Susanna Trossero

scrittrice

Intervista a Susanna Trossero su Critica Letteraria

Ciao Susanna, innanzitutto grazie per aver accettato la proposta di raccontarci un po’ di te. E inizierei proprio lasciandoti un po’ di spazio per qualche notizia biografica: sentiti libera di dire ciò che preferisci.
Ciao a tutti, sono Susanna, scrivo da sempre e da sempre amo leggere; pensate che già dagli anni delle scuole elementari mi dilettavo a scrivere storie per gli altri bambini; i temi erano allora sempre gli stessi: orchi, fate, castelli stregati, tutti argomenti cari ai bambini ma la differenza stava nel fatto che io li raccontavo piuttosto che farmeli raccontare. Poi ho cominciato ad osservare le persone e ad immaginare le loro storie, e i temi sono cambiati, o meglio, si sono alternati in qualche modo. Non ho mai smesso di scrivere ma – crescendo – per molti anni ho continuato a farlo solo per un mio piacere personale, per seguire un istinto che mi portava a riempire le pagine bianche quasi come se non si trattasse di una creazione deliberata, evitando però la condivisione con altri a causa di una sorta di pudore che mi impediva di far leggere quelle che definivo le mie cose, pudore che ho scoperto essere più frequente di quanto supponessi. Mi pareva di denudarmi, di trasformare un mio momento privato in qualcosa di pubblico; in realtà ho scoperto nel tempo che scrivere è anche donarsi, e sono stata fortunata perché – nel momento in cui ho cominciato a mettermi in gioco – ho ottenuto buoni riconoscimenti e un’ottima accoglienza nel mondo dei libri.

Abbiamo recentemente letto il tuo Nella tana dell’orco: quanto hanno inciso le leggende su questo tuo scritto?
Parecchio, almeno per quanto riguarda il racconto che apre la raccolta e che le dà il titolo. Sono sempre stata affascinata da miti e leggende della mia terra, la Sardegna; dopotutto i nostri nuraghi sono uno dei più grandi misteri legati all’archeologia. Pensate che esiste una teoria ritrovata in diversi trattati, che sostiene fossero opera della civiltà di Atlantide! Se poi considerate che esiste un’ipotesi tutta italiana che dice che Atlantide sarebbe proprio la Sardegna! Si parla di teorie, di ipotesi, ci tengo a precisarlo, ma sono molto più intriganti e stimolanti delle risposte che ci hanno dato a scuola, o che troviamo su testi “seri”. Dunque, nel mio racconto, ho volutamente lasciato spazio – usando uno stile spesso surreale – al mistero, magari alimentando le leggende, modificandole a mio piacimento, giocando con la fantasia. Devo dire che è stato divertente.

Hai avuto qualche modello, per quanto riguarda i racconti più d’impatto, come “Gli scarafaggi”?
Si attinge sempre da qualcosa o da qualcuno, anche involontariamente. Io ho sempre amato Stephen King, Edgar Allan Poe, ho apprezzato i primi film di Dario Argento, ho tutta la collezione dei fumetti di Dylan Dog. Capita che una frase, un’atmosfera, un particolare, mi si incollino addosso per un po’ e mi stimolino influenzando la mia scrittura. Ma è un discorso che abbraccia anche altri generi perché sono una che spazia, in quanto ad ambientazioni o argomenti trattati. Ho bisogno di cambiamenti radicali nei temi che affronto, di non avere limiti di nessun genere; lo trovo più stimolante, più… corroborante.

