Susanna Trossero

scrittrice

Un lunedì da benedire

Un lunedì come tanti, di quelli che ti spalancano davanti un’intera settimana da riempire. Di cosa? Le solite incombenze, certo, ma anche ascoltarsi nelle letture, raccontarsi nello scrivere, e i contatti con gli affetti, i messaggi degli allievi, riordinare degli appunti per il corso di scrittura che partirà in autunno, fare giardinaggio… E poi succede qualcosa di non preventivato: con un panino in mano decido di accendere la tv in un’ora insolita per me – non lo faccio mai nel pomeriggio – e mentre sgranocchio vago tra i canali giusto il tempo di finire la merenda, mi dico, fino a bloccarmi su Rai5.

Parole.

Parole che mi affascinano, immagini in bianco e nero, e versi e testimonianze. Ungaretti, Giuseppe Ungaretti, che si racconta. Dice che “la poesia è poesia quando porta in sé un segreto”. La poesia ci rende più umani perché insegna l’amore, dice. Ed è vero, rifletto io. Per il passato, per un ricordo, per un albero o un paese, per una parola o per una persona, per un sapore o un profumo. Vive nell’abbandono o nella presenza, nell’incontro o nell’assenza, la poesia.

Penso a quanta ricerca di parole c’è in chi scrive mentre qualcosa dentro si fa prorompente, penso alla frustrazione quando non si trova corrispondenza con l’emozione che inondando quasi fa male… “La parola è impotente, la parola non riuscirà mai a dare il segreto che è in noi, mai. Lo avvicina”, risponde Ungaretti.

All’improvviso, in un lunedì qualunque, da un canale tv mi invade quel qualcosa di indescrivibile e astratto che invoca parole giuste per essere condiviso… è forse bisogno di stupore, del fermarsi per ritrovarlo.

L’antico viso rugoso che ha conosciuto la guerra ma anche la pace, l’odio ma anche l’amore, mi parla in questa estate rovente dallo schermo della televisione. Mi ricorda chi sono, cosa voglio essere, di quanto io ami scrivere e quanto poco lo stia facendo da tempo. E di quale schianto provochi una frase che finalmente prende forma. Mi scuote dal torpore e mi rende febbrile nel frugare tra appunti sparsi, vecchie agende, foglietti volanti.

Ecco, il mio nuovo romanzo ora è nella mia testa. Lo scopro, o forse lo riconosco perché c’era oramai da tempo ma io non volevo vederlo perché a volte è l’indolenza a non far male. Una facile via perché sai che proprio le parole giuste sulla carta niente risparmiano all’anima se è con l’anima che le cerchi.

Un lunedì speciale.

Grazie, Giuseppe Ungaretti, per averlo reso tale. Grazie per avermi ricordato che per essere scrittori bisogna essere acrobati in armonia.

“E t’amo, t’amo, ed è continuo schianto”

(da Giorno per giorno – Ungaretti)



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Si sta come d’autunno…

bosco

Quante guerre ancora ci sono nel mondo? Forse questo articolo può aiutarci a quantificare l’assurdo Ci sono quasi 900 conflitti nel mondo: nello sgomento per la guerra in Ucraina non dimentichiamo nessuno di loro – greenMe

Oggi è l’Ucraina a colpirci, a levarci la certezza che in un paese europeo no, era impossibile. Leggo tante opinioni sui social, e poi ci sono i dibattiti in tv, i servizi al tg, la gente per strada che sviscera l’argomento. Prima eravamo tutti virologi, adesso sfoderiamo ragionamenti in tema di guerra sui pro e contro, su ciò che non ci dicono, e anche in questo caso c’è chi arriva a negare che le immagini dei bombardamenti siano fasulle. Niente di strano, in fondo da tempo abbiamo rispolverato quel “la terra è piatta” ridicolizzando il povero visionario Galileo, no?

