giorno di festa a cambiare le cose, è anche vero che il 25 dicembre regala l’occasione di riunirsi per passare un po’ di tempo insieme ai nostri cari, tempo che a volte ci sembra impossibile da ritagliare per via del lavoro, delle distanze, delle incombenze, di stanchezza e chissà che altro. Mi piace pensare che in questo giorno particolare, sia data la possibilità a chi si sente solo di provare il calore di un abbraccio, e spero non ne sarete avari perché gli abbracci non costano nulla eppure fanno tanto bene (e dovremmo averne una scorta da dare e da ricevere tutto l’anno!).

Oggi io voglio abbracciare Alma, che sogna di vedere le lacrime trasformarsi in nebbia e che ha tantissima positività dentro, nonostante tutto. Perché, a volte, “La vita può essere capita solo all’indietro ma va vissuta in avanti” (Soren Kierkegaard).

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Quel buco allo stomaco che non è fame

Oggi non sarò io a parlare: voglio regalarvi una pagina che mi ha colpita molto, tratta dal romanzo Il futuro di una volta, di Serena Dandini.

Succedeva sempre più spesso ormai. Una sensazione inaspettata, come un uomo maldestro che ti abbranca da dietro, ti mette le mani sugli occhi per farti una sorpresa e invece ti crea solo un gran disagio. Una “cosa” che arriva alle spalle e ti avvolge come un asciugamano bagnato, poi segue a ruota un buco allo stomaco, ma anche se è ora di pranzo non è la fame. Toglie il fiato e lascia spossati, un senso di mancanza, come quando non trovi più la borsa sulla spalla o il cappello in testa.

La voce narrante prosegue spiegando che la “cosa” le ricordava quando

da piccola la portavano dal dottore e non era capace di descrivere dove le faceva male, eppure lo sentiva, ma il dolore era furbo, svagheggiava, si muoveva tra le ossa e le ghiandole, scompariva per poi riemergere più forte di prima quando era già tornata a casa

Racconta che così com’era arrivata, la “cosa” per fortuna se ne andava, lasciando però un senso di nostalgia, qualcosa di indefinito dentro. E conclude aggiungendo:

Qualcosa che sarebbe potuto avvenire e ora le sembrava scaduto il tempo. Ecco, era così. Aveva nostalgia della sua innocenza, di quello stato d’animo vago di attesa, quando si è ancora fiduciosi che qualcosa di bello e di nuovo possa sorprenderci.

Capita spesso, di incontrare profondità nei libri. Anche in uno pieno di ironia come questo. Conosciamo lo stile di Serena Dandini, il suo umorismo, eppure tra un sorriso e l’altro ci pugnala al cuore ricordandoci che

Siamo tutti bimbi in attesa di una notte di Natale che stenta ad arrivare. Poi un bel giorno ti accorgi che Babbo Natale non esiste e a seguire sei tempestato da una raffica interminabile di cattive notizie.

Mia cara Serena Dandini, con queste parole tu quella “cosa” la risvegli anche in noi, e non so se ti perdonerò per questo ma… ti voglio bene lo stesso!

Foto | Niccolò Caranti, CC BY-SA 3.0 https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0, attraverso Wikimedia Commons

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Il primo giorno e l’ultimo

C’è un primo giorno, quello dell’incontro, della storia che nasce, della porta che si chiude alle sue spalle e di quella che si spalanca regalandogli un futuro insperato.

E c’è l’ultimo, quello dell’addio mentre lo accarezziamo facendogli sentire che non è solo, della malattia che se lo prende così come accade alle persone.

Nel mezzo, tra quel primo giorno emozionante e l’ultimo fatto di lacrime, una nuova realtà aveva preso piede: mescolando impegno e amore, aveva costruito qualcosa di solido fatto di piccoli dettagli se presi singolarmente, ma che nell’insieme hanno dato vita al nostro per sempre. Il rumore delle tue unghie sul pavimento, la tua adorazione per i centri commerciali, quel titubante vagare per casa con la copertina sulle spalle come un’anziana signora, l’imbarazzo nell’indossare l’impermeabile quando pioveva, il respiro regolare del sonno, gli sbadigli rumorosi, le improvvise gioie, il peso del tuo testone addosso, la tua paura del calzascarpe, quel brontolare se stavo troppo al pc, la curiosità buffissima per i cartoni animati…

Nel mezzo. Tra il primo giorno e l’ultimo.

