Susanna Trossero

scrittrice

Il mostro di Firenze

State guardando “Il mostro”? Ha debuttato soltanto ieri 22 ottobre in streaming su Netflix perciò non vi darò troppe informazioni al riguardo (oggi si dice spoilerare ma io sono antiquata), però ammetto di esserne rimasta delusa.

Stefano Sollima sa creare ambientazioni claustrofobiche, tetre, mostra dinamiche disturbanti, insinua attese, i flashback conducono in un oscillante avanti e indietro che completa seppur generando fatica, e la scelta delle musiche ricorda in quanto a genere o stile quelle di altri suoi riuscitissimi lavori – qui sono note e suoni da presagio – questo è certo. Sa il fatto suo e non avevamo dubbi in merito.

Però…

Però. Direi che in realtà la serie non è sul mostro. Si tratta di un’occasione per condurci verso spaccati familiari di un tempo in cui i segreti restavano proprio là, in famiglia, all’interno della quale i membri facevano fronte comune anche davanti a brutture. Immergendoci in tutto ciò siamo all’improvviso a disagio in un terreno brullo e spinoso, circondati da ombre della notte, quelle che da bambini si temeva tutti.

Il patriarcato, comunità rurali, la violenza, i matrimoni combinati, le donne che non hanno voce e se ce l’hanno è per difendere i loro stessi carcerieri. Il tacere, sempre e ad ogni costo perché è così che si fa. L’onore va difeso e gli uomini protetti.

Sollima fa il punto sulla pista sarda, nel suo Il Mostro, ma il titolo ci ha fuorviati, credo. Il lavoro – accurato e serio – non è sul mostro di Firenze. Almeno, personalmente mi aspettavo uno sguardo più ampio anche se comprendo il messaggio: i mostri sono tanti, Il Mostro potrebbe essere chiunque.

Ho un ricordo di quel periodo: erano gli anni 80, quando camminando per il centro di Firenze presi anche io il volantino che esortava a non sostare in luoghi isolati fuori dai centri urbani durante la notte. “Pericolo aggressioni”, diceva.

Divulgare la prudenza. Un clima angosciante, 16 vittime e il mostro di Firenze ancora oggi è un caso pieno di contraddizioni e in questo la serie di Sollima coglie nel segno, mostrando tutto e il contrario di tutto, ma non crea – e questo è il mio personale parere dunque può non far testo – il coinvolgimento generato dal parteggiare o respingere. Non ci piace nessuno, dubitiamo di tutti e tutti sono sporchi. Tranne le vittime.

Alla parola fine resta lo stomaco annodato. E forse, in questo, la miniserie ha vinto.

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L’intelligenza: che cosa è?

Vi capita mai, fissando il cielo sopra di voi, di lasciar andare i pensieri senza interferire? A volte si mescolano tra loro senza logica, altre formulano parole non messe in preventivo, altre ancora si uniscono alle nuvole trasportate dal vento perdendosi, oppure arrivano a generare domande o – se siete fortunati – addirittura risposte.

Ieri, con il naso all’insù, di colpo mi sono domandata cosa sia l’intelligenza.

Un tempo la associavo alla cultura: più cose sai più sei intelligente. Ma incontrare qualcuno che possedeva una memoria fotografica e una conseguente cultura enciclopedica, se dapprima mi ha fuorviato poi dopo nel tempo mi ha fatto giungere alla conclusione che la cultura con l’intelligenza può anche non avere un briciolo di attinenza. E, senza volerlo, sono arrivata alla medesima conclusione di Eraclito, anche se ci ho messo più tempo. Dunque l’intelligenza non è abilità, ognuno ha le proprie in fondo.

Il termine deriva dal latino “intelligere” e sembra si riferisca alla capacità che una persona ha di capire le cose, più che di saperle, giusto? E io ho capito. Bene. Ma non sono andata oltre visto che ancora mi domando cosa sia veramente l’intelligenza. Che ne dicono in proposito, i grandi pensatori?

Bertrand Russel disse che “il problema dell’umanità è che gli stupidi sono sempre sicurissimi, mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi”. E non è l’ultimo arrivato, visto che nel 1950 vinse il Premio Nobel per la Letteratura.