Ma io inorridisco. Sempre. In particolar modo quando si elencano le motivazioni di chi si è mosso contro qualcun altro o di quel qualcun altro che forse sotto sotto se l’è cercata. Sì, inorridisco perché non esiste una motivazione per far scappare una coppia di anziani senza cibo né acqua in montagna, per uccidere i bambini che giocano al campetto, per massacrare una famiglia che tenta di mettersi in salvo, per accerchiare e uccidere chi si stava preoccupando di portare cibo in un canile, per terrorizzare i malati di un ospedale e poi buttarlo giù come un birillo. Mi si dice che non devo focalizzarmi sulle singole storie perché è ovvio che vengono usate dai media per strumentalizzare, enfatizzare, fare notizia oppure audience, ma le singole storie cari miei fanno l’intero scenario di guerra, la guerra è composta di singole storie come il mare di piccole gocce. E al contrario, non vederle nel loro orrore significa non voler vedere l’orrore della guerra stessa, l’assurdità di ogni motivazione, il non senso di tutto.

Si sta come d’autunno…. Lo ricordate?

La primavera è alle porte ma le foglie continuano a cadere.

Oggi sono triste. E stanca di leggere commenti stupidi o di notare che prima ancora del rifiuto della guerra come fatto in sé, il genere umano disquisisca di motivazioni lecite o no.

Non esiste una motivazione, per la guerra.

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La guerra che nessuno risparmia

Diario di Zlata

Come più volte ho già raccontato, mi capita spesso di trovare dei libri. Sì, avete capito bene: trovare. Io cammino per strada ed eccone uno abbandonato su di un muretto. Vado in un parco ed eccone un altro dimenticato su una panchina. E poi ci sono quei luoghi in cui i libri indesiderati vengono lasciati e di seguito adottati da quelli come me. Ho un’amica che sostiene io sia seguita dal magico folletto dei libri, il quale aspetta che io esca di casa per farmi qualche regalino. Forse è così: mi aiutate a dargli un nome?

L’ultimo regalo ricevuto dal suddetto folletto, è un diario: Zlata Filipovic, “Diario di Zlata”, Rizzoli Editore (1993). Sono rimasta incantata da questa tredicenne che racconta il quotidiano in una Bosnia drammatica e densa di sofferenza. Divenuta portavoce della situazione di Sarajevo, la giovanissima testimone nata proprio là il 3 dicembre 1980, ci rende consapevoli di ciò che accadeva – mentre lei lo riportava sul diario – nel suo paese, con una scrittura incredibilmente matura per la sua età.

“Alla luce della lampada a petrolio, i miei genitori mi sembrano ancora più tristi. Guardo papà. Quanto è dimagrito! Secondo la bilancia ha perso 25 chili, ma guardandolo mi sembrano molti di più. Mi viene addirittura da pensare che ormai gli stiano grandi pure gli occhiali. Anche mamma è dimagrita. In qualche modo è come se fosse rimpicciolita, la guerra le ha fatto venire anche le rughe. Mio Dio, cosa sta facendo la guerra ai mei genitori?”.

Grazie, folletto dei libri, questo è un dono preziosissimo… Un dono che mi ha commossa, intenerita, indignata, ma anche resa più ricca e consapevole. A quando, la prossima sorpresa?

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La voce di un libro

Antonella Serrenti, Una giornata dall'aria anticaMi è capitato più volte, di essere invitata a scrivere una prefazione per il libro di un altro autore, ed è un piacere farlo soprattutto se ho avuto la fortuna di veder nascere il testo. Quando chi scrive si abbandona all’ispirazione e concretizza l’idea che lo ha avvolto nelle sue spire a mo’ di serpente tentatore, osservare o condividerne tutto il processo è davvero bello. Si discute di qualcosa che non esiste e che di lì a poco esisterà… Una nascita che affatica, a volte preoccupa perché si rivela difficoltosa, altre volte esalta perché funziona fin dalle prime battute, dal primo vagito!

