Susanna Trossero

scrittrice

Nonostante la cervicale

L’estate vera è quella di quando si era ragazzi, nella mia porzione di isola abitata da volti conosciuti. Sì perché quando vivi in provincia e ci nasci negli anni ’60, ci si conosce un po’ tutti, si frequentano gli stessi posti, si hanno praticamente le stesse abitudini e – spesso – gli stessi desideri.

Il nostro era passare gli esami di maturità, e poi andare tutti in spiaggia. Non pensavamo alle vacanze lontano da casa: per noi le vacanze erano in riva al mare, quello da raggiungere con il pullman azzurro (magari guidato proprio da mio padre) a un tiro di schioppo e dove continuavi a salutare tutti quelli che sulla piazza incontravi quotidianamente.

Volti conosciuti.

La spiaggia era un posto di asciugamani, panini preparati da casa, olio d’oliva per attirare i raggi più caldi, jeans arrotolati a fungere da cuscino. Non avevamo una lira ma non una lira ci avrebbe fatto sentire meglio di così. Ecco, questa era l’estate. Con i ragazzi che buttavano in acqua le ragazze, e il gioco della bottiglia e “mi presti il pettine?” o “hai un panino in più per la mia amica?”

Ieri su fb qualcuno ha scritto che l’estate esiste fino alla quinta superiore… Beh, è stata questa frase a risvegliare in me il collegamento con quelle sensazioni che rendono vera la riflessione. Perché tante estati sono passate da allora, ed è in estate che ho incontrato l’uomo della mia vita, è in estate che ho fatto meravigliosi viaggi e condiviso bellissimi momenti, ma quella freschezza ignara e quel vero sentirsi in vacanza proprio sotto casa, realmente senza alcun pensiero se non quello di non perdere l’ultimo pullman per rientrare a casa, beh quella è una condizione che non si ripete.

Quando tornavamo a casa la doccia doveva essere velocissima perché gli stessi con cui avevi condiviso abbronzatura e salsedine, si riversavano sulla piazza per fare un po’ di “vasche”.

Nessuno di noi asciugava i capelli, avremmo perso tempo prezioso. E non c’era una ragazza che non avesse una madre pronta a lagnarsi per l’incoscienza di quell’atto gravissimo: “Vedrai, vedrai da grande la cervicale!”

Ma “da grande” era così lontano, che volevano saperne le madri, così apprensive e rigide. Il loro “Da grande” era per noi un qualcosa di astratto, noi eravamo già GRANDI, e in altro senso. Intoccabili. Inattaccabili.

Capelli ancora grondanti, una maglietta, il lucidalabbra, un sacco di braccialetti colorati, la luce negli occhi, il cospirare per organizzare bugie ai genitori, lo sfogarsi per un’amicizia deludente, il cercare consolazione per un amore non corrisposto… Era così lontano quel “da grandi”, così buffa la minaccia della cervicale, durante quelle “vasche”.

Sì, l’estate forse finisce proprio con la quinta superiore ma… Ci sono delle volte che, sulle spiagge della mia isola, in quegli orari in cui cala un indolente silenzio – mattino presto, primissimo pomeriggio, tramonto – se chiudo gli occhi e ascolto soltanto la musica discreta della risacca, mi sento ancora così: la mente libera, nessun passato né mutilazione, nessun problema da risolvere o dubbio o incertezza. Ed è bellissimo tenerli chiusi ancora un po’.

Nonostante la cervicale.

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Ci vediamo a settembre

Agosto, mese di viaggi e vacanze, di rientri per chi invece lavora e le ferie le ha già finite, o di voglia di abitare città deserte e dunque molto più vivibili.

Qualunque cosa facciate o non facciate, io vi auguro momenti piacevoli e leggerezza, buona compagnia o solitudine che rilassa, tanti libri appassionanti e cicale sotto le finestre.