Là c’erano tante di quelle piccole magie ed emozioni che ora la casa ci appare come un pozzo nero, senza fondo né luce. Tu sei stato il nostro Natale, persino un libro lo racconta rendendoti immortale fino a quando ancora qualcuno lo leggerà.

La casa è ancora piena di te e del tuo vivere anche in tua assenza, morire non era contemplato nel nostro quotidiano insieme. Avremmo voluto vederti invecchiare ma la sorte non ci ha concesso questo grande dono, Amico mio.

E chissà se hai davvero capito, fino in fondo e senza alcun dubbio – dopo un passato di abbandono e tristezza – quanto ti abbiamo amato. Noi, il tuo amore, ce lo porteremo sempre nel cuore.

Grazie Capoccione.

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Un regalino per voi

Che cosa pensate, degli audiolibri?

Pare siano nati negli anni ’30, al tempo venivano registrati su dischi in vinile ma ho letto che già nel 1877 con l’invenzione del fonografo, Edison stesse pensando a qualcosa di simile per i non vedenti. E se è vero che con internet gli audiolibri sono diventati parte del nostro quotidiano, in fondo è altrettanto vero che non ci siamo inventati niente di nuovo: erano audiolibri anche quelli che si ascoltavano alla sera, secoli dopo secoli, da bambini, prima di dormire… Certo, letti da voci familiari e amate, ma ascoltati con curiosità e trepidazione anche quando se ne conosceva quasi a memoria ogni singola riga!

Ho un’amica cara che per molto tempo li ha ascoltati alla radio, in auto, in quell’ora o poco più di tragitto per andare al lavoro. Un modo piacevole per ignorare traffico e semafori, pensieri o noie quotidiane, destinazione o quant’altro di non rilassante facesse capolino. A pensarci bene, non le ho mai domandato se le capita ancora – adesso che al lavoro non ci va più – di ascoltare quelle storie lette e interpretate da belle voci.

Ma attenzione: anche la storia più bella, se letta da una voce che non ci piace, perde tantissimo. Gli esperti consigliano di ascoltare prima un breve estratto per esser certi che ci lasceremo catturare senza difficoltà o distrazioni.

Oggi vi voglio regalare io una storia, ed è proprio quella che affianca il mio Tutti gli Alfredo del mondo nel libricino appena pubblicato dal titolo Un altro Natale, Graphe.it.

Si tratta di un racconto Ferdinando Paolieri, l’ultimo cantore della Maremma, si intitola Il Natale di Granfialunga e ci porta nel bosco, tra volpi affamate e umani dalla dispensa piena. Questo è il nostro piccolo regalo datato 1927, spero lo apprezzerete.

Buon ascolto!

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Diventare tecnologici: meglio tardi che mai!

Oramai lo sapete tutti, voi che mi seguite, la tecnologia non è il mio pane quotidiano: sono una nostalgica, è vero, ma comprendo la necessità di aprirsi al nuovo usando gli strumenti che proprio il nuovo offre. In fondo, a ben pensarci, è addirittura bello potervi raggiungere con un video, parlare con voi esternando qualcosa di più su un mio progetto andato in porto, sperare di regalarvi una breve chiacchierata che vi risulti piacevole.

Il mio Tutti gli Alfredo del mondo ha cominciato il suo viaggio nel migliore dei modi: ricevo commenti d’ogni genere ma tutti positivi, a pochi giorni dalla pubblicazione. Ed ecco spuntare le prime tre recensioni, anch’esse positive:

E poi è stato anche segnalato tra i libri della settimana dal Quotidiano del sud.

I progetti sono tanti, la scrittura chiama la scrittura e proprio il vostro apprezzamento e l’affetto che continuate a dimostrarmi alimenta le mie storie, dà vita ai personaggi, spinge a migliorare trame e intrecci. Nel caso di questo racconto però – contenuto ne Un altro Natale, Graphe.it – non vi sono trame e intrecci, non personaggi di fantasia: tutto appartiene alla mia realtà, come ho detto, a un momento della mia vita, a un incontro speciale che l’ha resa migliore. Che voi possiate leggere e capire l’importanza di ciò che ho scelto di condividere, è il più bel regalo di Natale che possiate farmi, perché avere dentro qualcosa da dire ma non trovare qualcuno che ascolta è sempre molto triste, nella scrittura così come nella vita vera. Per questo, ancora una volta, vi ringrazio e vi abbraccio tutti virtualmente (ve l’ho detto che sono diventata tecnologica, no?)

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