Dai tuoi racconti emerge spesso, come abbiamo visto, il rapporto tra l’uomo e la natura: cosa ne pensi? Credi nella possibilità di rientrare in equilibrio con la natura, messa in secondo piano in questi ultimi decenni?
Ahimè no, non ci credo. E lo dico con la mia parte razionale, non con quella del “cantastorie”. Purtroppo l’uomo è stupido, tende all’autodistruzione senza neppure avvedersene. La natura in fondo siamo noi, ma ci siamo creati un modo di vivere che non ci tutela e credo sia impossibile oramai tornare indietro. Abbiamo fatto scempio di beni preziosi ed è come se la natura – dopo vari moniti – si sia seduta a guardare ironizzando sulla nostra ignoranza e ingenuità. È scomodo fare passi indietro, abbiamo raggiunto il punto di non ritorno e diventa più semplice andare avanti, nonostante tutto. Ecco perché, nei miei racconti (in particolar modo nel “Il Dio degli alberi”), ho immaginato una natura che da spettatrice e vittima diviene carnefice. Temo sia la sua unica possibilità di salvarsi…

Sul retrocopertina si legge che hai partecipato e vinto concorsi di poesia e di narrativa. In quale delle due dimensioni ti rispecchi di più? E perché?
Questa domanda mi è stata fatta di recente in un’altra intervista e mi ha fatto riflettere. Io ho pubblicato molte mie poesie negli anni e mi sono resa conto che – nel momento in cui arrivavo alla pubblicazione – vivevo la cosa con un certo disagio. La poesia è un fatto intimo, personale, e se scaturisce da momenti significativi della tua vita è un po’ come esporre l’anima. Dunque la leggo, la cerco, la amo, ma non riesco più tanto facilmente ad espormi con dei versi. Li tengo nei miei cassetti, in quei deliziosi quadernini piccoli piccoli che riapri quando hai voglia di guardarti dentro, o di ricordare, quando ti fai domande o cerchi risposte. La poesia è un attimo, una sensazione, è con la prosa che passo più tempo, sia come autrice che come lettrice.

Proprio tra poche settimane (e questa è una bella anticipazione!) ci dedicheremo a una nuova rubrica di poesia. Vogliamo chiedere anche la tua impressione: cos’è la poesia oggi? La consideri ancora spendibile o è per lo più momento privato?
Credo di avere, almeno in parte, appena risposto. Ma devo aggiungere che sono felice che non tutti coloro che scrivono poesie abbiano questa sorta di pudore, perché leggerne può aiutarci a dar voce a cose che anche noi proviamo, e che magari avremmo voluto saper dire. Accade così da sempre, ci si riconosce nelle parole di qualcun altro: chi non ha copiato versi sull’agenda facendoli suoi? Sono felice della vostra iniziativa, perché se è vero che le raccolte di poesie risultano quasi invendibili è anche vero – benché sia un controsenso – che sono in tanti a leggerne o a scriverne.

Sappiamo che un tuo nuovo libro è in uscita (n.d.r. e presto lo recensiremo!): ce ne vuoi parlare?
È stato pubblicato di recente dalla Graphe.it Edizioni di Perugia, e si intitola Lame & Affini. Come ho detto, mi piace girovagare, andare laddove mi porta la fantasia, amo spaziare, affrontare vari argomenti, e questo è un libro che racconta di passioni, di sentimenti tutt’altro che surreali, di trasgressioni terrene, di scelte controproducenti; un’antologia di racconti dunque totalmente differente dalla raccolta precedente, che scava nella parte “scomoda” dell’uomo, quella vulnerabile e giudicata amorale, spesso condannata dai più ma che è insita nell’animo umano. Rinnegata, certo, ma potente, a volte predominante, che ci conduce verso strade dissestate lusingando la nostra vanità. In queste pagine si può trovare sia una cruda assenza di sentimenti che l’esaltazione dell’Amore eterno. Insomma, ce n’è per tutti.

Dunque, argomenti molto diversi da quelli che abbiamo letto Nella tana dell’orco: sono aspetti che si conciliano nella tua personalità di scrittrice, o possiamo considerare un’evoluzione del tuo pensiero e del tuo stile?
Credo si tratti più della mia personalità di scrittrice. La scrittura, per me, è la vera libertà. Attraverso la penna io posso essere chiunque, come spesso dico, posso andare ovunque, posso vivere le più disparate situazioni. Niente è impossibile, non ci sono regole, freni, dunque è come volare senza alcuna meta con il solo scopo di liberare la fantasia. A volte chi viene a trovarmi si stupisce dei paradossi della mia libreria, perché accanto a poesie di Montale, Prevert, del meraviglioso Quintana o altri, puoi trovare le biografie di serial killer; accanto alle introspezioni di Moravia, alla toccante Emily Dickinson o ai libri di fiabe dei Grimm, puoi trovare degli horror o dei romanzi ricchi di passione come Le relazioni pericolose di Laclos o Follia di Mc Grath. Leggo e scrivo allo stesso modo. Senza un filo logico, un genere, ma seguendo un istinto, un desiderio, un’idea.

