Susanna Trossero

scrittrice

Vincere alla lotteria

L'angelo della porta accanto

Quante volte ci domandiamo che cosa serve perché uno scrittore raggiunga il maggior numero di lettori?

Come vedete, non ho usato la parola successo perché la ritengo fuorviante.

Oggi successo è uguale a presenza in tv, ampi spazi in libreria (magari una vetrina con esposte venti o trenta copie tutte insieme), e io vorrei invece riferirmi a quel tam tam di lettori che mette in moto qualcosa di magico.

Non mi piace chi acquista un libro da regalare a Natale basandosi sulle tempeste mediatiche; mi piace invece chi prova ad ascoltare le voci di chi quel libro lo ha letto o va a caccia di recensioni on line per saperne di più. Se poi addirittura lo leggesse prima di regalarlo sarebbe fantastico, ma anche una pretesa quindi fingete che io non lo abbia detto.

Ebbene, divagazioni a parte sul mio personale concetto di successo, che cosa serve a uno scrittore per essere talmente apprezzato da lasciare il segno?

Un buon prodotto, diremmo tutti.

Talento.

Una storia che funziona e che ci coinvolga.

Insomma, un lavoro ben fatto è la chiave.

Ma… e se invece non fosse così? Da qualche giorno sto rileggendo un romanzo di Stephen King che mi colpì molto quando venne pubblicato la prima volta, mi pare intorno al 1984. Si tratta de L’occhio del male, in realtà firmato al tempo con lo pseudonimo di Richard Bachman. Gli appassionati del grande King sanno che con questo nome firmò cinque romanzi compreso questo, e intendeva proseguire ancora, probabilmente con Misery. Gli fu impedito da un commesso scaltro che – conoscendo lo stile di King – indagò fino a riuscire a curiosare in un contratto firmato a nome King sebbene riguardasse Bachman. Insomma, fatto due più due la clamorosa notizia fu pubblicata dai giornali e Bachman… morì.

Stephen King, con questa storia dello pseudonimo si era divertito a giocare un po’ anche per vedere se uno sconosciuto che arriva in libreria senza clamore (lo aveva preteso lui dall’editore), può ripetere il successo già ottenuto dal vero autore.

Il punto è questo: i romanzi di re Stephen hanno venduto nel mondo un numero portentoso di copie, sono stati corteggiati da grandi registi e amati dai lettori. Ma Richard Bachman ha sì raggiunto un numero dignitoso di copie vendute, ma insignificante rispetto ai numeri fatti dal vero autore. Mi seguite?

Per essere più chiari: in America, 28.000 copie vendute de L’occhio del male firmato Bachman, sono diventate in un attimo 280.000 quando si è saputo che l’autore era in realtà Stephen King.

E allora, leggendo la sua riflessione in merito a tutto ciò, mi domando se non abbia ragione a pensare che il successo non necessariamente derivi da un buon prodotto: c’è dietro anche tanta fortuna. King ha raggiunto il successo con le sue prime pubblicazioni, Bachman è rimasto nell’ombra. Il talento però era lo stesso.

Non vi lascia pensierosi?

E se tutto fosse davvero soltanto legato al caso? Se fossero il caso o la fortuna a decretare che milioni di persone possiedano il tuo libro sul comodino e ne parlino con gli amici consigliandolo, oppure che bivacchi per un po’ in libreria seppellito da tanti altri titoli e poi

finisca al macero?

Personalmente, queste riflessioni del re del brivido, hanno colpito nel profondo.

È il lavoro che ti porta alla vetta o è tutto solo una lotteria?

Richard Bachman, ha gettato la spugna dopo esser stato smascherato, lasciando questa domanda insoluta, ma… voi, lettori o scrittori che siate, che risposta dareste?

Vi aspetto.

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Un Natale per tutto l’anno

Una palla dell'albero di NataleQualcuno ha detto che il Natale è uno stato d’animo, e forse è proprio così. Per me va ben oltre una ricorrenza religiosa, un’abitudine consolidata che ogni anno si ripresenta, una festa comandata… Per me è quella voglia di stare con le persone care seduti ad una tavola, con il profumo di buono che inonda la casa. È famiglia, chiacchiere, pacchetti da scartare, mani da stringere, con il freddo fuori dalla porta. È condivisione di buon vino e sorrisi, dunque il Natale mi è spesso di casa, perché lo vivo nel quotidiano, quando il quotidiano me lo permette. Lo vivo quando rivedo chi mi è caro, quando posso riabbracciare chi è lontano, o quando qualcosa mi sorprende. Lo vivo quando respiro amore tra le mura della mia casa, quando un amico mi sorride, quando apparecchio la tavola in modo colorato o quando qualcuno divide il cibo e le chiacchiere con me.

E allora, a tutti voi e a me stessa, adesso che il 25 dicembre è appena trascorso, auguro un Natale che faccia capolino anche in tutte le giornate, in quelle più “normali” e nell’anno che verrà, con affetto sincero.

Vostra Susanna

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I diversamente vivi

diversamente vivi

Era così giovane. Uno sconosciuto poco più che adolescente, la cui alta statura strabiliava. Dinoccolato, sorridente, pallido e smunto. Stampelle. Tuta da ginnastica. Neppure un capello in testa, passeggiava per i corridoi dell’ospedale accompagnato da una madre minuta, intenta a non mostrare lacrime né paure.

