Susanna Trossero

scrittrice

L’arte della comunicazione

L'arte della comunicazione

Molte delle persone che incontro o che ho incontrato nel passato, hanno lamentato un senso di oppressione dato dalle invisibili sbarre del quotidiano, unito a vuoti lasciati dalla solitudine, dalle incomprensioni, dall’incomunicabilità. Ma… e se la vera prigione fosse la nostra mente chiusa che si oppone all’esterno?

Forse non siamo preparati sufficientemente all’arte della comunicazione, all’uso corretto delle parole, dei silenzi, degli sguardi o dei sorrisi, né siamo così aperti da guardare in faccia i nostri limiti, i nostri “difetti”. Ne siamo spaventati, e allora meglio osservare e giudicare i limiti altrui…

Ma se soltanto ognuno di noi fosse in grado di facilitare la comunicazione dell’altro, quanto sarebbe più naturale “ascoltare”, “sentire” e soprattutto comprendere, riconoscersi negli altri, condividere autentiche fragilità piuttosto che mostrare forza e determinazioni fasulle.

Le parole sono tutto ciò che abbiamo, ha detto qualcuno, eppure quanto poco e male le usiamo. E dov’è finita l’empatia? Quell’ascoltare un altro con limpidezza, con attenzione autentica, facendo il vuoto dentro per lasciargli spazio e sforzandosi di immedesimarsi in lui, nei suoi bisogni, nei suoi disagi, senza valutarli né giudicarli.

Quanta fatica, questo nostro camminare tra gli altri, quanto possono diventare nodosi ciocchi di legno, le nostre gambe, quando affondiamo nel timore di non essere più in grado di distinguere i convenevoli dall’autenticità. Impervie salite, discese improvvise nelle quali precipitare, e scale, scalinate di pietra, di marmo, dapprima comode poi ripide, malferme o disastrate, dove temere di cadere, di perdere l’equilibrio, dove muoversi incerti, insicuri, timorosi.

Tuttavia il gioco vale la candela, perché è negli altri che ci completiamo, in ogni incontro, in una amicizia, nell’amore, in uno scambio. E che importa se in passato siamo stati delusi, negli incontri, nelle amicizie, nell’amore o in uno scambio. La memoria non può non essere bagnata di lacrime, ne è un grande contenitore, ma il presente necessità di contatti umani sempre e comunque: conoscete qualcuno che si senta felice e non avverta in questa felicità l’esigenza di condividerla? E ancora: conoscete conoscete qualcuno che si senta felice e non avverta in questa felicità l’esigenza di condividerla?

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Il tempo di vivere il presente

Il tempo di vivere il presente

Quante volte diamo per scontati i nostri affetti, la loro presenza, la loro “immortalità”… Ci sono persone che fanno parte di noi da sempre, del nostro vissuto, persone che ci hanno accompagnato per una vita intera e che – non senza presunzione – pensiamo continueranno a farlo sempre, o per sempre. Poi, accade qualcosa di inaspettato che ci fa temere non sia così e che ce le rende fragili, meno eterne, che ci scuote dal torpore dei rapporti consolidati e come schiaffo sul viso ci riporta verso una più realistica visione delle cose: nessuno è eterno.

Le parole non ancora pronunciate che siano pronunciate adesso, che gli abbracci dimenticati siano riesumati dall’anima e spediti al destinatario senza più attendere, che i sorrisi e i gesti gentili non siano rimandati oltre. Perché a non farlo potrebbe esserci un prezzo da pagare in quanto a rimpianti, e la vita ne è già fin troppo piena. Presuntuosi proprietari di un ricco castello stracolmo di idee e di progetti, in un batter d’occhio potremmo trovarci solitari abitanti di un rudere in balia del nulla, a versar lacrime sul mare di cose che avremmo potuto fare e mai abbiamo fatto… E allora, che l’Amore per chi ci ama non sia lasciato incustodito in nome di un presente che ci assorbe o del tempo che non basta mai, o sorgerà uno strano giorno che ci spingerà a maledire tutto quello che invece abbiamo perso dietro sciocchezze.

In queste giornate faticose, di cattive notizie e nell’attesa di tempi migliori, ho anche compreso una volta di più che c’è sempre del buono in ognuno di noi, anche nel peggiore, e che emerge quando meno te lo aspetti. E così accade che “un cattivo”, un individuo mal visto da tutti coloro che stanno dalla parte dei buoni, salvi la vita a qualcuno dimostrando altruismo, prontezza, coraggio, e poi se ne torni a casa con umiltà, senza neppure attendere ringraziamenti. Nell’ombra, per fortuna, vi sono ancora anime capaci di questo sebbene abbiano scelto una vita un po’ fuori dalle righe, ed io è a questo che voglio pensare anche se la cronaca altro mi racconta.

A volte, vedere il bicchiere mezzo pieno è terapeutico e necessario per non soccombere. E, per fortuna, grazie a piccoli miracoli quotidiani diviene addirittura semplice.

