Susanna Trossero

scrittrice

Fumata nera, Fumata bianca

Il 21 aprile, ci ha lasciati Papa Francesco, a 88 anni e dopo essersi affacciato per l’ultima volta il giorno precedente – domenica di Pasqua – dalla Loggia delle Benedizioni.

Dalla mia terrazza, ieri notte ho visto la cupola di San Pietro tutta illuminata e devo dire che nel nero del cielo notturno si stagliava in modo imponente e… strano. Mi ci sono quasi incantata, lo ammetto, tanto era suggestiva quella luce nella notte.

Sabato ci saranno i funerali e poi il Pontefice verrà tumulato nella Basilica di Santa Maria Maggiore, secondo le sue volontà.

Il lutto Nazionale di 5 giorni, la presenza di capi di Stato e reali, le preghiere dei fedeli, poi a porte chiuse si procederà a ciò che darà vita alla fumata bianca: l’elezione di un nuovo Papa. La stufa del 1939, installata nella Cappella Sistina, emetterà anche fumate nere alla fine di ogni sessione di scrutini in cui non vi siano stati voti sufficienti per decretare un successore. Poi, dopo un tempo che non ci è dato di conoscere nel dettaglio prima che accada, una fumata bianca visibile da Piazza San Pietro dirà al mondo che il nuovo Pontefice è stato eletto.

Bergoglio è stato un Papa “diverso” per molti aspetti, ma mi domando quanto la Chiesa abbia realmente la possibilità/volontà di adeguarsi ai cambiamenti liberandosi di tutto ciò che forse aveva un senso nei secoli passati ma che oggi la conoscenza mette in discussione. C’è anche chi dice che adeguarsi ai cambiamenti non è apertura ma complicità, ovvero cambiamento sinonimo di bruttura. E chi mi ricorda che la Chiesa deve fare la Chiesa, non può agire diversamente. Davvero è impossibile? Papa Francesco ha dimostrato in diverse occasioni che uno spiraglio si può aprire, devo ammetterlo.

Avrei tanti cose da dire seguendo questi spunti di riflessione ma il mio post si trasformerebbe in trattato interminabile. E allora dirò solo – da laica quale sono – che il rispetto per l’essere umano e per la sua libertà e autonomia sempre nel rispetto dell’altro, non deve essere imposto dall’alto o regolamentato dalla fede religiosa, non deve escludere ma includere e deve rappresentare un modo di vivere, come tale insegnato dalle famiglie, a casa, a scuola, in ogni luogo di aggregazione compresi naturalmente oratori e luoghi di culto. Il rispetto è ciò che ci fa umani, non Santi, e deve restare intatto anche di fronte alla diversità, alle scelte che non provocano alcun male negli altri, alla libertà di essere chi e cosa vogliamo se ciò non lede la libertà altrui. Ma sembra che tutto questo faccia ancora paura.

Non credo di avere molto altro da aggiungere se non che auguro a chi ha più fede di me nelle istituzioni religiose (aver fede in Dio è ben altro e fa parte dell’intimità dell’uomo) , di trovare nella prossima fumata bianca un Papa che prosegua un percorso di cambiamento ancora da venire ma forse davvero possibile.

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Sentirsi orfani tra i libri che consolano

Settimana intensa, quella passata, a tratti malinconica lo ammetto, ma anche densa di movimento e di letture, ben tre libri mi hanno fatto compagnia, tre storie, tre donne:

Eleonora Carta con il suo I giorni del corvo, con il dubbio a far da protagonista in una storia che vede il senso di giustizia per alcuni variabile ma per altri ancora ben chiaro; Anna Frosali con il suo Tutti gli scuolabus sono gialli , un intreccio che confonde le idee perché il confine tra buoni e cattivi non è sempre così netto e Antonietta Sciamma, che si è dedicata ai bimbi con La famiglia Cassonetti, un libro formativo che si adatta perfettamente anche a educare gli adulti.