Per ringraziarti della cortesia, ti lascio lo spazio per dirci qualcosa a tua scelta.
Voglio ringraziare tutti coloro che mi stanno leggendo e apprezzando, perché il libro cessa di essere di chi l’ha scritto nel momento in cui è tra le mani di chi lo sta leggendo. Dunque ogni singolo apprezzamento è per me degno di nota e non farà mai parte di un insieme, bensì parte integrante e fondamentale di ciò che i miei lettori mi stanno dando: la voglia di continuare, lo stimolo di fare sempre meglio. Richard Bach ha detto: “Uno scrittore professionista è un dilettante che non ha mollato”.

Grazie e alla prossima con Lame e affini!

Gloria Ghioni in Critica Letteraria
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Lame e affini. Altra intervista all’autrice


Parlaci un po’ di te.
Sono Susanna, sono sarda e vivo a Roma da poco meno di due anni. Questa meravigliosa città mi sta trattando bene, anche se per chi ha sempre vissuto in un piccolo centro e respirato il mare d’estate e d’inverno, non è facile adattarsi. Devo dire però che, da alcuni anni, ho scoperto in me una natura nomade che mi facilita le cose! Ogni volta che posso farlo, viaggio e non importa dove, l’importante è muoversi alla scoperta del nuovo o del “diverso”, apre la mente e ci nutre di vita.

Amo scrivere, trovo la scrittura liberatoria e terapeutica; in diversi momenti della mia vita mi è stata di grande aiuto, in altri fonte di gioia, ma mai mi ha lasciata indifferente. Sono anche una gran lettrice e mi ammalia addirittura l’odore, dei libri. Se mai vi capitasse di cercarmi in una libreria, sarò quella che ne apre alcuni a caso e li annusa chiudendo gli occhi!


Perché scrivi?
Scrivo per liberare un pensiero, un’idea, un qualcosa di astratto che da un momento all’altro, senza preavviso, mi scalpita dentro privo di ordine o logica, e che una volta fuori prende vita quasi autonomamente. I miei personaggi all’improvviso sono vivi davanti a me e, a volte, ho quasi l’impressione che si raccontino da soli! Per me la scrittura è un viaggio, una partenza senza mèta verso luoghi sconosciuti anche a me stessa. Ogni passo, ogni riga, è una scoperta, ma non esiste un limite o un freno, posso andare ovunque. E, come ho detto, io amo viaggiare.


Quando hai iniziato a scrivere?
Avevo sei anni e già raccontavo sulla carta delle storie che la mia maestra, divertita, leggeva alle colleghe. Storie di castelli stregati, vampiri, fantasmi! Ricordo che, alle superiori invece, ascoltavo attentamente gli sfoghi delle amiche deluse da questo o quello, le loro crisi esistenziali o le loro prime delusioni, e una volta tornata a casa scrivevo tutto sotto forma di breve racconto; spaccati di vita altrui che mi affascinavano e che in segreto facevo miei.

Scrivo da sempre, perché da sempre quando vedo un foglio bianco, qualcosa dentro mi si accende e devo “sporcarlo” anche solo con un pensiero. Così, ad oggi, mi ritrovo con la casa piena di taccuini stracolmi di note e appunti all’apparenza disordinati, ma per me di grande utilità e valore.


