Susanna Trossero

scrittrice

Venti sfavorevoli

Is Solinas

C’erano mattine in cui non potevi aprire la finestra a causa della fabbrica per la lavorazione del tonno. Il vento spesso sfavorevole, seppure a quell’ora ancora brezza, accompagnava fino a noi quell’insopportabile odore al momento della colazione, e la piacevolezza dei piccoli tranci di tonno sott’olio sul piatto del pranzo appariva piuttosto distante da quell’olezzo mattutino.

Uscivamo tutte piuttosto presto, in un risuonare di tacchi per le scale e di saluti, e di “ci vediamo a pranzo” perché anche l’orario del rientro suppergiù ci accomunava.

Ognuna di noi aveva una camera arredata di intimi bagagli: una foto sulla cassettiera, un oggetto appartenuto a un passato ancora troppo presente, un ninnolo regalatoci da chi stringendoci forte ci aveva augurato buona vita. E segreti pensieri, disillusioni difficili da raccontare… Il pudore della dignità, forse, o forse il bisogno di andare oltre, di vivere un presente immacolato, ancora intatto nonostante le ossa rotte.

Avevamo in comune un frigorifero che raccontava vizi o virtù di ognuna, e un mobile nel bagno che dispensava piacevoli profumi – se presi singolarmente – e svelava ogni debolezza o mania.

Ma null’altro, in fondo, ci univa davvero, se non un’ombra che alla sera ci attraversava lo sguardo un po’ a rotazione, oggi una, domani l’altra, e nessuna faceva domande che non voleva ricevere.

La domenica la fabbrica era chiusa, e arieggiavo la stanza quando ormai era giorno da un pezzo, poi raggiungevo chi ogni ombra di me invece conosceva. E allora finalmente era odore di buono, di famiglia, di torte appena sfornate, di spaghetti al peperoncino e di suoni che giungendo alle mie orecchie divenivano musica: vociare di bimbi, posate sui piatti, il coltello che affetta, la caffettiera borbotta, i toni scherzosi, la pioggia che sferza contro la grande vetrata oltre la quale anche i fenicotteri banchettano.

Quei pomeriggi indolenti poi, a parlare di niente o di verità confessate, mentre il cielo cambiava colore e nulla più si aveva da rimpiangere…

Tornava il lunedì, con il vento sfavorevole e l’olezzo proveniente dalla fabbrica, con il futuro che appariva sempre troppo lontano e invece era là, in attesa, a due passi da me.

A te, e alle nostre domeniche di dolci parole e spaghetti piccanti

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Delitti contro la morale, delitti contro la persona

A. Serrenti - S. Trossero, Il pane carasauOggi riflettevo sulla cronaca, che fin troppo spesso ci affligge con notizie che vedono mariti, ex fidanzati, padri di famiglia, compiere azioni cruente e definitive contro una donna che hanno amato, e con la quale hanno condiviso sentimenti, vita, progetti, sogni. Mi domando spesso come ciò sia possibile e non trovo nessuna risposta, se non una malinconica e dolorosa amarezza.

Desidero regalarvi un brano che mostra una realtà differente, più pulita e per molti inaspettata: fa parte del libro Il pane Carasau – storia e ricette di un’antica tradizione isolana, Graphe.it edizioni, che a breve vedrà la luce e incontrerà tutti voi che da sempre mi seguite…

“A quel tempo erano le donne a gestire buona parte delle questioni familiari, ma ciò avveniva in maniera del tutto naturale e non per questo gli uomini perdevano di importanza o di autorità. La loro figura, all’interno della famiglia, era altrettanto solida e sempre rispettata da tutti i membri, ma le donne ricoprivano più ruoli, questo è certo” ci racconta l’anziana signora.

In tutte le testimonianze raccolte dunque, emerge sempre la stessa realtà: un matriarcato dalle radici profonde e antiche, ancorato alla terra ma mai scomodo all’uomo. È doveroso precisare che il matriarcato di cui parliamo non è mai nato come istituzione, bensì come fatto naturale, poiché la parità tra uomo e donna era insita nello spirito del sardo dell’entroterra; per cultura e necessità, non era contestata, messa in discussione, né era vissuta come sopruso o come limitazione. Sempre a proposito di parità, abbiamo citato nelle pagine precedenti il codice giuridico di Eleonora di Arborea, il quale nel 1300 già contemplava a chiare lettere il rispetto per le donne. Noi abbiamo avuto l’onore di leggere parte di questo antico e raro testo di grande rilevanza giuridica e sociale, e abbiamo scoperto che, per esempio, la donna poteva opporsi ai matrimoni imposti dalla famiglia, e violenza e soprusi venivano puniti severamente – anche con il taglio di un piede o dell’orecchio – e senza alcuna remissione della pena! E pensare che secoli dopo abbiamo dovuto subire un ordinamento giuridico (fino agli anni ’60) che considerava la violenza un «delitto contro la moralità pubblica e il buon costume» e non contro la persona!”

 

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Buon compleanno

Compleanno Susanna Trossero

Come va veloce, la clessidra. Tutta quella sabbiolina che scivola via e porta con sé incontri, parole, vita vissuta e non vissuta, emozioni sorrisi e lacrime. Ogni minuto costruisce un ricordo, ogni granello è un respiro o un’idea e nel tempo mi evolvo o regredisco, sbaglio e forse imparo, assimilo o dimentico ma mai mi pento, mentre la sabbia va e viene. Non mi pento dunque, se non di torti commessi senza avvedermene. Delle scelte volontarie no, non mi pento. L’avrei dovuto o potuto non fanno per me, poiché non rinnego neppure gli errori. È anche di questo che sono fatta, è anche grazie a valutazioni errate che mi sono costruita e rafforzata.

