
Quante cose era, un tempo, il mese di agosto.
Rientrare a casa stanchi era la normalità: non si poteva arrivare a sera riposati, no.
Poteva trattarsi – e quasi sempre lo era – di una lunga giornata trascorsa al mare, a ciondolare in spiaggia o a galleggiare in acqua, i polpastrelli rugosi, la pelle salata. Agosto al mare significava niente scuola e già questa era una conquista. Il mare no, non era una conquista, quello c’era tutto l’anno, sono isolana e il mare è presente in ogni tappa o stagione del mio vivere. Dapprima secchielli e formine, poi risate e confidenze con gli amici, ma il suono della risacca, del vento tra i pini, quello restava invariato benché variasse il modo di assorbirlo man mano che crescevo.
Da bambina mi ispirava poesie, e ad un certo punto mi isolavo per scriverle sotto l’ombrellone mentre mia madre osservando i bambini “normali” chiedeva a mio padre “Perché non continua a giocare come gli altri”?
Da adolescente c’era invece l’insicurezza del corpo troppo magro mentre le amiche sbocciavano; il timore di non essere vista o quello più frequente di essere vista e derisa finivano sul diario, e dopo lo esorcizzavo correndo sulla battigia piena di energie.
Da ragazza invece il mare era coetanei, il gioco della bottiglia, panini, risate, sguardi complici, capelli bagnati e il pettine che veniva passato come una sigaretta, minuscoli costumi Fiorucci, vecchi jeans trasformati in borse da spiaggia, nessuna protezione solare né ombrelloni, il sole era nostro e noi eravamo il sole.
Il rientro a casa era da naufraghi esausti, sempre. Salvo poi riprendersi con una doccia e uscire saltando la cena.
Agosto… Era il mese della libertà, dell’assenza di vestiti, dei piedi nudi, della leggerezza, dei pisolini all’ombra, delle spalle arrossate, del cocomero fresco, dell’irreperibilità – benedetta, l’inesistenza dei cellulari – di persone nuove da conoscere restando sulle spiagge sotto casa. Noi non facevamo i turisti, il nostro viaggio era in pullman e la destinazione i paradisi isolani, non ci serviva niente altro. Ma i turisti venivano a noi e facevamo amicizia ascoltando racconti di città non nostre e perciò lontane.
Oggi agosto è qualcosa di strano. Il mare resta ciò che mi appartiene ma lo sogno in altro modo: spiaggia deserta, silenzio, carezze dell’acqua sulla riva, ombra che lenisce, occhi chiusi per pensare meglio, brezza che gioca con le frange dell’ombrellone. Tutto questo, in agosto, è impossibile. Si realizza soltanto al tramonto, quando tutti se ne vanno in fila indiana trascinando poltroncine pieghevoli e ombrelloni e lasciando il resto a me: una distesa finalmente deserta, un tramonto, l’agognata malinconia struggente che nasce dalla bellezza della natura e che non rattrista.
Oggi, l’agosto che vorrei è in una spiaggia solitaria che conserva le impronte dei gabbiani, niente a perdita d’occhio, gigli di mare e conchiglie spiaggiate.

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