Interessante il punto di vista di un altro grande, il filosofo Kant, il quale scrisse qualcosa il cui senso mi invade: “Si misura l’intelligenza di un individuo dalla qualità d’incertezze che è capace di sopportare“. Qui mi soffermo da ieri. Perché in fondo credo che l’intelligenza equivalga al saper stare al mondo, e in questa capacità è insita quella dell’adattamento: all’ambiente? Agli altri? Alle circostanze? Quindi si deve valutare anche l’interazione con gli altri, il saper usare le esperienze come lezioni di vita in cui persino l’errore è il benvenuto perché ha tanto da insegnare.

Troppa carne al fuoco. Troppe risposte a una sola domanda. Ma forse non c’è un’unica risposta universalmente valida, conseguenza del fatto che non esiste una unica forma di intelligenza. O si?

Mi sono incartata. Mi venite in aiuto?

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La scoperta degli altri è scoperta di sé

Stasera mi sento bene: appagata, gratificata, arricchita e tanto altro, forse.

Oggi è terminato il corso di scrittura che aveva come tema i flâneurs, ovvero coloro che “vagano oziosamente per le vie cittadine, senza fretta, sperimentando e provando emozioni nell’osservare il paesaggio” (così dice Wikipedia).

Tre incontri in cui mi ponevo come obiettivo non tanto insegnare a scrivere quanto insegnare a osservare, riappropriandosi del senso di meraviglia di cui dispone un bambino ma mescolandolo alle adulte malinconie, poiché entrambi gli stati d’animo fusi insieme danno vita a una narrazione vibrante. Perché l’atto dello scrivere è una diretta conseguenza del soffermarsi a guardare. Che cosa? Tutto, dalle più grandi alle più piccole cose. Anzi, sono proprio queste ultime ad essere le più intense portatrici di emozioni e storie.

Ogni luogo, edificio, volto, strada, possono generare in noi una storia e sarà il nostro sguardo a rendere tutto più suggestivo, affascinante, speciale nella normalità.

Ringrazio Franca, che con il suo racconto “Le lenzuola” ci ha condotti tutti – mediante il suo flusso di coscienza – all’interno di un ricordo in cui rispecchiarci anche noi in un processo comunicativo che unisce. E ringrazio Anna, che alla ricerca del silenzio ci ha invece raccontato dell’invasione di rumori che – seppur invadenti e portatori di dubbi e timori – sono stati esorcizzati dalla sua capacità di renderli note musicali o ricordo di viaggio. E Antonio che, rivelando un suo stile, ha mescolato il flusso di coscienza con un momento introspettivo, lasciando che il divagare del pensiero venga poi trascritto sulla pagina. Ed è così che ci ha portato nella cucina di casa al mattino, nella pacata pigrizia del risveglio.

Antonietta ci ha offerto invece quella ramificazione del pensiero che, davanti a tappi di bottiglia incastonati nell’asfalto, conduce a pensieri profondi e a fare un bilancio sui cambiamenti che ci appaiono all’improvviso davanti agli occhi, in un momento qualunque della giornata e in una porzione di quartiere che è casa ma che attraverso un nuovo sguardo racconta una storia.

Condivisioni. Per le quali ringrazio sinceramente anche gli altri partecipanti: mi avete detto una cosa bellissima oggi, ovvero che dopo questi tre incontri avete cambiato modo di guardarvi attorno e il vostro pensiero si è fatto più ricettivo, aperto, desideroso di apprendere sfumature e dettagli.

Grazie. Era questo lo scopo del corso, e personalmente ne ho ricavato un grande arricchimento perché mi avete regalato anche se per poche ore i vostri occhi e ciò che vi sta dietro. Non perdiamoci, la scoperta degli altri è scoperta di sé

Vostra Susanna

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Vi va di scrivere insieme?

Siete pronti? Si riparte con i corsi per gli amici amanti della scrittura: per chi desidera migliorare la propria, per chi ci si avvicina incuriosito, per chi vuole approfondirne la conoscenza.

Stavolta facciamo qualcosa di insolito: vi piace passeggiare senza meta? Vi propongo un corso breve di scrittura on line.

Camminare mi dà teatro, romanzo e poesia senz’altra fatica che quella di muovere le gambe per le strade, scriveva nel suo diario la scrittrice britannica Virginia Woolf, che dal passeggiare in città senza alcuna meta traeva spunto per il suo scrivere e balsamo per le ferite.