Letture a parte, mie salvavita, la prima Pasqua senza gli auguri di mia madre, dopo ben 63 anni di abbracci e uova di cioccolato: la sensazione della perdita in tante prime volte che si presentano di mese in mese strangola come una sciarpa troppo stretta che ti si impone in estate, per intenderci, e non trovo parole più efficaci per spiegare ciò che ho provato. La parola “orfana” continua ad aleggiare ed io tento di metterla via lasciandomi assorbire dalla vita e dalle mie passioni…

Un nuovo progetto sta riempiendo le mie giornate, mi assorbe e coinvolge. Necessita di tanta ricerca, ma il frutto dovrà essere elaborato con la fantasia e l’immedesimazione nella speranza dia il risultato che ho in mente ben chiaro. Ma, credetemi, ciò che in mente è ben chiaro non sempre lo è altrettanto sulla carta. Sarà il tempo a rivelarmi la capacità di portarlo avanti o l’eventuale necessità di lasciar perdere.

A proposito di scrittura e lettura, oggi 22 aprile è il primo giorno della decima edizione della Fiera di Iglesias: una tappa importante che mostra un percorso all’insegna della determinazione e della volontà di creare continui punti di incontro tra lettori e scrittori, editori e librai, grandi e piccini. Il tema del 2025 è “Chiavi di volta”: cambiamento, trasformazione, fulcro attorno al quale ruota la cultura, strumento per aprire le menti: tutto questo – e molto altro – è motivo di tale azzeccatissima scelta. Colgo l’occasione per fare il mio in bocca al lupo agli Argonauti e all’intero staff della Fiera, agli ospiti e a coloro che si prodigheranno per i più giovani nelle scuole; agli amici conterranei rinnovo invece come ogni anno l’invito a partecipare numerosi a tutti gli eventi (qui potete visionare il programma completo ) perché ogni iniziativa che porti avanti lo sviluppo culturale di una comunità e di una regione sia chiave di volta che ne regga con forza l’identità.

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Intelligenza Artificiale vs Boomers

Che strane giornate, queste. Strane perché inaspettatamente ricche non tanto di fatti quanto di condivisioni, spunti di riflessione, mente attiva e in fermento grazie agli altri. Perché è proprio vero, gli altri siamo noi e ci sono necessari per allargare orizzonti, esplorare il nuovo, addentrarci in punti di vista differenti, trarre nuove conclusioni.

lunedì 14 ha preso vita il salotto letterario on line di cui con allievi storici e nuovi ventilavamo la possibilità da tempo. La scelta di collegarci ha fatto superare i limiti della distanza facilitando le cose, e sebbene questo sia frutto di progressi tecnologici, la tematica affrontata lunedì era a questi legata e si è discusso di intelligenza artificiale.

In merito sono piuttosto confusa: faccio parte di una generazione che ha visto la tecnologia entrare a far parte del quotidiano con una tale velocità che l’iniziale rifiuto è stato forse inevitabile. Chi mi conosce sa bene che ho abbandonato il Nokia da pochissimi anni, per fare un esempio.

In realtà io non temo la tecnologia ma l’uso che ne facciamo, la dipendenza che lo stare connessi insinua in tutti noi. Il problema della AI secondo me è che in un tempo che ci vede far prevalere l’informazione sulla conoscenza, anziché usufruire di qualcosa ci facciamo sostituire. Il cervello si sta impigrendo, cerchiamo soluzioni facili, e a dirla con le parole del critico Bernardelli forse é oramai quasi del tutto compromessa la capacità di discernere contenuti validi da immondizia in rete, con la tecnologia che anziché semplificarci la vita ha amplificato il caos e con quell’essere sempre connessi che fa preferire ai nativi digitali l’interazione via social piuttosto che in presenza.

Leggo di pubblicità che promettono la stesura di un romanzo in poche ore grazie alla AI e non vedo un lavoro semplificato né grandi possibilità: vedo una mancanza. Sì, una mancanza: di quell’idea che fa capolino, di quell’entusiasmante stato di trance che ti fa cercare uno spazio privato in cui scriverla, elaborarla, arricchirla, andare a caccia della parola giusta. E quando la frustrazione del non riuscire a trovarla tiene il cervello attivo, ebbene quello si chiama ragionamento, valore del pensiero critico, collegamento, lavoro sulla memoria, esplorazione. Parlo soltanto di scrittura perché è ciò che in questo momento mi sta a cuore, ma è l’intera vita a risentirne perché come ha detto uno dei miei allievi in tono semiserio “ho provato a interagire con la AI e a filosofeggiare su tanti argomenti fino ad arrivare a Dio e mi sono reso conto che la macchina con la quale conversavo era l’amico dei sogni, quello che hai sempre desiderato avere”. Ecco, ne abbiamo riso da adulti quali siamo, e tra tutto il gruppo certo nessuno di noi è nativo digitale, ma mi domando cosa un giovanissimo già incline all’isolamento possa trarre da questo.

