Susanna Trossero

scrittrice

L’indimenticabile sussurro

Me lo ricordo, quel fruscio di conchiglia poggiata all’orecchio.

Vivevo al mare e di mare. Estate, inverno, stagioni intermedie… E la conchiglia che mio padre mi porgeva perché ne ascoltassi la voce, sebbene diversa era sempre la stessa. Perché il messaggio era il medesimo: un sussurro indimenticabile che se chiudevo gli occhi mi portava sotto il mare, da dove proveniva.

Sì, sotto il mare si sente quella voce, e basta andar giù trattenendo il respiro per ascoltarla. Suggestioni del padiglione auricolare che insieme a una conchiglia funge da cassa di risonanza e pare quasi il flusso del sangue, se ti è capitato di fare quel particolare esame ecografico che te lo fa udire all’esterno.

Però, quando ascoltavo quella musica, non pensavo a esami diagnostici ma a chissà quale messaggio mi stava mandando il fondale marino. Mio padre fissava la mia estasi sorridendo, ed è stato terribile cercare oggi quel suono portando una conchiglia all’orecchio, chiudere gli occhi ritrovandolo all’istante e tornare ancor più indietro a scovare fantasie di stelle marine e sassetti lucenti.

I sensi, a metterli in moto, restituiscono ogni cosa.

Quasi ogni cosa.

Per questo è stato terribile raggiungere quel tempo leggero: c’era il suono, la suggestione, le fantasie, ma riaprendo gli occhi non ho trovato lui, mio padre, a sorridermi.

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La delicata arte dello stare al mondo

Mi capita spesso di tirare i remi in barca. Di lasciare queste pagine assenti di me per un poco, e scegliere di spingere il mio pensiero verso introspezioni private.

In questi giorni ho riflettuto molto su alcune cose importanti, dall’amicizia alle dinamiche lavorative, ho messo ordine con franchezza in alcune situazioni e ho compreso la distanza tra ciò che a volte ci si aspetta rispetto a ciò che si può ricevere. Il dialogo, in questa distanza, è fondamentale, così come lo è l’apertura, ma ancor più è importante far sì che ciò di cui ci circondiamo rappresenti un valore aggiunto.

Sono i rapporti con gli altri, ad insegnarci molto di noi. Io vi ho trovato un potere arricchente sempre, anche quando le cose non sono andate bene. Aprirsi al mondo, condividere, rapportarsi, sottrarsi quando necessario o fare un passo avanti quando è bene.

Quest’arte, l’abbiamo imparata da ragazzi, noi della mia generazione. Quando non c’erano social ma cortili e piazze in cui ridere, discutere, o abbracciarci o confessare. Vivevamo in gruppo e nel gruppo crescevamo. Non avevamo 2000 followers assenti ma amici presenti.

Apparentemente giudicante, in realtà sto dicendo che le dinamiche relazionali le abbiamo vissute fin da subito, ci siamo cresciuti, ci hanno sfamato o affamato.

Non ricordo un solo giorno da cuore in inverno in cui fossi sola. E allo stesso modo ho sempre amato la solitudine. Equilibri imparati nel corso della vita, che al mio vivere hanno fornito capacità di individuare tutto ciò che in me esercita potere disturbante ma anche ciò che mi infonde la bellezza del vivere stesso.

Riflessioni da flusso di coscienza in un giorno freddo e piovoso, con la mente che all’improvviso si sta aprendo a nuovi progetti e desideri, a nuove letture e voglia di scrivere. Non ho il cuore in inverno adesso e mi sento fortunata per l’amore che sento attorno a me, per il calore che ricevo, per le nuove conoscenze che la scrittura mi sta regalando, per la carica che mi viene elargita dai libri che leggo. Lo so, a molti sembra assurdo, ma da tutta la vita leggere mi fornisce strumenti che aprono al desiderio di nuovo, alla rinnovata volontà di abbracciare le giornate con spirito diverso.

Costruire. Lasciare che sotto la gelida coltre di neve che a volte la mente crea, il cuore abbia la meglio cibandosi d’altro.

Domani sarò tra i ragazzi di un istituto superiore: quale miglior cura quando si sente freddo?

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Stasera, cuocerò le castagne

Oggi ho trascorso una giornata tranquilla sentendo casa porto sicuro in cui approdare quando il mare è in tempesta. La musica del pianoforte mi ha fatto compagnia mentre mi dedicavo a piccole cose senza alcuna importanza, necessarie a restituire una forma di pigro relax di cui ci si dovrebbe abbeverare quando tutto è diventato troppo.

Fuori scendeva una pioggerellina sottile sottile e tanta era la bruma, cuore di ogni inverno che si rispetti. Le luci del salone erano quelle giuste, discrete e velate, i vestiti comodi e caldi, i libri della libreria un piacevole richiamo non tanto perché fossero letti quanto per essere sfogliati. Capita di trovarvi delle piacevoli sorprese, nel farlo: un bigliettino d’auguri, una frase appuntata, un vecchio segnalibro dimenticato…

In questi ultimissimi giorni non ho fatto telefonate, non ho incontrato persone: avevo bisogno di me. Di me da ascoltare, per comprendere quali buoni propositi voglio concretizzare, quali progetti accantonati voglio riesumare, quale ventata di nuovo voglio regalarmi…

Una cara amica mi ha fatto notare che ad ogni perdita subentra un dono, perché chi se ne va cerca in qualche modo di attutire il colpo con un risarcimento. Io non so se è vero ma sento in me un piccolo germoglio che timidamente si fa strada con l’intenzione di crescere, nonché il desiderio di far pulizia estirpando erbe infestanti. A volte ne siamo circondati e ci lasciamo dapprima avvolgere e poi soffocare senza avvedercene; è più facile abituarsi a cattive abitudini o elementi nocivi, che reagire prontamente. Forse pigrizia, o forse vedere il buono dove non c’è, chi lo sa. Anno nuovo vita nuova, diceva mia nonna, ed io credo non serva una vera vita nuova ma semplicemente una vita più a nostra misura, tutto qui.