Mi ha incantata il candore dello sguardo, la gioventù della sua pelle.

Ne ho visti tanti, portatori di morte… Parlavano, ridevano, speravano o temevano; alcuni “ignoravano”,  forse perché gli era stato taciuto l’inaccettabile.

Diversamente vivi.

Di quei tanti, ve n’erano che appartenevano alla mia storia di bambina o al mio vissuto di adulta: un pranzo, una gita in campagna o una giornata al mare, i regali di Natale, i compleanni o le foto di gruppo. Anni di condivisioni e risate… già, risate. Sono una di quelle persone fortunate che di risate ne hanno condiviso tante.

I portatori di morte andavano al cinema e al ristorante e, dopo poco, al cinema si distraevano e dal ristorante uscivano nauseati. Da un giorno all’altro tutto cambiava, per loro. Qualcosa cominciava a non andare: la sommossa delle cellule cattive contro quelle buone.

Difficile identificarsi in loro, personaggi di un mondo di fantascienza in cui i mostri hanno la meglio. A osservarli, ci si dissocia dal reale per non doversi soffermare su ciò che è preferibile tener fuori dalla porta, ma i portatori di morte non bussano: entrano e vivono nelle tue stesse stanze portando la paura.

A volte basta una telefonata, lo sguardo di qualcuno che ti aggancia per farti capire, o ancora una diagnosi scritta su un foglio che ti si tatua nella testa. Ed eccoli là, nelle nostre notti insonni, nel pensiero molesto, nel risveglio angosciato.

Quanti ne ho visti, in quei conti alla rovescia, consumarsi di vita mancata e fingere che nulla stia cambiando.

Mi hanno insegnato il dono prezioso di quell’oggi che mai andrebbe sprecato in favore di un domani aleatorio, e li ho visti aggrapparsi al suono della pioggia che batte sui vetri, al piccolo piacere di una tazza di té… E spesso, davvero troppo spesso, io ero là a tenergli la mano.

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Buon Natale

Buon Natale

C’era una volta il Natale dell’infanzia, quello che ti sorprendeva così come ancora ti sorprendeva la vita, quello dei pilastri che riunivano le generazioni, ovvero i nonni e, subito dopo, i genitori.

C’era una volta il tuo Natale di bambino speranzoso: Babbo Natale, avrà letto la mia letterina? Avrà capito bene? E poi eccoli, i pacchetti tanto attesi e anche quelli che non ti aspettavi!

C’era una volta…

In molte bacheche di Facebook, leggo frasi come “Speriamo che passi presto”, e mi viene in mente qualche anno in cui – all’approssimarsi delle festività – l’ho detto anch’io . Ma questo è un anno in cui mi voglio soffermare sulla luce negli occhi di chi, il Natale, lo sta proteggendo: dai problemi, dallo scontento, dalle assenza, da privazioni o malumori. Dalla vita insomma, a favore del piacere di una “banalissima” ma calda condivisione a tavola con grandi e piccini, con gli amici lontani che tornano “a casa”, o con chi da casa è lontano e si unisce alla tavolata per non sentirsi solo.

Perché in fondo, il Natale offre sempre una scusa: ci “costringe” tutti a stare insieme, e se per alcuni tutto ciò rappresenta uno sforzo o un problema… beh, guardate bene tutti i vostri commensali: sono certa che vi è fra loro più d’uno per il quale vale la pena esser là. Questa è la magia.

Buon Natale, brontoloni…

Susanna

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La festa è finita

Autunno

In questo clima di festività un poco fasullo, con i negozianti in crisi perché la clientela in crisi lo è ancor di più, i cenoni che non si evitano ma i regali che si ridimensionano, e gli spumanti dell’Eurospin in offerta speciale che vanno a ruba, ho incontrato diverse persone che mi hanno parlato di feste di piazza, con le luci che si spengono, in una malinconica metafora che mi è rimasta dentro. In questo dicembre non hanno decantato nulla che abbia a che fare con alberi di Natale illuminati, no.

Feste di piazza.

Qualcosa è cambiato, forse troppo. E male.

Per molti, troppi, è finita la festa. Non c’è altro modo per esprimere quella strana sensazione, quando si presenta. Mi hanno raccontato della musica che cessa, di tutta quella gente vista di spalle, che se ne va altrove, magari un po’ stanca e con un unico desiderio: dormire.

È finita la festa. La ghiaia sotto i piedi, il palco che viene smontato, il rumore di ferro, di sedie ripiegate, di auto che ripartono. Il vociare, da allegro diviene sommesso, l’aria si è fatta umida, le stelle sono nascoste, forse pioverà. Piove sempre, quando la festa finisce, eppure l’acqua ci coglie impreparati, senza un ombrello.

C’è un tempo, sempre troppo lontano e che non dura mai a lungo, in cui quando una festa finisce si aspetta semplicemente quella successiva. Ma ve n’è uno che dura molto di più, e in quello lo sai, oh se lo sai, che tutto è cambiato e che – la festa – è finita davvero.

So di essere andata controcorrente, in questo mio post pre-natalizio, ma volevo dar voce anche a chi sta rivivendo il calcio alla lattina vuota, mentre torna a casa e i fuochi d’artificio sono finiti, lasciando nell’aria quel tipico odore di candela appena spenta.

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