Vi propongo dunque tre incontri pomeridiani on line sulla piattaforma google meet per approfondire i temi cari alla grande scrittrice e imparare a passeggiare per scrivere, a cambiare direzione per scoprire qualcosa di non cercato – l’incognito nel conosciuto – in una forma di meditazione attiva che diviene missione artistica, come dei veri flâneur.

Lasciate l’auto e il divano per diventare vagabondi di città e riscoprire la bellezza dello scrivere: se l’umanità in ogni tempo ha camminato per ritrovare se stessa o luoghi più dignitosi per vivere, noi possiamo condividere insieme una sorta di smarrimento da riportare sulla carta, lontani da casa ma al centro del mondo, parte di tutto ciò che ci circonda ogni giorno e che non vediamo quasi più.

Vi aspetto?

Dove: piattaforma google meet

Quando: lunedì 6 ottobre

giovedì 9 ottobre

martedì 14 ottobre

Orario: dalle ore 15 alle ore 16,30

Costo: 60 euro

Il corso è dedicato a chi è in cerca di ispirazione, a chi sente il desiderio di vivere in maniera più intensa o profonda e a chi cerca nella solitudine uno spazio tutto per sé.

Scrivetemi per ulteriori dettagli o eventuali iscrizioni all’indirizzo mail susanna.trossero@gmail.com , sarà una nuova occasione per parlare di scrittura, magari sorseggiando una tazza di tè.

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In cerca di storie

Si ricomincia. Impresa titanica scrollarsi di dosso la pigrizia estiva e la nostalgia per quelle giornate senza orologio o incombenze che molti di voi come me si sono concessi. A volte la noia è vitale, e non comprendo come alle nuove generazioni crei disagio.

Per me la noia non è noiosa per niente!

Comunque, riacceso il pc e il motore dei progetti, ho incontrato una ragazza che ama scrivere e si è cimentata per la prima volta in un romanzo che leggerò volentieri, perché la passione merita sempre interesse e magari quando necessario qualche dritta per questo campo minato, per quanto bello e fiorito possa apparire.

Nell’autunno appena arrivato, mi attraggono le ambientazioni, forse perché spesso capita che girovagando qua e là, il luogo in cui mi trovo suscita in me un vero e proprio fermento interiore.

Può, un luogo, generare una storia?

Mi soffermo sul ricordo di un paesaggio deserto durante un viaggio e vedo la malinconia di una fuga da se stessi. Un paese abbandonato ha tante pietre che solo ad accarezzarle hanno palpiti e respiri, voce e anima. Una scogliera a picco sul mare in burrasca possiede un aspetto pittoresco il cui culmine è raggiunto dal vento che porta echi…

Sì, l’atmosfera si fa personaggio, i colori sono sensazioni visive che disorientano, gli odori evocano. Tutto è atmosfera e l’atmosfera è il tono emotivo della storia, ogni cosa rallenta e il tempo si ferma per dar modo di vedere con nuovi occhi e sentirla nascere, la storia. Accade senza preavviso ma devi andartela a cercare, l’ispirazione. Se invece vuoi che sia lei a venire da te devi saper aprire la porta o guardar fuori dalla finestra, l’isolamento deve arrivare dopo, quando hai guardato fuori e torni dentro per scriverne.

La mia storia adesso è legata invece a una finestra chiusa vista dall’esterno. Dietro i vetri nessuno a guardarmi andar via, nessun ciao con la mano, non un sorriso da intuire che la distanza non permette di vedere nitidamente. Ci sto provando, ad assorbire l’assenza di quella mano che saluta ma non sono ancora pronta a farlo. E così ogni volta, passando per quel vialetto, guardo su ma vedo solo tendine che non si spostano più per me.

Sì, un luogo può generare una storia. La mia è ancora confusa, sta nel cassetto delle idee da flusso di coscienza, lo aprirò quando prenderà vera forma ma sento che nel mio angolino pronto ad accogliere la pioggia battente tutto è pronto per ospitarla. Nel frattempo leggo Virginia Wolf e non mi capacito che quel lontano marzo del ’41 si sia riempita le tasche di sassi e abbia deciso di lasciarsi annegare nel fiume Ouse, che chissà quante volte aveva accarezzato con lo sguardo in cerca di storie.

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