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Verità bugiarde

lame e affini copertinaQuante promesse, quanti patti di sangue, quanti “per sempre” ci regaliamo o regaliamo ad altri, con l’ingenuità o la presunzione di chi crede di poter gestire l’ingestibile… Eppure non vi è un tempo o un luogo in cui questo non avvenga o non sia avvenuto, accomunando ogni essere umano sulla faccia della terra… La promessa è tanto facile da fare quanto difficile da mantenere, una grande verità momentanea dettata da attraenti e favorevoli circostanze, un raggiro dell’anima o del cuore che non è pegno nè impegno, ma semplice speranza: speranza che ciò che proviamo sia eterno, speranza che l’altro ci creda…

E se il mio romanzo Adele racconta di grandi e complicati sentimenti, nel racconto Verso la riva del fiume, tratto dalla mia raccolta Lame & affini, la protagonista così vede l’amore…

“Che cos’è questo cercare di te, se non sciocca vanità da soddisfare?
Questa malinconia struggente nell’osservare dai vetri la piazza di biciclette, di piccioni da sfamare, di vestiti della domenica sognando di noi, ascoltando il frastuono del ricordo che sovrasta i clacson e le grida festose dei bambini, è forse Amore?
Debolezza umana, l’amore. fatuità passeggera che la fragilità trasforma in elemento costante.
Io stessa potrei dare a me ciò che tu mi hai dato, senza quel centellinare e senza quell’indugio della segretezza… Che sarà mai uno sguardo, una parola…
Non eri che uno specchio in cui riflettersi: nell’osservarmi almeno per un poco, ho visto quella vita che agognavo, che non esiste e sempre dura un battito di ciglia, miraggio inaccessibile se non a bimbo ignaro… Ciò nondimeno, divenuta adulta io continuo a smarririmi in quella via, ed il buonsenso non è che un utensile da riporre. Poi mi ridesto, e come tutti accuso.
Veloci mutamenti d’idea e di intenti che chiamiamo colpe per comodità e che ad altri sempre attribuiamo…”

La promessa, corroborante ti rimette in salute, accomodante ti ripaga. Rammenda, ricompone. Medica e riassesta.

E continua, il mondo, a scrivere nomi sulla riva, impreparato ad assolvere la risacca che, imperterrita, scompone, deforma o trasforma.

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Esiste l’anima gemella?

In un vecchio numero della rivista Alter Ego che ieri ho ritrovato tra le mie cose, mi sono imbattuta su un articolo che ho riletto con piacere e che, attraverso l’ottica di antichi miti, tocca il tema dell’Amore.

L’articolo spiega che il nostro concetto di Amore, è influenzato dal mito dell’Androgino narrato nel simposio di Platone.

Secondo questo mito, in origine esistevano degli esseri che erano per metà uomo e per metà donna, con un’unica testa ma con due volti, quattro mani e quattro gambe. Questi esseri si rivelarono ben presto arroganti e privi di umiltà e modestia, così Zeus – per punirli di tali difetti e per aver solo immaginato di poter scalare l’Olimpo – li privò della forza tagliandoli in due metà, una maschile e l’altra femminile.

Da allora, ciascuna metà vaga alla ricerca della metà perduta per ricostruire l’unità, ovvero per ritrovare quella che definiamo la mezza mela.

Tuttavia, secondo la fine della storia, quando finalmente le due metà si ritrovano, si riconoscono e quindi si riuniscono, sono destinate a morire di fame per il desiderio di fondersi l’una con l’altra.

L’articolo si conclude esortandoci a mantenere sempre la nostra individualità anche in coppia, e a spingere l’altra metà a fare altrettanto, perché nella realtà – e al di là di ogni mito – ognuno di noi dovrebbe considerarsi come un essere completo che, piuttosto che completarsi attraverso un’altra persona, dovrebbe cercare con l’altro la propria realizzazione e la felicità.

Che ne pensate? Certo è che se l’uno non fosse per l’altro un elemento fondamentale per raggiungere la felicità e l’autostima (mi amo perché un altro mi ama), tutto funzionerebbe meglio. L’individuo appagato da se stesso, ovvero colui che si apprezza ed è conscio del suo valore, indulgente con i propri difetti, e rispettoso dei suoi spazi e di quelli altrui, ha il giusto equilibrio per vivere in coppia e rendere felice chi sta con lui. Ma… noi non vediamo le cose come sono, le vediamo come siamo noi, e dunque siamo influenzati da insicurezze, vulnerabilità, educazione, desideri mai realizzati o delusioni passate… Siamo dunque destinati a morire di fame?

Marcia Grad ha detto che “una persona ne ama un’altra nello stesso modo in cui ama se stessa: con tenerezza e accettazione o con intransigenza e rifiuto”.

Avete voglia di dire la vostra in proposito? Vi aspetto, come sempre

Susanna

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