Susanna Trossero

scrittrice

E che le giovani voci siano ascoltate

La giornata di oggi è proprio cominciata nel migliore dei modi, ovvero con un invito a partecipare a qualcosa di importante a livello sociale e umano: “Mani in tasca”, evento contro la violenza sulle donne organizzato dai docenti e dai ragazzi dell’I.P.I.A. “G. Ferraris” di Iglesias.

Personalmente, e con il mio “Il male d’amore” edito dalla Graphe.it, sono stata invitata da una delle coordinatrici – la professoressa Tiziana Zoncu – a intervenire on line condividendo con i ragazzi la storia di questo libro, la valenza dei suoi contenuti legati alla sofferenza in amore, e il coraggio di coloro che hanno scelto di farne parte rendendo pubblico il loro privato.

Ma ciò che per me è stato davvero importante sottolineare ai ragazzi, è che i testimoni del mio libro nel farne parte si sono sentiti meno soli, imparando ad accettare una vulnerabilità che tutti ci accomuna, a non giudicarsi stupidi o ridicoli, a ridimensionare la rabbia.

Il dolore isola, fa sentire deboli, ingenui, fragili, arrabbiati, dunque qualunque modalità di esternazione è d’aiuto e ci ricollega al mondo: gli amici, gli insegnanti, la famiglia, dei professionisti se e quando necessario, nonché la scrittura come forma di autosostegno. Chiuderci in noi alimenta il disagio, trasforma uno strappo in una voragine, induce al rimuginare o crea pensieri ossessivi.

Ragazzi miei, sappiamo tutti e a qualunque età che la fine di una storia (o il non inizio se non si è corrisposti), una attrazione che non trova risposta o un “no”, fanno male dentro. Inoltre, parlando del “fuori”, vengono stravolti i piccoli riti d’ogni giorno, non c’è più una ragione per guardare l’ora o per verificare che il telefono funzioni sapendo che qualcuno ci chiamerà, o per mettersi addosso un certo vestito, per comprare un regalo, per curare se stessi addirittura. Tutto appare insulso, non è vero? Così si crea un vuoto che vuoti fa sentire dentro e fuori, come se senza quella persona o quel sogno o speranza non ci sia più niente, e questo lo ripeto accade a ogni età e ogni età merita il massimo rispetto.

Ma se c’era la vita prima ci sarà anche dopo. C’è stato un tempo che quella persona non era in voi, ricordatelo. Se ridevate prima e avevate altri scopi per uscire o parlare con gli amici o vestirvi e fare acquisti e seguire una passione o coltivare interessi, ci sarà anche dopo. Non lasciatevi sopraffare, che a parole è facile a dirsi e nessuno pensa che lo sia anche nei fatti, ma ricordate che tenersi occupati, parlare del proprio stato d’animo, non chiudersi a riccio, continuare a prendersi cura di sé e soprattutto chiedere aiuto se ci si sente troppo deboli, senza timore o vergogna, sono la giusta via per disinnescare il vostro male.

So che nella giornata di oggi, il cui tema è racchiuso nel titolo “Le mani in tasca”, avete parlato di rispetto, e della valenza di un NO. E dire un no a qualcuno così come sentirselo dire, serve a conoscerci meglio e a imparare il rispetto, per noi stessi e per gli altri. Il no si addice all’amore, non è sbagliato, anzi addirittura lo favorisce: aiuta la vicinanza perché alimenta conoscenza dell’altro. E non sono io ad averlo detto ma persone più autorevoli di me. Si comincia proprio alla vostra età a dirlo e a rispettare chi lo pronuncia, e se questo lo state facendo siatene fieri perché significa che avete già molto da insegnare a parecchi adulti, credetemi. Perché un no stabilisce confini, insegna il rispetto per la volontà dell’altro.

Mi rivolgo a tutti voi, ragazzi e ragazze indistintamente, che oggi avete accolto me e il mio libro leggendo la storia di una delle testimoni vittima prima di manipolazione emotiva e poi di un tentato femminicidio: ogni rapporto con gli altri si basa sulla fiducia e non sul controllo. Il controllo opprime, crea ossessioni in chi lo esercita e imprigiona chi lo subisce. Nel mio libro c’è chi lo dice chiaramente: non si possono mescolare le parole amore e paura.