Parlaci del tuo libro Lame & Affini
Questo è un libro che “sento” in modo particolare, perché racchiude in sé qualcosa che mi affascina da sempre: l’animo umano. È un libro che parla di sentimenti forti dentro uomini deboli, di ossessioni o d’Amore, di verità e menzogne, della grande forza insita in ogni debolezza. Un filosofo ha detto che “nessun uomo sceglie il male perché è il male, lo scambia solo per la felicità, per il bene che sta cercando”. Naturalmente mi dissocio dal termine male inteso come peccato, ma concordo pienamente con il concetto del filosofo. In Lame & affini, ho tentato di raccontare questa ricerca di felicità e i tormenti che a volte ne conseguono, mettendo in primo piano ciò che spesso ci spinge in direzioni vivamente sconsigliare dalla parte razionale: il subdolo erotismo che danza ammaliatore anche tra le piccole cose quotidiane, e ci porta per mano laddove l’attrazione – verso persone o situazioni – ha la meglio su tutto.


Quali sono le tue letture preferite?
Spazio molto tra due generi differenti, ovvero il thriller (Stephen King, Koontz, Patricia Cornwell ecc.) e i romanzi in cui la passione ti conduce verso l’autodistruzione (Follia di Mc Grath, Le relazioni pericolose di De Laclos, Il peccato di Hart). Adesso sto leggendo un libro che trovo originale e inquietante, sospeso tra realtà, fantasia e soprannaturale: Il grande Bagarozy di Helmut Krausser.


Un libro da leggere.
La noia di Moravia. Dettagliata e cruda descrizione delle vulnerabilità umane, reale e cattiva nella sua mancanza di fronzoli o ipocrisie. Un libro che ti trascina verso scomode introspezioni.


Un libro da non leggere.
Il male oscuro di Giuseppe Berto. Ma vorrei fosse chiara la motivazione, perché non discuto di certo la grande abilità narrativa di un grande scrittore come lui, ma per me la punteggiatura è fondamentale: posso parlare a ruota libera o ascoltare chi lo fa senza neppure prendere fiato, ma non leggere senza le giuste pause facilitate da una virgola, un punto… piccoli segni dal grande significato che lui ha quasi completamente abolito a favore di interminabili periodi, levandomi totalmente il piacere della lettura. Ed è un peccato, perché il romanzo è davvero bello.

da GraphoMania


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Lame e affini. Intervista all’autrice

Susanna Trossero con Lame & Affini inizia a far parte della collana Afrodite edita da Graphe.it. Un libro che consiglio, per la struttura dei racconti ben definiti e molto curati, un testo da leggere con calma, un racconto alla volta per lasciarsi lentamente affascinare da una scrittura scorrevole ed affascinante. Ecco la mia intervista a Susanna.

Ciao Susanna! Parlaci di te: cosa desideri che si sappia della Susanna scrittrice?
Ciao a te Mariella! Che dire, la Susanna scrittrice non si discosta molto dalla Susanna di ogni giorno, sono un’attenta osservatrice che immagazzina anche le più piccole cose: uno sguardo, una parola, un profumo o una sensazione, le confidenze di un’amica o uno strano sogno notturno. Poi, quando mi ritrovo da sola nel silenzio della mia casa, attingo e scrivo. Dunque è come se scrivessi sempre, anche se solo dentro la mia testa e forse in modo a volte inconsapevole. Sono affascinata dalle persone, dalle loro azioni e reazioni.

Cosa pensi dell’editoria di oggi? Ti soddisfa?
Quello che non mi soddisfa è più che altro ciò che ruota attorno all’editoria e che penalizza piccole e medie case editrici. Dalla distribuzione all’attenzione degli organi di informazione, per esempio. Il monopolio è in mano ai grandi editori, e benché anche i piccoli svolgano al meglio il loro lavoro (spesso con più passione), devono faticare non poco per farsi notare e per far emergere autori di valore. Mi è capitato spesso di leggere libri bellissimi che non sono mai rientrati nel circuito della grande distribuzione e dei quali non si è parlato abbastanza, cosa di cui mi cruccio come lettrice. Il talento, ahimè, spesso non è sufficiente.