Io staccherò dai social ed è per questo che vi do appuntamento a settembre, lasciandovi con qualcosa di delizioso regalatoci da Gianni Rodari:

Il paese delle vacanze
non sta lontano per niente:
se guardate sul calendario
lo trovate facilmente.
Occupa, tra Giugno e Settembre,
la stagione più bella.
Ci si arriva dopo gli esami.
Passaporto, la pagella.
Ogni giorno, qui, è domenica,
però si lavora assai:
tra giochi, tuffi e passeggiate
non si riposa mai.

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Un buon viaggio di rientro

Aereo

La pioggia lava via le foglie morte disseminate qua e là dalla siccità estiva, quest’anno prepotente, e insieme si porta via viaggi e viaggiatori per ripristinare la normalità, quella che prevede giornate lavorative e banchi di scuola.

Si torna a casa, al tran tran, ai progetti, alle speranze, alle novità agognate o alle incombenze immutate…

È l’alba. All’aeroporto, mentre i più sono avvinti dallo schermo del telefonino, io mi diletto a osservare ciò che mi circonda, a immaginare lo stato d’animo dei viaggiatori: hanno lasciato qualcuno o qualcosa che già gli manca? O stanno raggiungendo qualcosa, qualcuno, che troppo gli è mancato? Vanno a staccare la spina – vacanzieri ritardatari – o rientreranno in possesso del loro quotidiano, le chiavi di casa già in tasca?
Di fronte a me, una coppia che ha di certo raggiunto l’età della pensione. Lei ha in braccio un bimbo piccolo piccolo, che dorme deliziato dal ciuccio con aria distesa e beata. I due, vicinissimi tra loro, lo osservano e di tanto in tanto si guardano con una tenerezza che vorrei si potesse descrivere, fotografare… Forse un pittore saprebbe riprodurla. Forse.

Lui leva una calzetta al piccolo e si gingillano entrambi con quel piedino perfetto: le minuscole dita, la pelle liscia, la forma a “palletta”, le naturali curve ancora incerte, al momento non ben delineate. Ci sarà tempo. E ancora si guardano e lo guardano.

Li vedo davanti a un miracolo, il loro, privato e silenzioso, ignari d’essere osservati. Spettatrice discreta, spio uno stato di grazia da presepe dell’infanzia, quando mi era stata inculcata l’immagine della grotta con il bue e l’asinello, un bimbo, i suoi genitori. I nonni però, nel presepe non ci sono mai stati.

Non riesco a distogliere lo sguardo che, ad un certo punto, colgono. Sorrido, mi sorridono. “È bellissimo”, dico.

“Sì, è vero”, risponde lei radiosa mentre l’uomo arrossisce, denudato da una sconosciuta. Poi arrivano i genitori del bambino, con dei giornali e una bottiglia d’acqua.

Mio malgrado smetto di invadere quella preziosa intimità; mi guardo ancora attorno a caccia di altre meraviglie, ma vedo solo dita che si muovono frenetiche sui telefonini.

Che lo capiate o no, mi sento fiera del mio vecchio Nokia; anche stavolta ha fatto il suo lavoro: mi ha permesso di non distrarmi, di non distogliermi dalla realtà che mi circonda, di abbeverarmi con immagini che non dovrebbero sfuggirci, rammentandoci che di “bello” è pieno ogni luogo. Alda Merini ha detto “La bellezza non è che il disvelamento di una tenebra caduta e della luce che ne è venuta fuori”… Secondo David Hume invece, la bellezza delle cose esiste nella mente che le contempla. Anche Kahlil Gibran, la pensava più o meno allo stesso modo:

“L’aspetto delle cose varia secondo le emozioni; e così noi vediamo magia e bellezza in loro, ma, in realtà, magia e bellezza sono in noi”.

Non sono d’accordo… La bellezza è come una luce che si posa su cose o persone, e non c’è giorno che non ci si mostri sperando d’essere scorta. Forse userò un piccolo quaderno per annotare tutto ciò che di bello mi appare quotidianamente, e l’autunno non sarà poi così malinconico.

Sarà un buon viaggio di rientro, ne sono certa.

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