Susanna Trossero

scrittrice

Un libro da assaporare

A. Serrenti - S. Trossero, Il pane carasauSono tornate le cicale, come ogni anno, e regalano concerti che non prevedono note stonate, in una melodia tutta estiva che racconta di vacanze imminenti, di relax, di condivisioni piacevoli, di libri da leggere o di parole da scrivere.

Il mio ottavo libro è in procinto di nascere e non è soltanto mio: scritto a quattro mani con l’autrice Antonella Serrenti, appassionata non solo di scrittura ma anche di cucina e di antiche tradizioni, è un libro che mi riporta a casa, in Sardegna, tra la mia gente e la sua storia; una terra antica e battuta dal vento, fatta di alberi che si piegano sotto l’ira del maestrale ma non si spezzano, un po’ come i suoi abitanti.

Compiendo delle accurate ricerche, abbiamo scoperto che sono tanti i libri che raccontano dei pani sardi; l’isola ne vanta un’infinita varietà e al di là di gusti personali in fatto di pane, si resta ammirati anche dalla bellezza delle forme e dai decori, che spesso riportano quelli che gli artigiani orafi danno ai loro gioielli isolani. Ma qual è il pane sardo che oramai è presente anche nelle mense del resto del continente? Il Pane Carasau, apprezzato in tutte le regioni italiane e acquistabile nei supermercati o nei negozi di nicchia. Ebbene, non esiste un libro che si dedichi soltanto a lui e alla sua storia, e noi abbiamo voluto crearlo, perché di creazione si tratta quando metti insieme le voci di chi sapeva come panificare, e quale valore dare a quei momenti di grande socializzazione. Possiede una grande storia, questo pane, e noi lasciamo che a raccontarla non siano solo pagine di nozioni ma anche le testimonianze di un tempo andato, quando si lavavano i panni al fiume e quando la parola comunità era sinonimo di grande famiglia e solidarietà. In questo prezioso volume denso anche di intimità e calore umano, intitolato Il pane carasau. Storia e ricette di un’antica tradizione isolana, della Graphe.it Edizioni, in uscita il 26 settembre 2014, scoprirete tante cose sui sardi e sulla loro cultura o mentalità; inoltre abolirete preconcetti, approfondirete piccole e grandi cose su questa terra fiera, e avrete l’occasione di dar grande soddisfazione al palato: molte sono le appetitose ricette che vi offriremo, legate al Pane Carasau, sia antiche che moderne, tutte di semplice esecuzione.

Ci prepariamo dunque per le presentazioni, che naturalmente cominceranno in Sardegna in concomitanza con la pubblicazione del libro, e che proseguiranno poi per tutto il territorio italiano. Nell’attesa, potete seguirci sulla pagina Facebook, e chi fosse interessato ad ospitare questo delizioso volume o a saperne di più, non esisti a contattarmi perché è questo il momento che prediligo: terminata la stesura di un romanzo, una raccolta di racconti o un saggio, comincia infatti la condivisione con i lettori, lo scambio, la vera vita per le pagine scritte. Grazie a voi, al vostro sostegno costante, l’idea trasformatasi in progetto nasce come libro, ancora una volta…

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Viva l’Italia!

Quante cose si possono fare o dire, con la scrittura… Impegnative, divertenti, leggere o difficoltose, ma scrivere con passione significa necessità, e non vi è un tempo in cui non si sia stati con la penna in mano, davanti ad un foglio che funge da specchio per la fantasia, la riflessione o per l’introspezione. È un tempo in cui sto trascurando questo blog, punto di incontro con voi che mi seguite, e confido nella vostra comprensione: in estate si diventa più buoni perché il caldo leva le energie!

La ragione della mia assenza, sta nel fatto che in questo momento mi sto occupando dei testi per un documentario il cui tema ci riguarda tutti: la crisi del nostro paese, le vittime che miete purtroppo non solo sul piano economico, visto che i dati parlano chiaro: soltanto nel 2013, ben 149 lavoratori (imprenditori o ex dipendenti) hanno urlato la loro disperazione nel silenzioso ultimo gesto, diventando un dato statistico. E lo Stato che fa davanti ai suicidi, alle piccole imprese artigiane che scompaiono di giorno in giorno, alle aziende che chiudono, con Equitalia che incombe mentre i padri di famiglia perdono tutto, e i giovani disoccupati si ritrovano senza alcuna prospettiva…

Suicidi di massa, omicidi di Stato

Questo documentario-denuncia, dal titolo (provvisorio) “Suicidi di massa, omicidi di Stato”, vuole impedire la spersonalizzazione delle vittime e dar voce alle loro storie restituendogli nome e dignità, raccontando senza bavagli la situazione attuale che ci vede tutti coinvolti e amareggiati.

