Susanna Trossero

scrittrice

Oggi, l’agosto che vorrei

Quante cose era, un tempo, il mese di agosto.

Rientrare a casa stanchi era la normalità: non si poteva arrivare a sera riposati, no.

Poteva trattarsi – e quasi sempre lo era – di una lunga giornata trascorsa al mare, a ciondolare in spiaggia o a galleggiare in acqua, i polpastrelli rugosi, la pelle salata. Agosto al mare significava niente scuola e già questa era una conquista. Il mare no, non era una conquista, quello c’era tutto l’anno, sono isolana e il mare è presente in ogni tappa o stagione del mio vivere. Dapprima secchielli e formine, poi risate e confidenze con gli amici, ma il suono della risacca, del vento tra i pini, quello restava invariato benché variasse il modo di assorbirlo man mano che crescevo.

Da bambina mi ispirava poesie, e ad un certo punto mi isolavo per scriverle sotto l’ombrellone mentre mia madre osservando i bambini “normali” chiedeva a mio padre “Perché non continua a giocare come gli altri”?

Da adolescente c’era invece l’insicurezza del corpo troppo magro mentre le amiche sbocciavano; il timore di non essere vista o quello più frequente di essere vista e derisa finivano sul diario, e dopo lo esorcizzavo correndo sulla battigia piena di energie.

Da ragazza invece il mare era coetanei, il gioco della bottiglia, panini, risate, sguardi complici, capelli bagnati e il pettine che veniva passato come una sigaretta, minuscoli costumi Fiorucci, vecchi jeans trasformati in borse da spiaggia, nessuna protezione solare né ombrelloni, il sole era nostro e noi eravamo il sole.

Il rientro a casa era da naufraghi esausti, sempre. Salvo poi riprendersi con una doccia e uscire saltando la cena.

Agosto… Era il mese della libertà, dell’assenza di vestiti, dei piedi nudi, della leggerezza, dei pisolini all’ombra, delle spalle arrossate, del cocomero fresco, dell’irreperibilità – benedetta, l’inesistenza dei cellulari – di persone nuove da conoscere restando sulle spiagge sotto casa. Noi non facevamo i turisti, il nostro viaggio era in pullman e la destinazione i paradisi isolani, non ci serviva niente altro. Ma i turisti venivano a noi e facevamo amicizia ascoltando racconti di città non nostre e perciò lontane.

Oggi agosto è qualcosa di strano. Il mare resta ciò che mi appartiene ma lo sogno in altro modo: spiaggia deserta, silenzio, carezze dell’acqua sulla riva, ombra che lenisce, occhi chiusi per pensare meglio, brezza che gioca con le frange dell’ombrellone. Tutto questo, in agosto, è impossibile. Si realizza soltanto al tramonto, quando tutti se ne vanno in fila indiana trascinando poltroncine pieghevoli e ombrelloni e lasciando il resto a me: una distesa finalmente deserta, un tramonto, l’agognata malinconia struggente che nasce dalla bellezza della natura e che non rattrista.

Oggi, l’agosto che vorrei è in una spiaggia solitaria che conserva le impronte dei gabbiani, niente a perdita d’occhio, gigli di mare e conchiglie spiaggiate.

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La meraviglia di un momento

“D’estate le mani del vento muovono invisibili fili nell’aria, che uniscono le onde, i capelli, i pensieri”.
(Fabrizio Caramagna)

Che strano questo improvviso riconoscere antiche atmosfere che ogni anno si ripetono. L’odore della pioggia, le spiagge meno affollate, quel clima per i più fortunati ancora vacanziero, ma per i comuni mortali ora denso di ben altri significati.

Vorrei saper dipingere per riprodurre sulla tela ciò che vedo e che tanta suggestione mi regala, ma mi limito a scattare una foto che ben rappresenta atmosfere e stati d’animo. Per quanto riguarda quest’ultimo, personalmente legherei il tutto al concetto di meraviglia, quella meraviglia discreta, che si insinua sottile nella parte più vulnerabile di noi accarezzando nervi scoperti. Vi capita, davanti a una immagine?

Da isolana, sono sensibile alla meraviglia del mare, della sabbia sottile come farina, dei gigli selvatici che nascono spontanei tra i cespugli, del vento che moltiplica il canto della risacca.

Mi piace trattenermi sulla spiaggia mentre tutti vanno via, la pelle calda di sole, i capelli impregnati di salsedine, un senso di vuoto da piacevole spossatezza, la mente che galleggia, lo sguardo che si posa.

So di essere in compagnia di grandi poeti e scrittori, di innamorati o anime nostalgiche, di insoddisfatti o gioiosi, di delusi o sereni. Perché qui, davanti al mare, c’è posto per tutti.

Ed io, tutt’uno con la natura, con quella piccola porzione di costa, d’acqua che si fa blu e di sole calante, sono in pace.

Meraviglia.

E di ben altra meraviglia, vi parlerò domani.

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Le ciambelle sul mare

Le ciambelle sul mare

Sabbia, sabbia che porta il vento, che penetra ovunque dispettosa o che forma mulinelli giocosi. Sabbia negli occhi, che brucia, che acceca, o in bocca che “scricchiola” tra i denti e più non se ne va. Sabbia tra i capelli, durante le vacanze estive, o in granelli tra le dita che volano via senza lasciare traccia, come un nome che non ha motivo d’esser ricordato.

Ma anche sabbia sotto i piedi, che abbraccia le scarpe al tuo passaggio e resta immobile, umida e muta, in un’alba sul mare da condividere con un’amica. La ricordo, quell’alba, quei brividi di freddo accompagnati da una risacca ch’era musica lieve, le parole non dette per poterla ascoltare. E il cielo che pian piano perdeva quel nero assoluto per sfumare in un grigio ancora incerto, sebbene capace di stendere un manto del suo stesso colore sulla spiaggia, sui gabbiani più mattinieri, sulle piante grasse nate spontanee, sui gigli selvatici, sul faro e sulle rocce tutt’attorno.

Ricordo il sopraggiungere di un solitario cormorano e le sue evoluzioni da pescatore esperto, mentre maestoso cominciava a mostrarsi il sole, modificando ogni cosa nell’arco di un istante che subito diviene ricordo del passato.

Poi, il profumo di dolci appena sfornati, ci ha attratte verso il piccolo bar dalle sedie scompagnate, e quelle ciambelle, oh le ciambelle sul mare, sono rimaste nella memoria come le più soffici e fragranti.

Sporche di zucchero e appagate dallo spettacolo del sorgere del sole, ci siamo distese sulla sabbia che si faceva sempre meno umida, a godere dei raggi che via via divenivano da tiepidi a caldi, fino a che il sonno ci ha colte, proseguendo uno stato di grazia mai più dimenticato.

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