Susanna Trossero

scrittrice

Un’estate da ricordare

Invisibili

Agosto se ne va e ricominciano i progetti, i buoni propositi – quelli del lunedì o del primo dell’anno, per intenderci – le aspettative, l’attesa di quel benedetto miglioramento decisivo, o della svolta che tarda ad arrivare. Ma che ne è stato di questo mese assolato e vacanziero? Vi ha lasciato qualcosa?

Con me è stato buono quasi quanto Babbo Natale: ho respirato aria di Sardegna, riabbracciato i miei cari e gli amici, rivisto conoscenti e incontrato facce nuove, sono stata accolta con ghirlande di fiori (quando mai mi ricapiterà?!?), intervistata dalla tv Canale 40 per raccontare del mio nuovo libro, che mi riporterà in Sardegna a fine settembre per presentarlo in coppia con la coautrice Antonella Serrenti. Qui le tappe delle presentazioni alle quali spero parteciperete numerosi.

Sono anche stata ospitata in un programma di Radio Luna (grazie per l’ospitalità, Manolo Mureddu!) per parlare di scrittura, e mi ha commosso Lisa, radioascoltatrice che ha telefonato durante la pubblicità per parlare di una sua amica molto malata che trovò conforto e distrazione dal suo male leggendo uno dei miei libri… Sono rimasta senza parole, ma tu Lisa – se mi stai leggendo – scrivimi, mi farai felice. Quante emozioni può elargire la scrittura, ancora mi è difficile quantificarlo, ma ogni volta resto sorpresa e senza fiato…

In questi venti giorni volati in pochi minuti, mi sono cibata di prelibatezze e chiacchiere, mi sono rilassata sulle spiagge che mi hanno vista bambina, ma ho anche conosciuto più a fondo i problemi della mia terra grazie al documentario al quale sto collaborando (Suicidi di massa, omicidi di Stato), scoprendo per l’ennesima volta le grandi difficoltà di un popolo fiero ma duramente provato: ho conosciuto i problemi dei pescatori e le difficoltà della piccola pesca, ho avuto l’onore di intervistare un portavoce dei pastori messi in ginocchio da troppe ingiustizie, sono stata all’imbocco della miniera di Monteponi, dove un gruppo di uomini stanchi e disillusi ancora combatte per i diritti negati, chiuso da otto mesi a 200 metri sotto terra, invisibili e dimenticati. E sono stata al presidio davanti alla fabbrica chiusa dell’Alcoa, dove gli operai senza più lavoro né certezze stanno accampati da mesi e mesi, a lottare con grande dignità.

Da tutte queste persone, ognuna alle prese con la propria battaglia, siamo stati accolti con grande gentilezza, trovando disponibilità e apertura; si sono raccontati lasciandoci con l’amaro in bocca, là nel sud della Sardegna, mentre i nostri politici probabilmente passavano il tempo sugli yacht del nord dell’isola, a lasciarsi cullare dal movimento indolente di acque cristalline.

Ebbene, la mia vacanza rilassante si è trasformata – grazie a questi incontri – in viaggio stimolante, in scoperta che arricchisce e fa riflettere, alimentando la voglia e la necessità di altri incontri come questi, che spero avverranno presto.

Nel frattempo continuo ad assaporare l’estate che già volge al termine, qui sulla mia terrazza assolata, mentre vi scrivo e vi ringrazio per tutto il bello che mi date quotidianamente, via mail o su Facebook, continuando a seguirmi e a partecipare ai miei piccoli e grandi progetti.

Bentornati a casa, ovunque siate stati, sull’uscio del vostro appartamento o in giro per il mondo!

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Delitti contro la morale, delitti contro la persona

A. Serrenti - S. Trossero, Il pane carasauOggi riflettevo sulla cronaca, che fin troppo spesso ci affligge con notizie che vedono mariti, ex fidanzati, padri di famiglia, compiere azioni cruente e definitive contro una donna che hanno amato, e con la quale hanno condiviso sentimenti, vita, progetti, sogni. Mi domando spesso come ciò sia possibile e non trovo nessuna risposta, se non una malinconica e dolorosa amarezza.