Il rimpianto è per chi sa di aver perduto qualcosa ed io ho tutto con me e in me, fa parte del bagaglio intoccabile della mia anima, un bagaglio dal quale – volo dopo volo – ho lasciato andar giù solo scomode zavorre per proseguire più leggera. Vagano, a volte alcuni pensieri molesti che raccontano di sprechi, ma ciò accade quando ti sfiora il pensiero di aver condiviso un tempo troppo lungo con chi in fondo non meritava che briciole.

C’è sempre un luogo da cui provieni e uno in cui vai. E, i luoghi del passato, spesso sono autunno, tutti e indistintamente, perché belli o brutti che siano stati per te, forse non ci torneresti più. Tuttavia, a volte, planano sul cuore con le loro piccole foglie arrugginite.

Oggi, per il mio compleanno, ho preso in mano vecchie foto in bianco e nero che immortalano un momento felice in famiglia: ho respirato il profumo del mare, riconosciuto la salsedine tra i capelli di mio padre, l’ho rivisto abbracciare mia madre, ho risentito il fischio per le scale ad annunciare il suo rientro a casa, il tintinnio dei gettoni telefonici nelle sue tasche, ho avvertito sul mio viso il graffiare della sua barba perennemente in crescita, e ho provato una nostalgia intensa e dolce per la quale devo dire grazie. Soltanto un’eletta che tanto amore ha ricevuto, conserva intatto altrettanto amore in sé.

Ho già superato il mezzo secolo, sono sopravvissuta alla vita.

Buon compleanno.

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A te

Orchidea

Totale apatia, mente che galleggia in un piccolo spazio adatto solo a non fare null’altro che oziare. Gommapiuma che avvolge, insonorizza, in un piacere dapprima indolente che poi si trasforma in isolamento al quale arrendersi. Stanchezza. Dello spirito e del cuore, degli arti che divengono legnosi e indolenti. Mi sento un panno steso al sole, strattonato dal vento, irrigidito dall’aria che asciuga inaridendo. Un altro membro della famiglia che se ne va, ennesima mutilazione, radice che si strappa divenendo ricordo indelebile, ora orchidea sul cemento fresco.

Rivederti e quasi non riconoscerti, accarezzarti e sentire quell’oscura trasformazione che rende il viso un blocco di cera. L’immobilità, il tacere delle tue vene, le narici mute che raccontano e preparano all’assenza. Che presuntuosi siamo stati, a credere nell’immortalità tua e di tutti noi. E qui, al cospetto del tuo improvviso e inaspettato andar via, sgomenti ci rendiamo conto che nessuno di noi ti ha mai visto perdere le staffe.

Eri sorriso e gentilezza, ora sei involucro vuoto, qualcosa che solo giorni prima è stato abbraccio e calore, e che adesso si consumerà circondato da legno pregiato. C’eravamo tutti, e nessuno di noi era là per sbrigare una formalità. In un silenzio composto abbiamo ingoiato sale e lacrime, per poi provare quell’inarrestabile e colpevole piacere del rivedersi, tra vivi, dopo tanto, ad un funerale.

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La bellezza del vivere

adozioni

Povera Italia di egoisti in aumento… questo dicono i dati, e ce lo dicono da tempo con tono allarmato riferendosi a un tema delicato: le adozioni in grande diminuzione. A me pare un dato poco attendibile e semplicistico, che non va a monte del problema insabbiandolo così come in Italia tanto bene si sa fare. E dunque, perché non affiancare questa considerazione sull’italiano tanto egoista a un altro dato FONDAMENTALE? Da alcuni anni si celebrano sempre meno matrimoni e, mentre il numero di questi scende vertiginosamente, altrettanto vertiginosamente sale quello delle convivenze. Famiglie gay, coppie di fatto, tutti continuano ad unirsi inseguendo il sogno della famiglia esattamente come “prima” ma le modalità per creare una famiglia cambiano e sono cambiate, non lo si può ignorare così come non si può ignorare che il concetto di famiglia, di coppia o il desiderio di avere dei figli, è sempre vivo e presente, intatto. Un desiderio profondo e intimo che poco ha a che vedere con faccende burocratiche o religiose. Tuttavia in Italia questo non è plausibile, dunque NON sono in diminuzione le coppie che vogliono adottare un bimbo, sono in aumento quelle che NON POSSONO, considerato che requisito essenziale è l’aver contratto matrimonio… e allora è questo che dovrebbe allarmarci! Sappiamo tutti che le coppie che desiderano dare una famiglia a un bambino, vengono studiate e sentite per un tempo piuttosto lungo, tempo in cui attraverso test psicologici, colloqui con assistenti sociali e altro, si valuta la stabilità della loro unione, la solidità, maturità, situazione personale ed economica. Ebbene, perché questa prassi non può essere applicata alle coppie di fatto? Cosa cambia?

In nome di cosa si moltiplica il numero dei bimbi che affollano gli istituti, colpiti dalla ferita dei non amati?

Altro dato in aumento è quello dei divorzi: a conti fatti quindi ci si sposa sempre meno ma si divorzia parecchio. E allora, per logica, per quale strana ragione la famiglia solida è quella composta da un uomo e una donna che hanno pronunciato un sì davanti a testimoni? Per quale ragione è l’unica a poter essere idonea  ad adottare un bambino? La coppia è coppia, il rischio che non funzioni è alto per tutti e la volontà e la stabilità che invece tiene uniti non è legata a canoni rigidi e irrispettosi delle scelte più intime e profonde.

Più che di egoismo, dunque, parlerei di moralismi fuori luogo, preconcetti, ottusità dilagante. Triste, un paese che resta in mano a tutto questo e che non si apre alla bellezza della vita.

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