Le riprese sono cominciate e il progetto ha preso forma concreta. L’idea, i testi e le musiche sono di Fabio Mazza, la conduttrice è la bravissima Giovanna Cappuccio, ed io – come vi ho detto – curo i testi; esiste anche una pagina fb al riguardo, che spero vorrete visitare.

Stiamo incontrando persone e realtà che mai potrebbero lasciare indifferenti, ma ci scontriamo anche con i paradossi di questa nostra Italia della quale spesso ci si dovrebbe vergognare piuttosto che andarne fieri, ed è amaro constatarlo, destabilizzante toccarlo con mano…

Prima di lasciarvi, vorrei aggiungere che questo non è l’unico progetto che mi riguarda in questa capricciosa estate, ma si tratta di un’altra storia che vi racconterò nei prossimi giorni.

Vi aspetto qui!

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La stanza

la stanza

Ti guardo dormire senza attendere un risveglio, mentre tende bianche svolazzano al rallentatore sotto i baci della calura estiva. Forse dovrei chiudere le imposte e interrompere il frinire esasperante di cicale inopportune, ma il mio corpo appesantito dai pensieri non vuole più saperne di muoversi.

E tu dormi, dormi ma non sudi e il tuo petto non si solleva né si abbassa in un ritmo da risacca così come forse dovrebbe. Che fare intanto? I pomeriggi estivi in campagna sono tutti uguali.

Sfioro le ragnatele dal soffitto con sguardo distratto mentre il ritratto di tua madre, che tutto osserva e tutto giudica, mi indispone come sempre… Perché appenderlo proprio là di fronte al letto? Quante sterili discussioni per quel chiodo di troppo e per i tanti ammuffiti cimeli di famiglia disseminati senza gusto in ogni dove. Qui far l’amore è sofferenza, è polvere e vecchiume che contamina ogni gesto e a che vale avvilupparsi di biancheria costosa se, andando via, ci si porta irrimediabilmente dietro indelebili tracce di antichi dissapori? Tuo padre è morto in questo letto, fra le braccia di una puttana senza nome, e tu è qui che adori morire fra le mie con rovinoso masochismo. Il tarlo irritante di un ricordo ti divora spesso l’anima distogliendola da me e io ti scruto nella penombra in cui da sempre vivi, chiedendomi qual è il mio ruolo in questa stanza di scrittoi e merletti d’altri tempi.

Sei pallido. I tuoi lineamenti non sono distesi benché neppure contratti; un fantoccio, ecco cosa sei, inerme e lontano da elucubrazioni terrene. Domani anch’io sarò lontana. Domani. Riesumerò i miei arcobaleni di un tempo, di quando vivevo alla luce e ridevo di niente in una casa piena di vita e vuota di te.

Amarti è incurvarsi a presidiare da invadenti scarafaggi il legno consumato di pavimenti putridi e io sento, in cuor mio, di poter avere altro un po’ più in là, dove tu non sei.

Mi alzo piano ma lo scricchiolio del letto non ti sveglierà più. Levo le mie impronte dal manico del tuo coltello da caccia e sorrido del tuo andare senza salutare. La macchia rossa sul lenzuolo che ti avvolge il corpo si è estesa a dismisura, colorando irriverente il bianco e nero del tuo mondo.

Almeno in questo ti trascinerò con me.

(Dalla mia raccolta “Nella tana dell’Orco”)

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Lucciole e lanterne

Lucciole e lanterne

Il tuo vetriolo, versato copiosamente in quattro righe saccenti, era finito in tutti questi anni accanto alle chiavi di una casa non più mia, all’accendino scarico, a un rossetto scaduto e alla lista della spesa, contenuto totale di una borsetta passata di moda dimenticata dentro un armadio.

Ripenso alla nostra amicizia, alle nostre risate e complicità, alle uscite a quattro dopo i rispettivi matrimoni, alle gite fuori porta, alle cene, ai compleanni… Complici indivisibili, una vita vissuta l’una all’interno dell’altra, come il liquido in un bicchiere.

