Susanna Trossero

scrittrice

Villaggi di pescatori, ricordi d’infanzia

on 20 luglio 2017

Barca

Mi piace, osservare piccole solitarie imbarcazioni che – adagiate sullo specchio d’acqua – paiono come vecchi appisolati sull’uscio di casa, in pomeriggi assolati.

Quella sedia impagliata che li accoglie, i racconti di mare, le case basse e bianche, le reti abbandonate dopo la pesca proprio là davanti, sul minuscolo marciapiede. E le donne che intrecciano giunchi, i ragazzini scalzi e in braghe corte.

Villaggi di pescatori, ricordi d’infanzia.

Si svegliano sempre prima del sole, quelle piccole comunità, mentre altrove tutti dormono ancora, e ogni abitante ha qualcosa da fare per cui valga la pena lasciare il letto e il silenzio.

E la sera, il profumo di grigliate o di zuppa di pesce inondano l’unica via, mentre piccoli pipistrelli giocano con il tramonto che promette loro nuvole di zanzare.

In un villaggio come questo, ho imparato ad andare in bicicletta, una bici bianca con i parafanghi azzurri, e bianchi erano i calzettoni che temevo sempre di sporcare con grasso della catena. Chi l’avrebbe sentita poi, mia madre!

Con pedalate incerte raggiungevo le vigne, ma il terreno sabbioso e poco adatto mi spingeva a tornare indietro sull’asfalto dell’unica strada del villaggio. Stretta, corta, le case a delimitarla che si affacciavano l’un l’altra, la via aveva dunque un inizio e una fine: da una parte i bassi filari d’uva bianca e nera, dall’altra una minuscola spiaggia a forma di mezza luna, dove barchette di legno colorato si riposavano dopo la pesca, adagiate su un fianco.

Ginepro, mirto, lentischio, gigli spontanei, conchiglie che parevano enormi, o forse troppo piccole erano ancora le mie mani.

Poche famiglie abitavano quel luogo, poche quante erano le case, e aveva uno strano nome, Cussorgia, dal latino medievale cursoria; nel 2011 ben settantacinque abitanti risultavano al censimento, ma quando la sottoscritta pedalava incerta con i ragazzini locali, gli abitanti erano ancor meno!

Ci si recava laggiù – invitati da amici di famiglia – nelle domeniche di fine estate o in quelle sere ancora troppo calde per rinchiudersi a casa; al tempo, il nostro condizionatore era rappresentato dalla clemenza dell’aria di mare, e ho impressi gli odori, la semplicità, le reti ripulite, i giunchi da raccogliere in fascine. E poi i canestri appesi alle pareti, i pomodori sui davanzali ad essiccare, l’uva di settembre, il brodo di pesce necessario a riciclare gli scarti che scarti non erano mai.

A volte, quando tutto si accumula e le giornate non bastano mai, fantastico di un luogo come quello, dove passare qualche settimana in un niente apparente che in realtà è davvero tanto, e tanto all’anima restituisce.


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