Il dolce ritornare alla vita e alla gioia che sta nella frase di Giovanni Verga citata dalla cara professoressa Zoncu valga per tutti voi.

Vi sono grata per avermi coinvolta nel vostro progetto, scrivetemi se lo desiderate, per me sarà bello ascoltare la vostra giovane voce.

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La delicata arte dello stare al mondo

Mi capita spesso di tirare i remi in barca. Di lasciare queste pagine assenti di me per un poco, e scegliere di spingere il mio pensiero verso introspezioni private.

In questi giorni ho riflettuto molto su alcune cose importanti, dall’amicizia alle dinamiche lavorative, ho messo ordine con franchezza in alcune situazioni e ho compreso la distanza tra ciò che a volte ci si aspetta rispetto a ciò che si può ricevere. Il dialogo, in questa distanza, è fondamentale, così come lo è l’apertura, ma ancor più è importante far sì che ciò di cui ci circondiamo rappresenti un valore aggiunto.

Sono i rapporti con gli altri, ad insegnarci molto di noi. Io vi ho trovato un potere arricchente sempre, anche quando le cose non sono andate bene. Aprirsi al mondo, condividere, rapportarsi, sottrarsi quando necessario o fare un passo avanti quando è bene.

Quest’arte, l’abbiamo imparata da ragazzi, noi della mia generazione. Quando non c’erano social ma cortili e piazze in cui ridere, discutere, o abbracciarci o confessare. Vivevamo in gruppo e nel gruppo crescevamo. Non avevamo 2000 followers assenti ma amici presenti.

Apparentemente giudicante, in realtà sto dicendo che le dinamiche relazionali le abbiamo vissute fin da subito, ci siamo cresciuti, ci hanno sfamato o affamato.

Non ricordo un solo giorno da cuore in inverno in cui fossi sola. E allo stesso modo ho sempre amato la solitudine. Equilibri imparati nel corso della vita, che al mio vivere hanno fornito capacità di individuare tutto ciò che in me esercita potere disturbante ma anche ciò che mi infonde la bellezza del vivere stesso.

Riflessioni da flusso di coscienza in un giorno freddo e piovoso, con la mente che all’improvviso si sta aprendo a nuovi progetti e desideri, a nuove letture e voglia di scrivere. Non ho il cuore in inverno adesso e mi sento fortunata per l’amore che sento attorno a me, per il calore che ricevo, per le nuove conoscenze che la scrittura mi sta regalando, per la carica che mi viene elargita dai libri che leggo. Lo so, a molti sembra assurdo, ma da tutta la vita leggere mi fornisce strumenti che aprono al desiderio di nuovo, alla rinnovata volontà di abbracciare le giornate con spirito diverso.

Costruire. Lasciare che sotto la gelida coltre di neve che a volte la mente crea, il cuore abbia la meglio cibandosi d’altro.

Domani sarò tra i ragazzi di un istituto superiore: quale miglior cura quando si sente freddo?

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Alla ricerca del tempo perduto

Delitto e castigo… E se fosse questo il titolo giusto per una autobiografia? Questo il modo giusto per presentarla?

In questi giorni, con i miei allievi, si riflette sul passato, sulla necessità di riesumarlo quando limita e inquina il presente impedendo al futuro di arrivare, o su quella di lasciarlo chiuso in uno dei tanti cassetti della memoria perché ha già svolto il suo compito, il cerchio si è chiuso e ogni conseguenza è stata metabolizzata. Riesumare un fantasma, quando non necessario, mette in moto l’atto del rimuginare creando nuovi pensieri ossessivi. “Cosa fatta capo ha”, sostiene il mio allievo Damiano da sempre, e l’efficacia di questa saggezza popolare può essere applicata quando non serve fare il contrario, sono anche io d’accordo.

Si parla di lettere, di diari, di ricordi, di incontri, si condividono storie di quando eravamo ragazzi scoprendo che questi racconti svolgono addirittura funzione di indagine sociologica e forse, se riportati sulla carta, regalano memoria storica di un tempo andato del quale è bene lasciar traccia per comprendere meglio il presente.

