Susanna Trossero

scrittrice

Prima passa alla Upim

Semplicità…

L’ho respirata fin da bambina, tra i miei affetti e nella vita che conducevo. Me ne sono abbeverata fino a che non ha fatto parte del mio essere, di ciò che sono stata e sono. Perché la semplicità non è pochezza, non è banalità né arrendersi a ciò che si ha o non andare oltre verso nuove scoperte.

No. La semplicità – per me – è gioire di piccole cose, anzi, notarle le piccole cose prima ancora di cercare dell’altro. Fermarsi, sentirsi bene nel compiere un gesto o nel fare qualcosa.

I bambini esplorano il mondo e altri mondi costruiscono attorno a loro soprattutto quando hanno poco a disposizione. Soltanto allora creano, immaginano, inventano. Gli basta una scatoletta di cartone, un foglio e i colori, un tappo di sughero, un pezzo di pongo. Ve lo ricordate quando era così? Io si.

E ricordo il sogno semplice di mio padre: andare in pensione per stare di più in spiaggia in estate, per cercar più funghi d’inverno, per fare pic nic in primavera, per raccogliere castagne in autunno… Piccole cose che a lui parevano la felicità. Una felicità semplice, a portata di mano…

Mia madre adorava ballare. E guardare i film in bianco e nero. E cucinare per un reggimento anche se eravamo in tre, o passeggiare ovunque, purché si camminasse tanto… Non era mai stanca. E c’era una cosa che la rendeva particolarmente felice: andare all’Upim. Perché? non si sa. In famiglia l’abbiamo sempre presa in giro perché potevi portarla in qualunque città e lei si domandava se anche là ci fosse l’Upim, obbligandoci ad andarci tutti insieme come in una gita.

L’Upim è quel luogo che mi ha vista lasciare l’infanzia: quando ero piccola c’erano anche i giocattoli e ne restavo estasiata, ma un bel giorno un maglione rosso distolse la mia attenzione e per la prima volta disertai reparti per l’infanzia e dei dolciumi e volli quel maglione “da grande”. Stavo per entrare nell’adolescenza e mia madre si spaventò moltissimo! L’Upim l’aveva tradita, trasformando sua figlia!

Poi per molti anni andò tutto liscio, il grande magazzino seppur apportando cambiamenti continuò a soddisfare le sue aspettative, e lei seguì alla lettera lo slogan “Prima passa alla Upim”: tappa insostituibile e vitale, divenne un motivo per noi tutti per prenderla bonariamente in giro usando proprio la azzeccata frase pubblicitaria.

Negli ultimi anni della sua vita si sentì nuovamente tradita dal suo magico luogo preferito: era dimagrita tantissimo per via di una forma di diabete e tutto ciò che provava si rivelava troppo grande da indossare, seppur cercando taglie piccole. Era oramai così minuta, esile, che trovare qualcosa di adatto per fisico ed età stava diventando problematico.

Eppure, fino al suo ultimo anno di vita, con un bastone a sorreggerla e il passo lentissimo, l’affanno e la poca lucidità rimasta, ha continuato a farsi accompagnare all’Upim e a sentirsi felice per l’impresa titanica di starci almeno un poco, in piedi, magari ammirando un indumento che le ricordava la gioventù. Non è mai uscita da là senza comprare a me ciò che avrebbe voluto per sé.

Lei è andata via un anno e mezzo fa. Oggi, a volte, anche io vado all’Upim. E mi sembra di sentirla accanto a me, poggiata al mio braccio, ridere felice come una bambina perché le propongo minigonne o abiti scollati, capi che non avrebbe indossato neppure quando poteva permetterseli… Era così bella…

Se davvero esistono i fantasmi, mia madre sta vagando radiosa in quei reparti e oramai arresa alla sua taglia introvabile, si compiace del prezzo degli articoli casalinghi, mentre accarezza una tovaglia da regalarmi.

5 Comments »

Canzoni stonate

io

Vi sfido.

Vi sfido a non trovare tra le infinite stanze della memoria, una canzone che rievochi un tempo lontano. Un tempo collocato così indietro, rispetto agli altri, così poco sfruttato nel rito delle evocazioni segrete…

In un attimo, note, parole, versi in musica, il presente annullato e quell’odore di bucato sulla pelle, il vento addosso mentre corri in bicicletta, nessun affanno – non è previsto nell’adolescenza – ma il batticuore sì, è previsto anzi obbligatorio.

L’aria era diversa, allora: penetrava fresca nei polmoni in qualunque stagione, accarezzava la nuca, si posava sulle guance, e cantare a squarciagola pedalando serviva a farsi udire dal ragazzino che leggeva fumetti dietro alle imposte chiuse. Più tardi, il quartiere si svegliava dall’indolenza pomeridiana, altre biciclette apparivano come lucertole al sole, e con loro altre voci, altri canti, mescolando le carte. Io restavo sola ancora per qualche minuto, in quella moltitudine di gote arrossate, a domandarmi chi avesse sentito la mia, di voce, e se mai fosse giunta all’interessato, improvvisamente intimidita dal coraggio di poche ore prima. Ma poi era l’età a vincere ogni incertezza, e divenivo anch’io gruppo dal quale trarre forza, e la canzone si trasformava in coro stonato, in unione, in gioventù chiassosa e felice.

Canzoni.