Desidero regalarvi un brano che mostra una realtà differente, più pulita e per molti inaspettata: fa parte del libro Il pane Carasau – storia e ricette di un’antica tradizione isolana, Graphe.it edizioni, che a breve vedrà la luce e incontrerà tutti voi che da sempre mi seguite…

“A quel tempo erano le donne a gestire buona parte delle questioni familiari, ma ciò avveniva in maniera del tutto naturale e non per questo gli uomini perdevano di importanza o di autorità. La loro figura, all’interno della famiglia, era altrettanto solida e sempre rispettata da tutti i membri, ma le donne ricoprivano più ruoli, questo è certo” ci racconta l’anziana signora.

In tutte le testimonianze raccolte dunque, emerge sempre la stessa realtà: un matriarcato dalle radici profonde e antiche, ancorato alla terra ma mai scomodo all’uomo. È doveroso precisare che il matriarcato di cui parliamo non è mai nato come istituzione, bensì come fatto naturale, poiché la parità tra uomo e donna era insita nello spirito del sardo dell’entroterra; per cultura e necessità, non era contestata, messa in discussione, né era vissuta come sopruso o come limitazione. Sempre a proposito di parità, abbiamo citato nelle pagine precedenti il codice giuridico di Eleonora di Arborea, il quale nel 1300 già contemplava a chiare lettere il rispetto per le donne. Noi abbiamo avuto l’onore di leggere parte di questo antico e raro testo di grande rilevanza giuridica e sociale, e abbiamo scoperto che, per esempio, la donna poteva opporsi ai matrimoni imposti dalla famiglia, e violenza e soprusi venivano puniti severamente – anche con il taglio di un piede o dell’orecchio – e senza alcuna remissione della pena! E pensare che secoli dopo abbiamo dovuto subire un ordinamento giuridico (fino agli anni ’60) che considerava la violenza un «delitto contro la moralità pubblica e il buon costume» e non contro la persona!”

 

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Colei che finisce

A. Serrenti - S. Trossero, Il pane carasauQuanti sì e quanti no si fronteggiano, in tema eutanasia… Quante opinioni che reputo fuori luogo perché esternate da chi forse dovrebbe tacere almeno una volta, e quanti controsensi…

Nel lontano 2008, pubblicai il mio punto di vista sulle pagine di Graphomania, in un post dal titolo La sacralità della scelta , articolo di vecchia data che rappresenta tuttavia ancora oggi ciò che penso.

Arrivo da un’isola antica, nella quale l’eutanasia era praticata in tempi in cui – soluzioni di questo genere – altrove non erano neppure ipotizzate. S’Accabadora (dallo spagnolo “acabar”), ovvero colei che finisce, era una donna in genere anziana poiché sono gli anziani a possedere doti di giustizia e saggezza, la quale in un gesto pietoso poneva fine alle sofferenze di malati in agonia. La richiesta poteva giungere a lei dallo stesso infermo o dai suoi cari, ma non veniva retribuita poiché ciò sarebbe stato considerato sacrilego: si trattava di un gesto d’altruismo, di grande umanità, per il quale non potevano essere previsti compensi o guadagni, e questa figura femminile era degna del massimo rispetto, stimata da tutta la comunità. Sebbene antropologi (non sardi) continuino a sostenere che tutto ciò non sia mai avvenuto e che S’Accabadora non sia mai esistita, non è ciò che sostengono le testimonianze che ci giungono da diverse località della Sardegna, in particolar modo dall’entroterra. Per chi vuole saperne di più, vi sono saggi molto interessanti sull’argomento, io stessa ho citato questo fenomeno nel mio libro di prossima pubblicazione Il pane carasau, storia e ricette di un’antica tradizione isolana, Graphe.it, settembre 2014, grazie alla testimonianza raccolta dalla coautrice del libro Antonella Serrenti.

Ed è proprio di questi giorni la notizia dell’inizio delle riprese del film “L’Accabadora”, del regista sardo Enrico Pau, la cui sceneggiatura non è tratta dal libro di Michela Murgia “S’Accabadora”, così come lo stesso regista precisa nelle sue interviste. Si tratta di una storia totalmente differente, il cui titolo era stato depositato dal regista prima ancora che il romanzo vincitore del premio Campiello 2009 fosse pubblicato.

Oggi vi saluto con i bellissimi versi di Natale P. Fioretto, il quale ci mostra con grande e amara poesia l’ingrato compito dell’ultima madre…

“D’un ultimo abbraccio
Saranno vinte le mura
Del mio fragile vivere.
Estrema libagione
Fra i tuoi sensi funesti.”

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