Semplicità…
L’ho respirata fin da bambina, tra i miei affetti e nella vita che conducevo. Me ne sono abbeverata fino a che non ha fatto parte del mio essere, di ciò che sono stata e sono. Perché la semplicità non è pochezza, non è banalità né arrendersi a ciò che si ha o non andare oltre verso nuove scoperte.
No. La semplicità – per me – è gioire di piccole cose, anzi, notarle le piccole cose prima ancora di cercare dell’altro. Fermarsi, sentirsi bene nel compiere un gesto o nel fare qualcosa.
I bambini esplorano il mondo e altri mondi costruiscono attorno a loro soprattutto quando hanno poco a disposizione. Soltanto allora creano, immaginano, inventano. Gli basta una scatoletta di cartone, un foglio e i colori, un tappo di sughero, un pezzo di pongo. Ve lo ricordate quando era così? Io si.
E ricordo il sogno semplice di mio padre: andare in pensione per stare di più in spiaggia in estate, per cercar più funghi d’inverno, per fare pic nic in primavera, per raccogliere castagne in autunno… Piccole cose che a lui parevano la felicità. Una felicità semplice, a portata di mano…
Mia madre adorava ballare. E guardare i film in bianco e nero. E cucinare per un reggimento anche se eravamo in tre, o passeggiare ovunque, purché si camminasse tanto… Non era mai stanca. E c’era una cosa che la rendeva particolarmente felice: andare all’Upim. Perché? non si sa. In famiglia l’abbiamo sempre presa in giro perché potevi portarla in qualunque città e lei si domandava se anche là ci fosse l’Upim, obbligandoci ad andarci tutti insieme come in una gita.
L’Upim è quel luogo che mi ha vista lasciare l’infanzia: quando ero piccola c’erano anche i giocattoli e ne restavo estasiata, ma un bel giorno un maglione rosso distolse la mia attenzione e per la prima volta disertai reparti per l’infanzia e dei dolciumi e volli quel maglione “da grande”. Stavo per entrare nell’adolescenza e mia madre si spaventò moltissimo! L’Upim l’aveva tradita, trasformando sua figlia!
Poi per molti anni andò tutto liscio, il grande magazzino seppur apportando cambiamenti continuò a soddisfare le sue aspettative, e lei seguì alla lettera lo slogan “Prima passa alla Upim”: tappa insostituibile e vitale, divenne un motivo per noi tutti per prenderla bonariamente in giro usando proprio la azzeccata frase pubblicitaria.
Negli ultimi anni della sua vita si sentì nuovamente tradita dal suo magico luogo preferito: era dimagrita tantissimo per via di una forma di diabete e tutto ciò che provava si rivelava troppo grande da indossare, seppur cercando taglie piccole. Era oramai così minuta, esile, che trovare qualcosa di adatto per fisico ed età stava diventando problematico.
Eppure, fino al suo ultimo anno di vita, con un bastone a sorreggerla e il passo lentissimo, l’affanno e la poca lucidità rimasta, ha continuato a farsi accompagnare all’Upim e a sentirsi felice per l’impresa titanica di starci almeno un poco, in piedi, magari ammirando un indumento che le ricordava la gioventù. Non è mai uscita da là senza comprare a me ciò che avrebbe voluto per sé.
Lei è andata via un anno e mezzo fa. Oggi, a volte, anche io vado all’Upim. E mi sembra di sentirla accanto a me, poggiata al mio braccio, ridere felice come una bambina perché le propongo minigonne o abiti scollati, capi che non avrebbe indossato neppure quando poteva permetterseli… Era così bella…
Se davvero esistono i fantasmi, mia madre sta vagando radiosa in quei reparti e oramai arresa alla sua taglia introvabile, si compiace del prezzo degli articoli casalinghi, mentre accarezza una tovaglia da regalarmi.

La tenerezza delle cose che non ci sono più. Un tuffo nel passato quando c’erano le brave persone. Grazie
Grazie a te per essere passata di qui e… ricorda: le brave persone ci sono ancora e sempre ci saranno
Io indosso ancora dei jeans bianchi comprati in una UPIM di Roma molte decine di anni fa. È stato per anni un punto di riferimento nel quartiere. Che bei ricordi.
Grazie Anna per aver condiviso i tuoi 🙂
Ho ricevuto una bellissima mail dal Dottor Massimo Iacobelli, Direttore Generale Upim, il quale mi ha autorizzata a postarla qui:
Gentile Susanna,
desidero ringraziarla personalmente per le parole che ha voluto dedicare a Upim.
Leggere il suo racconto è stato un privilegio. Ci ha ricordato che un’insegna come la nostra non è fatta soltanto di negozi, prodotti o promozioni, ma soprattutto dei ricordi, delle emozioni e dei momenti di vita che, nel tempo, si intrecciano con le storie delle persone.
La figura di sua madre emerge con una dolcezza straordinaria. Attraverso il suo racconto abbiamo immaginato il suo entusiasmo nel varcare la soglia di un negozio Upim, il piacere delle piccole cose, il sorriso davanti a un acquisto, la felicità di scegliere un regalo per chi amava. Sono immagini che ci emozionano profondamente e che rappresentano il significato più autentico del nostro lavoro.
Sapere che Upim abbia accompagnato tanti momenti della vostra vita familiare, dall’infanzia fino agli ultimi anni trascorsi insieme, è per noi motivo di grande orgoglio ma anche di responsabilità. Ogni giorno cerchiamo di costruire luoghi in cui le persone possano sentirsi accolte e vivere esperienze semplici, sincere e familiari. Il suo racconto ci ricorda perché questo impegno è così importante.
La ringraziamo per aver scelto di condividere con noi un ricordo tanto intimo e prezioso. Storie come la sua rappresentano il patrimonio più bello che un marchio con la nostra storia possa custodire.
Le auguriamo che, ogni volta che entrerà in un negozio Upim, possa continuare a ritrovare quel sorriso e quel legame speciale con sua madre che ha saputo raccontare con tanta sensibilità.
Desidero dirle ancora una volta grazie e farle sentire che la sua storia è diventata, in qualche modo, anche una piccola parte della nostra.
Con i più cordiali saluti,
Massimo Iacobelli