Canzoni a imprimersi per sempre come colonne sonore di film che credevi d’aver scordato, e che invece ancora conosci a memoria e nella memoria sono marchiate a fuoco. Risentirle è emozione, perché nulla di quella ragazzina è andato perso. Neppure in voi, credetemi. Vi basterà una canzone, per scoprirlo. Una canzone che funge da macchina del tempo ce l’abbiamo tutti. A qualcuno fa male, ad altri intenerisce, chissà tu che leggi a quale categoria appartieni.

E io? Beh, nessun rimpianto, nessun pentimento, è stato tutto così come doveva essere, nel bene e nel male. Sono stata una bambina felice e da adulta ricordo perfettamente il momento in cui ho pensato che di lì a poco sarei diventata grande. E voi lo ricordate? Raccontatemelo…

No Comments »

La prima volta

Quante primavere ho conosciuto? Il cielo turchino, il tepore sulle panchine della piazza, le lucertole ad occhi chiusi sui muretti a secco… Ma questa è LA primavera, non una delle tante, perché c’è lei e chissà dov’era prima. L’odore delle ginestre è già intenso e la circonda tutta mentre corre via gridando “Tana!”

È bellissima, lo so, nonostante la nebbiolina dispettosa che impedisce di scrutare il suo viso nel dettaglio, ma vedo la luce nei capelli, vedo la figura snella e intuisco gli altri sguardi su di lei. Oggi è il giorno fatidico, DEVE esserlo, prima che lo sia di qualcun altro.

C’è un chiosco con la macchinetta dei gelati, di quelli che vengono fuori a ricciolo abbassando una leva, ma di soli due gusti, massimo tre se consideri la fragola, però quella non la trovi quasi mai.

Quando siamo tutti sufficientemente stanchi e sudati, la avvicino a occhi bassi e le chiedo se le va un gelato; la sento incerta, forse non le piaccio oppure è troppo timida o, ancora, è così bella che neppure mi vede. Ma sceglie panna, io cioccolato e siamo inaspettatamente seduti vicini sulla panchina, stavolta noi due lucertole al sole. Così, da vicino, la nebbiolina si dirada e mi permette di avere la conferma: è proprio bellissima!

Lo so, la miopia non è la fine del mondo, ma ho appena levato l’apparecchio, ci mancano solo gli occhiali! E poi è matematico, se hai gli occhiali ti vengono pure i brufoli.

Ora parliamo: scuola, genitori severi, musica, film, e il cuore mi batte così forte che sento a malapena la sua voce! Quanto tempo passa? Non lo so, gli altri sono andati via e l’aria si è fatta più fresca. Le svelo la mia passione per la scrittura, le chiedo cosa legge e piuttosto che raccontarmi di sé ride di un vecchio baule di sua madre, che contiene “Piccole donne”, “Le piccole donne crescono”, “I ragazzi di Jò”, “La piccola Dorrit” e io non so neppure di che parla, ma dev’essere qualcosa di ridicolo e per essere all’altezza della situazione non racconto della mia passione per Giulio Verne – ereditata da mio padre – né della raccolta di Montale che mia nonna ha comprato per me a Natale. Sono tempi di Harry Potter questi. E di vampiri. Ma il coraggio di tirar fuori quell’ultimo foglio imbrattato d’inchiostro la sera prima, quello sì, ce l’ho.

“Ieri sera ho scritto questo, è la storia di una ragazza bellissima, con i capelli come i tuoi…” le dico porgendoglielo. Capirà?

Silenzio.

Si rigira il foglio tra le mani e di colpo mi maledico e vorrei sparire! Non le interessa. Non prova neppure a leggerlo. Non le interessa. Dio fulminami. Adesso, qui! Ti prego, in fondo che ti costa? Chi ha detto che avere quattordici anni è fighissimo? I genitori, solo quelli possono dire una cosa così stupida, sempre lì a ripetere “Ah, se tornassi indietro!”.

E io invece vorrei essere mio zio, circondato di donne che nemmeno sa più dove metterle!

Quanto ancora deve durare questo silenzio? Sto male. Di quel male che ai maschi non si deve raccontare perché è roba da femmine. Ora sospira, e quell’affaticato soffio d’aria che le scappa dai polmoni scoprirò solo da adulto che si chiama resa. Mi dice “aspetta un momento”, poi apre una cerniera esterna dello zaino, il mio foglio sulle ginocchia. Vorrei ci fosse vento. Una bufera.

Ora in mano ha un astuccio rigido, la scritta sopra non la distinguo. Lo apre. Occhiali! SONO OCCHIALI! Li mette, accompagnando il gesto con un secondo sospiro.

“Non vedo niente senza questi… Ma li odio.” Sembra imbarazzata. Addirittura triste.

Allora, con le farfalle nello stomaco, ne prendo un paio dal fondo del mio, di zaino. Le lenti sono luride ma finalmente tutto è meravigliosamente nitido, chiaro come quello che provo. E dico, prendendole la mano con il coraggio di un leone: “Vedi? Li porto anche io!”

Ed è così che ogni cosa ha inizio e che mi pare di vedere i fiori sbocciare.

Il primo amore non si scorda mai.

E, forse, neppure i primi occhiali.

pubblicato in origine su GraphoMania in occasione della Giornata per la raccolta degli occhiali usati

No Comments »