Poi, tutto è cambiato. L’aria si era fatta irrespirabile, pregna di occhi sfuggenti, di assenze improvvise, scuse inventate lì per lì. Ti sottraevi a me e rifiutavi di ammetterlo, insultando la mia intelligenza. E, dopo poco, l’inevitabile scontro.

Altri tempi, tempi in cui accusavo te di doppiezza, lui di tradimento, oramai conscia che fossero doppiezza e tradimento la nuova alleanza. Tu, e lui. Tempi in cui piangevo quando gli sentivo addosso il profumo di casa tua, così inconfondibile, a me familiare, mentre rincasava dicendo d’essere stato in ufficio.

Oggi sono qui, sola, con la borsa dalla cui bocca spalancata viene fuori qualcosa che mi restituisce l’esatta dimensione della mia ingenuità; riconosco il foglio ripiegato così come si riconoscerebbe per sempre il coltello che ci ha quasi dissanguati.

Come dimenticare? Me lo lasciasti allora, sul vetro della macchina, quando non volevo più parlarti dopo aver cacciato di casa il mio uomo. Un foglio ripiegato, solo questo, dove mi scrivesti:

Quando punti un dito alla luna,
per indicare la luna,
invece della luna
gli stupidi guardano il dito.

Una citazione, nient’altro. E io continuai a non capire, a sentirmi derisa. Mi si stava dando della sciocca: perché? Perché infierire? Che cosa avrei dovuto vedere, oltre al mio naso? Quella citazione, riportata sulla carta dalla tua mano, mi tenne compagnia a lungo nel tempo della rabbia.

Poi, più tardi, furono tempi della verità e delle scuse che ti dovevo.

Tempi in cui il tuo uomo e il mio, alleanza che mai avevo previsto, andarono altrove a sudare insieme sotto le stesse lenzuola.

(un mio racconto breve)

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Scrivere per non dimenticare

scrivere x ricordare

Fernando Pessoa ha detto che

“Scrivere è dimenticare. La letteratura è il modo più gradevole di ignorare la vita.”

Ma, benché io ami questo autore che con il suo “Il libro dell’inquietudine” mi ha spinta ancor di più verso l’onesta (e crudele) introspezione, non sono assolutamente d’accordo con questa sua affermazione. Non è forse, lo scrivere, un terribile strumento per ricordare? Non è forse, la scrittura, evocazione, proiezione del desiderio, ritorno del rimosso? In fondo, chi saremmo noi senza le nostre memorie, i ricordi, le nostalgie?

Quando scrivo un romanzo o un racconto, non scrivo di me né utilizzo la scrittura per condividere mie esperienze con il lettore, ma la fantasia che mi ispira è sempre impregnata di emozioni o sensazioni conosciute, riesumate dal passato se e quando il presente non ne offre di efficaci a cui attingere.

La paura, la gioia, le reazioni emotive dei miei personaggi, le attese o quel terribile senso di vuoto di chi ha smesso di attendere, il disagio o l’allegria, non sono che stati d’animo causati sempre da persone o circostanze, dunque fanno parte di noi. Ciò che siamo stati è all’origine di ciò che siamo, ed è più facile scrivere di qualcosa che si conosce o che si è conosciuto, anche se poi si inseriscono situazioni che non ci appartengono. Dunque scrivere non è dimenticare: scrivere è rielaborare, scomporre porzioni di verità da ricomporre con la fantasia, è digerire meglio ogni boccone amaro ma anche mantenere indelebile un ricordo che vorremmo mai ci lasciasse.

La memoria è una preziosa soffitta, per chi scrive. Un luogo sacro, nel bene e nel male, a cui far visita senza alcun timore e dal quale trarre nuova linfa. Quella stessa linfa che, se sincera e ben condita dall’immaginazione, avvince il lettore. Perché, accanto a dei libri che ci hanno lasciati indifferenti, ve ne sono altri che gustiamo avidamente come lauti pasti, e che stimolano le nostre papille gustative ad ignorare la possibilità di un’indigestione.

Gli altri, pagine senz’anima né dolorosi segreti, restano là in uno scaffale poco frequentato, dimenticati e silenziosi come scheletrici alberi senza foglie.

Sì mio caro Pessoa, il passato è linfa necessaria a far fiorire le storie, a renderle rigogliose e a far sì che proprio esse ci insegnino a non ignorare la vita.

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