Un libro che hai amato molto
Il peccato di Josephine Hart, storia di un’invidia distruttiva nata dall’ammirazione. Odio e passione raccontati con un ritmo talmente efficace che alla parola FINE se ne vorrebbe ancora e ancora. Un libro coinvolgente che sa far vivere il tormento in chi legge. Ve ne sono altri che ho apprezzato e che consiglierei, ma l’elenco potrebbe essere lungo.

Spiegaci il titolo del tuo ultimo libro “Lame & affini”.
La lama, o tutto ciò che le assomiglia (& affini…) è tagliente, affilata, rischiosa da maneggiare, ma al tempo stesso lucente, brillante e seducente. Spesso si sottovaluta la pericolosità di un coltello ed è estremamente facile farsi male. Non è forse lo stesso con le passioni? Lame & Affini racconta proprio di questo, ovvero del potere distruttivo delle attrazioni scomode ma anche della loro malìa, e della nostra vulnerabilità davanti ad esse. D’Annunzio diceva: “La felicità di una volta non vi lasciò, se non coltelli affilati per dilaniarmi”.

Convincimi a comprare il libro, su!
È un libro per chi è intrigato dalle debolezze umane, per chi vuole “sentire” – seppur senza giudicare – il difetto d’essere di anime angosciate. Ma è anche un libro in cui respiri la malinconia di un passato che non può tornare, o di un’Amore totalizzante. Sono racconti pregni di sentimenti e d’assenza di sentimenti, dunque ora torbidi e disincantati ora teneri o maliziosi. Forse, nell’intimo, potresti trovarci qualcosa che conosci… perché non andare a scoprirlo?

Come sei arrivata alla Graphe, che iter hai seguito?
Ho partecipato al concorso letterario EroticaMente ovvero l’inebriante sapore della vita della Graphe.it Edizioni pubblicizzato su internet nel 2007, concorso che ho vinto con il racconto Senilità (e che è stato inserito anche nella raccolta Lame & affini). Ho apprezzato subito la casa editrice perché abbraccia i generi più svariati accettando ogni sfumatura dell’uomo, nobile o meno nobile. La sua apertura è davvero degna di nota, così come lo è la passione che la contraddistingue.

Che cosa provi sapendo che qualcuno leggerà il tuo libro e forse si emozionerà?
Quando un libro è finito, non è più di chi l’ha scritto: si dirige verso il suo vero proprietario, che è il lettore. Quest’ultimo ne decreterà la morte o l’immortalità e ciò provoca sensazioni contrastanti nell’autore, che attende la sentenza con emozione che ad ogni lavoro terminato si rinnova. Se la tua penna ha lasciato nelle pagine parole in grado di trasmettere un turbamento, allora hai vinto ed è una vittoria che ogni volta ti sorprende, ti gratifica, ti spinge verso altre ispirazioni, provocando empatia tra due perfetti sconosciuti: lo scrittore e il lettore.

Cosa significa per te scrivere?
In parte ciò che ho appena detto, ma anche qualcosa di più. Significa vivere tante vite, essere chiunque, volare ovunque senza limiti. Significa dar spazio alla fantasia, alla creatività che all’improvviso ti manda in trance e non c’è più nulla che puoi fare tranne scrivere, senza neppure avvederti di quanto tempo è passato da quando hai cominciato. Significa avere la netta sensazione di aver dato vita a qualcosa o a qualcuno che ad un certo punto pare cammini da solo, lasciandoti la folle percezione di scrivere sotto dettatura. Questo accade solo nelle mie storie più lunghe ed è bellissimo. In quelle brevi invece è come scappare all’improvviso da tutto per riversare sulla carta qualcosa che hai dentro e che non ne vuole più sapere di star là. È una sorta di urgenza, di bisogno impellente, che magari nasce da una frase qualunque o da un volto incontrato per caso.