Due sono i corsi di questo mese, oramai partiti e arrivati a metà strada: quello sulla scrittura terapeutica e quello sulla scrittura autobiografica, che ne fa parte. E finisco anche io per riesumare qualcosa, nel percorso di chi mi segue, coinvolta dalle storie altrui che divengono di tutti.

Oggi, appena finita la lezione, mi sono sentita malinconica. Ho rivisto le radici della mia personalità e ho trovato intollerabile questo veloce passare del tempo. Tempo che ci regala saggezza, esperienza, capacità di giudizio, risposte alle domande, ma a quale prezzo? Mancanze, mutilazioni, una nuova stanchezza, ricordi che sbiadiscono e altri che si sono tatuati nel cuore.

Questo scorrere del tempo, in che modo lo ha percepito mia madre? Il mio diventare donna dopo essere stata per tanto tempo la sua bambina, come lo ha vissuto mio padre?

Alla ricerca del tempo perduto.

Tappe. Tappe obbligatorie, dense di significato, comprese sempre troppo tardi. Non ho rammarichi per il non compiuto, né rimorsi per il compiuto, ma sento struggimento e nostalgia per i frammenti dimenticati per strada. Forse è questo diventar grandi: perdere qualcosa di sé.

Voglio la testa tra le nuvole, stasera. Voglio lo sguardo penetrante di Cinzia, la risata cristallina di Ornella, le poesie di Nenè, le merende di zia Mafalda, le lenti grosse di Valeria e il suo maglione a righe, il finto miagolio dei compagni di giochi sotto le finestre, i cugini la domenica, il diario personale fitto fitto di parole stenografate perché nessuno degli adulti potesse decifrare, Phil Collins e gli Inti Illimani, gli occhiali Lozza e il mangiadischi, Drupi che spiega cosa significa essere sereni. E voglio me al tempo di tutti loro, di tutto questo, così stupidamente inconsapevole di avere tutta la vita davanti, unico bene prezioso che da ragazzi si dà per scontato quasi fossimo immortali.

A volte, un corso di scrittura è questo che fa: provoca emozioni, resuscita ciò che non c’è più, restituisce esperienze sensoriali fatte di suoni e profumi.

Comincia ad arrivarmi qualche messaggio WhatsApp dagli allievi e capisco che tutto questo non sta succedendo solo a me che ho fatto lezione ma anche a loro, e trovo sia bellissimo.

La scrittura è uno strumento di comunicazione, offre la possibilità di far sentire la nostra voce interiore, spesso trascurata per distrazione. Ci ricorda che pensare emotivamente ci rende unici, forse migliori. Di certo più profondi.

Adesso vado a leggere i vostri messaggi, i vostri racconti. E a dirvi, in risposta, quanto vi sono grata. Restiamo un altro poco insieme, sulle nuvole.

Alla prossima.

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L’esordiente ancora viva in me

Il corso di scrittura terapeutica on line prosegue e crea interazioni profonde all’interno del piccolo gruppo formatosi. Grazie a questa pratica di auto esplorazione alla portata di tutti, che non richiede particolari competenze ed è accessibile a chiunque desideri conoscere e affrontare la propria essenza, ci si lascia andare seguendo in fondo ciò che Jung ha detto:

“Chi guarda fuori sogna, chi guarda dentro si sveglia”.

Nel frattempo si va formando la classe del corso in partenza per il quale c’è ancora qualche posticino:

Oggi dalla mia terrazza vedo sole e nuvole abilmente mescolati da quella grande pittrice quale è la natura, e vago con il pensiero a quando tutto è cominciato, grazie anche al fatto di aver letto sogni e speranze di un gruppo fb nato per gli scrittori emergenti. Ricordo le emozioni contrastanti quando circa 20 anni fa spedivo i miei racconti ai concorsi letterari ma ricordo anche che era un gioco per me, entusiasmante sì ma un gioco. E questo mi permetteva di trepidare di curiosità senza però crearmi facili illusioni. Poi arrivarono le conferme, le mail di congratulazioni, i miei racconti in raccolte di autori vari, il profumo della carta che li conteneva. Ma, ancor più di tutte, una mail cambiò la mia vita: tra le varie segnalazioni e premi avevo vinto un concorso letterario che mi permetteva di far leggere a un editore serio qualcosa che avrebbe mostrato il mio nome come unico sulla copertina di un libro. Quando qualcuno decide di investire su di te tocchi il cielo con un dito, perché se è vero che la tua scrittura non necessariamente è valutabile attraverso un no ricevuto (vi ricordo che le case editrici non possono pubblicare tutto ciò che arriva loro e sono costrette a un ovvio processo di eliminazione), è anche vero che qualcuno disposto a credere in te è cibo contro ogni insicurezza.

