
L’estate vera è quella di quando si era ragazzi, nella mia porzione di isola abitata da volti conosciuti. Sì perché quando vivi in provincia e ci nasci negli anni ’60, ci si conosce un po’ tutti, si frequentano gli stessi posti, si hanno praticamente le stesse abitudini e – spesso – gli stessi desideri.
Il nostro era passare gli esami di maturità, e poi andare tutti in spiaggia. Non pensavamo alle vacanze lontano da casa: per noi le vacanze erano in riva al mare, quello da raggiungere con il pullman azzurro (magari guidato proprio da mio padre) a un tiro di schioppo e dove continuavi a salutare tutti quelli che sulla piazza incontravi quotidianamente.
Volti conosciuti.
La spiaggia era un posto di asciugamani, panini preparati da casa, olio d’oliva per attirare i raggi più caldi, jeans arrotolati a fungere da cuscino. Non avevamo una lira ma non una lira ci avrebbe fatto sentire meglio di così. Ecco, questa era l’estate. Con i ragazzi che buttavano in acqua le ragazze, e il gioco della bottiglia e “mi presti il pettine?” o “hai un panino in più per la mia amica?”
Ieri su fb qualcuno ha scritto che l’estate esiste fino alla quinta superiore… Beh, è stata questa frase a risvegliare in me il collegamento con quelle sensazioni che rendono vera la riflessione. Perché tante estati sono passate da allora, ed è in estate che ho incontrato l’uomo della mia vita, è in estate che ho fatto meravigliosi viaggi e condiviso bellissimi momenti, ma quella freschezza ignara e quel vero sentirsi in vacanza proprio sotto casa, realmente senza alcun pensiero se non quello di non perdere l’ultimo pullman per rientrare a casa, beh quella è una condizione che non si ripete.
Quando tornavamo a casa la doccia doveva essere velocissima perché gli stessi con cui avevi condiviso abbronzatura e salsedine, si riversavano sulla piazza per fare un po’ di “vasche”.
Nessuno di noi asciugava i capelli, avremmo perso tempo prezioso. E non c’era una ragazza che non avesse una madre pronta a lagnarsi per l’incoscienza di quell’atto gravissimo: “Vedrai, vedrai da grande la cervicale!”
Ma “da grande” era così lontano, che volevano saperne le madri, così apprensive e rigide. Il loro “Da grande” era per noi un qualcosa di astratto, noi eravamo già GRANDI, e in altro senso. Intoccabili. Inattaccabili.
Capelli ancora grondanti, una maglietta, il lucidalabbra, un sacco di braccialetti colorati, la luce negli occhi, il cospirare per organizzare bugie ai genitori, lo sfogarsi per un’amicizia deludente, il cercare consolazione per un amore non corrisposto… Era così lontano quel “da grandi”, così buffa la minaccia della cervicale, durante quelle “vasche”.
Sì, l’estate forse finisce proprio con la quinta superiore ma… Ci sono delle volte che, sulle spiagge della mia isola, in quegli orari in cui cala un indolente silenzio – mattino presto, primissimo pomeriggio, tramonto – se chiudo gli occhi e ascolto soltanto la musica discreta della risacca, mi sento ancora così: la mente libera, nessun passato né mutilazione, nessun problema da risolvere o dubbio o incertezza. Ed è bellissimo tenerli chiusi ancora un po’.
Nonostante la cervicale.
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