Qualcosa che non ti ho chiesto…
Ho imparato a scrivere a cinque anni (i primi raccontini li ho scritti un anno dopo!) grazie all’amore di mio padre per la lettura. Mio padre, che aveva vissuto la sua infanzia in tempi e luoghi in cui se riuscivi a finire le scuole elementari era una fortuna, non conosceva errori di grammatica e scriveva correttamente qualunque cosa senza l’ausilio del vocabolario. Respirare quest’amore forse mi ha portato a provarlo io stessa, e tra i regali ricevuti a Natale o per il compleanno, c’erano sempre dei libri, accuratamente scelti in base all’età. Ecco, il mio è un invito a comprarli, i libri: per voi, per i vostri figli, per gli amici, per il vicino di casa più gentile. Perché, per ripetere una frase di Emily Dickinson, “nessun vascello c’è che, come un libro, possa portarci in contrade lontane”.

Grazie Susanna, è stato un piacere.
Grazie a te Mariella e… buona lettura!

tratto da Schizofrenieletterarie blog di Mariella Calcagno
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EroticaMente. Intervista a Susanna Trossero

Susanna Trossero è autrice del racconto Senilità vincitore del concorso EroticaMente ovvero l’inebriante sapore della vita.

Perché hai partecipato a questo concorso?
Intanto devo dire che sono davvero felice che il mio racconto sia stato così apprezzato, è una gratificazione personale che non ha neppure bisogno di essere spiegata, e se è vero che quando partecipo a un concorso letterario lo faccio un po’ per gioco e un po’ per mettermi alla prova, in questo caso l’ho fatto anche perché intrigata dal tema proposto: l’erotismo. Ho scritto spesso di questo vento ora impaziente ora delicato che ci scompiglia l’esistenza e che prima o poi ci accomuna tutti, dunque ho apprezzato l’idea trovandola stimolante. Io scrivo per il desiderio di vivere tante vite, di poter essere chiunque e di trovarmi protagonista delle più disparate situazioni, anche impossibili o surreali; grazie alla penna non esiste luogo o condizione in cui io possa sentirmi in terra straniera. Credo dunque che sia la scrittura la vera libertà, quella totale.

Nel bando di concorso si lasciava spazio all’eros in tutte le sue forme e ho colto l’occasione per lanciare un messaggio attraverso una storia che parla di anziani, poiché difficilmente li si associa ad un tema del genere; l’erotismo nasce nella mente, dunque muore soltanto quando viene meno la fantasia, indipendentemente dall’età.

Cosa significa per te eros?
Tutto ciò che è concreto, tangibile, visibile ad occhio nudo grazie a contorni netti, ha un nome o una definizione che gli appartiene o che lo rende riconoscibile, dunque è semplice da spiegare o possibile da catalogare. L’eros invece è per me qualcosa di così meravigliosamente astratto e soggettivo, di così legato ai sensi, che trovo limitante usare una parola per definirlo. Sono le sensazioni a parlare, la fantasia, una mescolanza di presente da vivere e passato da cui attingere, per cui trovi l’eros nella forza di un ricordo o in una immagine del presente che niente ha di esplicito, in una sfumatura o magari in un profumo che ti provoca accattivanti pensieri. Credo che l’eros tragga la sua forza proprio dal fatto che stimola l’immaginazione attraverso un qualcosa di vago a cui è la mente a dare voce. L’eros siamo noi, è il nostro personale e profondo modo di “guardare” e di “sentire”, è la nostra immaginazione. E, per fortuna, non è strettamente legato a severi e fuorvianti canoni estetici né a schemi superficiali.

Secondo te che valenza si dà all’eros nella vita di tutti i giorni?
È innegabile che l’eros possieda una sua forza, anche se, trattandosi più di un impatto momentaneo che di una costante, si può ingenuamente pensare che una “cosa” così astratta difficilmente possa farla da padrone o influenzarci; in realtà secondo me, ci spinge spesso in strane direzioni che molti di noi, almeno una volta nella vita, hanno conosciuto. Il che può essere una grande fortuna o… una condanna.