Di tempo ne è passato davvero tanto. Eppure, quando mi accingo a scrivere, sono ancora quella esordiente in trepidazione. Spero che questo non cambi mai: si chiama entusiasmo, e dobbiamo salvaguardarlo dal tempo che passa senza abituarci ai risultati di ciò che ci è costato impegno, costanza e perché no, fatica.

Oggi voglio ringraziare la Graphe.it e tutti i miei lettori, la stampa che dedica spazio e belle parole al mio scrivere, i miei allievi dei numerosi corsi, il pubblico delle presentazioni a me dedicate, gli iscritti ai miei seminari, gli studenti delle masterclass e tutte le persone che grazie alla scrittura ho conosciuto. Non dimentico mai neppure un volto perché ogni volto è legato al mio lungo percorso.

Ogni giorno dovremmo trovare un motivo per esser grati. Ma è trovarlo senza fatica, il vero traguardo.

A domani, viandanti di questa pagina, e… ancora grazie!

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Non domani: oggi

Sono passati diversi giorni dall’ultimo post e diverse cose sono successe… Conoscete anche voi quei momenti in cui l’isolamento e il silenzio sono necessari a fare ordine nelle emozioni contrastanti che a volte le circostanze regalano o infliggono.

Il 29 ottobre era per me una data temuta: il primo anniversario della morte di mia madre. Non mi capacito del tempo già trascorso, io che ancora non ho compreso fino in fondo che lei non c’è più, non nella forma a cui ero abituata fin dal mio primo giorno di vita, quella della voce familiare, degli abbracci, della sua gioventù mentre crescevo e mi impartiva lezioni severe, e della vecchiaia che me l’ha resa figlia e ha ammorbidito certe sue rigidità educative. Non è stato facile per me decidere di organizzare una messa per commemorarla: temevo di riviverne il funerale, come spesso accade in queste circostanze. Invece…

Invece gli amici più cari, i familiari, la sorpresa di un bellissimo coro di voci femminili che hanno cantato per lei, il piacere di rivedere persone che per me contano e contavano per mia madre… Tutto questo e l’affetto dimostratomi è diventato lanterna. Guidandomi nel buio della mancanza ha portato luce attraverso le presenze, e per questo calore sarò sempre grata e sempre mi sentirò fortunata.

Il 29 ottobre è dunque passato, e non posso dire “in modo indolore” ma in una maniera dolce e ricca sì, ed è stato sorprendente, un effetto che non avevo messo in conto.

Nel frattempo, mentre i colori fuori cambiano regalando suggestioni autunnali, è partito il nuovo corso di scrittura terapeutica e, come sempre, mi appaga il clima che in questi piccoli gruppi si crea grazie a condivisioni che questa magica arte crea in modo del tutto spontaneo. E mentre suggerisco agli allievi di dedicare almeno 10 minuti al giorno per scrivere ciò che si sta provando, per esternare un disagio, per mettere nero su bianco una riflessione, per raccontare a loro stessi come si sentono o per regalare al foglio bianco un bel momento rendendolo immortale, finisco per ricordare anche a me stessa di continuare a farlo anche io, rinnovando il piacere di uno spazio privato in cui esistere in altra maniera.

Voglio camminare, nei prossimi giorni, tra foglie che cadono e temperature incerte, sotto il sole o aspettando la pioggia, flaneur di città conosciute e non. Voglio andare per boschi o prendere il tè con un’amica che da tempo non vedo, voglio osservare, ascoltare, vivere con una intensità che spesso le incombenze fanno dimenticare.

Credo sia proprio quella, l’intensità che dovremmo riconquistare: non ha prezzo, è alla portata di tutti e la si può riacquisire in ogni circostanza, luogo, età.

Sì, ma non domani: oggi.

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