La vicina cuoce le castagne, effluvi invernali si insinuano sotto la porta di casa a ricordarmi che c’era un tempo in cui mi si esortava a finire i compiti delle vacanze, in sottofondo il tintinnio di stoviglie e posate che venivano ordinatamente posizionate a tavola. In tv la sigla finale di Carosello ricordava che a breve sarebbe iniziato il film della sera, e mio padre esultava perché gli avrebbero “regalato” un western.

Una vita a misura d’uomo. Ecco, questo ho avuto, questo desidero ancora per me.

Stasera, cuocerò le castagne.

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Il sole che muore

Una stagione strana, l’inverno. Si riscopre il calore di una casa, tana sicura e accogliente, il piacere di una lettura mentre fuori piove. La compagnia di un amico cane o gatto che si acciambella accanto scaldandoci anche il cuore.

L’insonnia non è contemplata, in inverno. Le coperte divengono bozzolo rassicurante e si ritorna un po’ bambini…

“L’inverno prende gli uomini per mano e li riporta delicatamente ai luoghi cari di un’infanzia che sa di arance, di mandarini, di castagne, di noci, di polenta e di gioia semplice. Quella che si chiama “la brutta stagione” non è una fine, ma una serena e calma preparazione all’inizio; non è ozio, ma operosità nascosta; non è quiete, ma lavoro: è lei che prepara bottoni di fiori e occhi di stelle per splendori accesi di cieli e di prati. D’inverno la gioia fa il nido dentro il cuore, come la maternità”

Così scrive Antonio Fascianelli nel suo Stupirsi della vita, edizioni Borla.

Un testo particolare, questo, trovato in un banco di vecchi libri usati e preso tra i tanti perché – colpita dal titolo, aprendolo a caso vi ho trovato dei bellissimi passaggi. Mi ha ricordato gli agrumi del paese natale di mia madre, Muravera, luogo in cui una Susanna bambina si faceva abbracciare e viziare dai nonni. L’odore del camino, le anziane del paese con le gonne lunghe e i canestri sulla testa, gli uomini con il sigaro e la bicicletta, sulla piazza del paese, a parlare di campi e di raccolti, di figli lontani e di nipoti appena nati.

Quale potere hanno i libri…

Un altro esempio?

“I ricordi di una giornata che finisce si rifiutano di morire e non vanno né in soffitta né in cantina, ma rimangono dentro per sempre, come i sogni, le speranze, l’amore”.

Sì, forse è vero, signor Antonio, ma oltre ai sogni, alle speranze e all’amore, tra i ricordi di una giornata che finisce e che dentro restano per sempre, là nei bellissimi tramonti si annidano anche nostalgie, rimpianti, delusioni o malinconie. Ed è forse tutto questo a rendere ancora più suggestivo il sole che muore.

Siamo tutti più vulnerabili, al tramonto.

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La logica del male

La logica del male

La pioggia che batte martellante sui vetri, il vento che l’accompagna strattonando le poche foglie rimaste sugli alberi, la terra fradicia che si trasforma in fango, l’aria profumata d’inverno, e un libro. Ma non un libro qualunque, no: una storia che ti assorbe, che ti cattura in reti annodate da strane logiche in grado di imprigionarti, e tu – pesce fuor d’acqua – boccheggi domandandoti se quella logica così ben costruita potrebbe diventare la tua…

“Tu mi accusi di cattiveria, ma ti sbagli. Vedi – e assumeva la pedante tolleranza d’uno che cerchi di convertire l’altro alla sua causa – la cattiveria, se proprio vuoi chiamarla a questo modo, non ha come scopo in sé il male altrui, piuttosto il nostro godimento. Per esempio, come senso della nostra potenza, o come sentimento di vendetta, o come una più forte eccitazione nervosa; e non sono io a dirlo, lo ha scritto proprio Nietzsche. Riflettici, ti prego: se in genere si ammette come morale la legittima difesa, allora si devono ammettere come legittime e morali anche tutte le manifestazioni del cosiddetto egoismo immorale, mi segui?”

Non lo seguivo, per la verità: ero frastornato, turbato, intimorito – è la parola- da quel suo sguardo lucido e febbrile.

“Insomma – continuò – fare il male intenzionalmente, quando si tratta della nostra esistenza o sicurezza, viene concesso come morale, no? Ma allora non ci può essere immoralità quando si compie un male non intenzionale. Perché si sa mai pienamente, forse, come faccia male a un altro un nostro atto? Nel compiere il male come semplice cattiveria, come tu la chiami, il grado del dolore prodotto ci è in ogni caso ignoto: ma in quanto in quest’azione c’è piacere, il fatto avviene per conservare il nostro benessere e quindi, sotto un certo aspetto, rientra in un ambito assai simile a quello della legittima difesa.”

Michele Prisco, Gli ermellini neri, Edizioni Bur

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