Ho visto nascere la raccolta Una giornata dall’aria antica, edito dalla Graphe.it, e ho condiviso l’emozione della pubblicazione con l’autrice, perché nell’incredibile insieme di racconti che la compone ho subito creduto, da lettrice avida e selettiva quale sono. E, da scrittrice, credo fermamente nella bellezza e validità di questo libro… Le motivazioni stanno proprio nella mia prefazione, che dice:

«Quando Antonella Serrenti mi ha parlato di questo suo progetto, si trattava di un’idea appena abbozzata, di un qualcosa che stava racchiuso nei meandri della sua anima e che scalpitava per venir fuori.
Tuttavia, per molto tempo, non ha lasciato che il pensiero evadesse dal suo intimo e si riversasse sulla carta, perché intimamente troppo coinvolta nell’argomento, e io temevo che non lo avrebbe fatto mai.
Ma, per fortuna, un giorno è successo e tutto ciò che stava in lei è adesso in questo libro che vi apprestate a leggere.
Io l’ho avuto tra le mani che era un manoscritto appena nato, impregnato di pudore e lacrime, e mi sono subito resa conto che è molto di più di una raccolta di racconti; è la volontà di metabolizzare l’assurdità della guerra, è l’incapacità di comprenderla, è il ricordo di un maledetto novembre 2003, è il dolore per quel bambino che ha visto crescere, giocare sull’uscio di casa insieme a suo figlio, e che – indossata la divisa da soldato – non ha mai più fatto ritorno su quell’uscio. È il sollievo colpevole per il suo di figlio, tornato invece a casa.
È l’impotenza per tutti quegli altri bambini che vengono educati a uccidere da una cultura senza scampo, è la rabbia a lungo repressa per uno Stato che manda a morire ragazzi e ragazze lontani dal loro paese, in nome delle Missioni di Pace.
C’è così tanto, in questo piccolo libro, che ho faticato a leggerlo: mi sono imposta lunghe pause per via della commozione che a tradimento mi assaliva, così come accade quando si ha a che fare con l’anima di chi scrive e non solo con la sua fantasia.
Non credo di dover aggiungere altro, se non che considero questa terribile e bellissima raccolta un motivo di riflessione: ci sono perdite che non sono soltanto notizie al telegiornale, lutti lontani a cui assuefarsi, dolori degli altri; sono perdite di tutti e ci mutilano proprio sull’uscio di casa, là dove i nostri figli o quelli di altre madri, hanno giocato».

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Una giornata dall’aria antica

Antonella Serrenti, Una giornata dall'aria antica

Sabato 12 novembre, in occasione della ricorrenza della strage di Nassiriya, vedrà la luce la raccolta di racconti Una giornata dall’aria antica, edito dalla Graphe.it e scritto da Antonella Serrenti. Quando Antonella mi ha parlato di questo suo progetto, si trattava di un’idea appena abbozzata, di un qualcosa che stava racchiuso nei meandri della sua anima e che scalpitava per venir fuori.

Tuttavia, per molto tempo, non ha lasciato che il pensiero evadesse dal suo intimo e si riversasse sulla carta, proprio perché intimamente troppo coinvolta nell’argomento, e io temevo che non lo avrebbe fatto mai.

Ma, per fortuna, un giorno è successo e tutto ciò che stava in lei è adesso in questo libro che vi suggerisco di leggere. Io l’ho avuto tra le mani che era un manoscritto appena nato, impregnato di pudore e lacrime, e mi sono subito resa conto che è molto di più di una raccolta di racconti; è la volontà di metabolizzare l’assurdità della guerra, è l’incapacità di comprenderla, è il ricordo di un maledetto novembre 2003, è il dolore per quel bambino che ha visto crescere, giocare sull’uscio di casa insieme a suo figlio, e che – indossata la divisa da soldato – non ha mai più fatto ritorno su quell’uscio. È il sollievo colpevole per il suo di figlio, tornato invece a casa.

È l’impotenza per tutti quegli altri bambini che vengono educati a uccidere da una cultura senza scampo, è la rabbia a lungo repressa per uno Stato che manda a morire ragazzi e ragazze lontani dal loro paese, in nome delle Missioni di Pace.

C’è così tanto, in questo piccolo libro, che ho faticato a leggerlo: mi sono imposta lunghe pause per via della commozione che a tradimento mi assaliva, così come accade quando si ha a che fare con l’anima di chi scrive e non solo con la sua fantasia.

Non credo di dover aggiungere altro, se non che considero questa terribile e bellissima raccolta un motivo di riflessione: ci sono perdite che non sono soltanto notizie al telegiornale, lutti lontani a cui assuefarsi, dolori degli altri; sono perdite di tutti e ci mutilano proprio sull’uscio di casa, là dove i nostri figli o quelli di altre madri, hanno giocato.

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