Perché, che ci piaccia o no ammetterlo a noi stessi o raccontarlo ad altri, la ragione ci guida sempre un attimo in ritardo.

intervista tratta da GraphoMania
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Nella tana dell’orco. Intervista all’autrice Susanna Trossero

Come ti è venuta l’idea di scrivere questi racconti?
I racconti che compongono la raccolta sono quattro, e tre di questi hanno una storia tutta loro. In breve, il primo (che dà il titolo al libro) nasce come sceneggiatura per un fumetto di Dylan Dog. Fu per me un esperimento divertente, che inviai a Sergio Bonelli quasi per gioco, ma fu proprio questo mitico editore (chi non lo conosce? Basta pensare a Tex!) ad esortarmi a trasformare la sceneggiatura in racconto, giudicandolo adatto più ad un libro che ad un fumetto. Da allora è rimasto tra noi un saltuario e gradito scambio di brevi lettere (le care vecchie lettere oggi in disuso…) ed è stato un onore per me inviargli – pochi giorni fa – una copia del mio libro.

Il secondo racconto, Il Dio degli alberi, nasce da un inquietante pensiero: l’uomo sta distruggendo la natura, e questo è un dato di fatto, ma se la natura volesse difendersi, quali strumenti potrebbe utilizzare allo scopo? A conti fatti, forse, la sua “vendetta” è già cominciata; la storia infatti – con uno stile surreale che è presente in tutto il libro – racconta di come paradossalmente sia proprio lui, l’uomo, a fornirle le armi necessarie ad estinguere se stesso.
Il terzo racconto, Il fiore, mi è stato ispirato da una pianista gallese amante dei fiori e delle piante, che ho conosciuto in Sardegna e che realmente sognava di rubare un’orchidea rara esposta in una gioielleria di Porto Cervo. La trovai un’idea a dir poco intrigante!
Gli scarafaggi, invece, quarto ed ultimo racconto, non ha una sua storia ma è stato creato proprio per concludere – in modo un po’ cruento – la raccolta, evidenziando in modo volutamente esasperato l’inferiorità dell’uomo-figlio nei confronti di madre-natura.
Della natura si parla tutti i giorni, io ho voluto farlo in modo – spero – originale, insolito forse, con un monito presente tra le righe.

A te piacciono molto i racconti: molto spesso, invece, non vengono letti (e nemmeno pubblicati) perché si preferiscono i romanzi. Ci dici la tua in merito?
Io amo sia scrivere che leggere i racconti, e non saprei dire perché vengano considerati più vendibili i romanzi. I più grandi scrittori, infatti, hanno pubblicato racconti degni di nota: Calvino, Conrad, Kipling, l’elenco è lungo. Ma credo che il modo più efficace per me di spiegare perché il racconto si riveli spesso superiore al romanzo – in un’epoca in cui pare sia di moda dire “non ho più tempo per leggere” – sia quello di far mie le parole di Edgar Allan Poe che nel 1842 ha detto:

“Le occupazioni quotidiane che intervengono durante le pause della lettura di un libro, ne modificano annullano o minano le impressioni. Nel racconto breve invece, l’animo di chi legge è sotto il controllo dello scrittore. Non vi sono influssi interni o esterni derivanti da stanchezza o interruzione.”

A ottobre pubblicherai con la Graphe.it una raccolta di racconti erotici: ci dai qualche anticipazione?
Se scrivere Nella tana dell’orco è stato per me divertente e intrigante, scrivere la raccolta Lame & Affini è stato appassionante e coinvolgente. Raccontare delle debolezze umane, del “difetto d’essere” – per citare una frase di Sartre – o della nostra inadeguatezza al cospetto delle passioni, ti induce a sperare che chiunque legga, nell’intimo, ci possa trovare qualcosa che conosca, anche se solo in parte, o che riconosca una sensazione provata, desiderata o rifiutata.
Le passioni forti spesso sono considerate l’inferno. E qualcuno ha detto che se conosci l’inferno e lo accetti, poi lo eviti finalmente consapevole dell’esistenza del paradiso. Io però aggiungo, nei racconti di Lame & Affini, che le scariche di adrenalina più forti è spesso l’inferno a dartele, e i miei personaggi raccontano di quanto le malìe dei sensi o le cosidette “azioni amorali” spesso siano più reali della purezza. Avete mai letto la poesia Il vampiro di Baudelaire?

Tratto da GraphoMania

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