Non dobbiamo demonizzare i cambiamenti né rifiutarli perché così come ha detto la psicologa del gruppo non si fermeranno, quindi siamo noi adulti che dobbiamo adeguarci tentando di insinuare nei ragazzi un equilibrio. Bella responsabilità. Ma io temo così tanto l’uso inadeguato delle nuove modalità di interazione che non vedo la comodità o la praticità che ne conseguono in altri campi. Perché la possibilità che quell’equilibrio lo perdiamo anche noi “boomer” è piuttosto alta.

Non so se sono abbastanza coraggiosa da accettare certi velocissimi cambiamenti. Vorrei al contempo non smettere mai di imparare e credo che queste due considerazioni creino un paradosso che mi manda ancor più in confusione. Sappiatelo.

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Dalla finestra

Quando ero ragazzina, le madri nei momenti di relax e con la bella stagione si affacciavano alla finestra. Ne vedevi spesso, ti facevano ciao con la mano, guardavano lontano inseguendo i pensieri o svuotandosi da essi in un momento di tranquillità e riposo dalle incombenze. Affacciarsi alla finestra era un po’ come raggiungere le piccole magie dell’esterno, stare in osservazione contemplando la semplicità delle giornate primaverili, le rondini, il cielo, i disegni candidi delle nuvole che a volte erano conigli, altre musi di cane, altre ancora strani fiori. Assorbivano il rassicurante vociare dei figli che stavano su pattini a rotelle o biciclette, proponevano merende inascoltate, sorridevano ai vicini o esternavano all’aria malinconie segrete che solo l’aria avrebbe custodito per sempre.

Qualcuno ha detto che le porte hanno un che di riservato ma le finestre no, si spalancano sul mondo che fuori ci racconta storie o ce le ispira, e tanti hanno scritto di questi grandi varchi che ricollegano al fuori portandolo dentro:

“Finché esisteranno finestre, l’essere umano più umile della terra avrà la sua parte di libertà.” (Amélie Nothomb)

Dentro un raggio di sole che entra dalla finestra, talvolta vediamo la vita nell’aria. E la chiamiamo polvere. (Stefano Benni)

Quando le finestre diventano quadri, allora è estate. (Fabrizio Caramagna)

Come faccio a spiegare a mia moglie che quando guardo dalla finestra io sto lavorando? (Joseph Conrad)

Io, da giovanissima, cercavo fuori dalla finestra della mia camera il significato dell’amore: credevo di conoscerlo ma ne stavo appena scoprendo lievi sfumature, la superficie che subdola ammalia mentre il sotterraneo malessere ne inquina la bellezza. Non ci sono gli strumenti ma tutto è nell’aria, l’istinto lo coglie e immagazzina, poi l’esperienza farà il resto. Seduta a cavallo del davanzale mi ponevo domande senza ricevere risposte, sul letto giaceva il diario in attesa, tenuto chiuso da un lucchetto che ne decretava l’inviolabilità. Dedicavo mie poesie dal discutibile valore letterario alle voci fuori, alle corse sudate, ai giochi di gruppo che di lì a poco sarebbero stati abbandonati. Stavo ad un passo dall’altrove ma ancorata all’innocente presente. E mentre mia madre alla finestra pensava, io alla finestra crescevo.

Queste giornate d’aprile di glicini in fiore hanno parte di quell’odore lontano eppure sempre vicino al cuore. Non vorrei tornare indietro perché crescere è strano, confonde le idee, e il vero bello sta nell’attimo prima che accada. Ecco, se potessi ancora una volta tornare alla giovinezza vorrei riassaporare quel momento lì, in sella alla bicicletta, a cantare una stupida canzone di Marcella Bella con tutta la voce che avevo in corpo e senza conoscere imbarazzo. L’attimo prima. L’attimo prima di tutto. Magrissima, con il futuro talmente da immaginare che sembra inesistente, qualcosa di cui solo i grandi hanno coscienza. E ti puoi permettere di preoccuparti soltanto del giorno dopo, con la prof che riderà delle tue collanine indossate per colpire il compagno di scuola.

Adesso la casa è silenziosa. Assente di madre, padre, figlia adolescente. La guardo e non sarà mai più la stessa.

Quando quelle finestre sono aperte, il dentro cerca fuori qualcosa che non trova. E il fuori porta dentro acute nostalgie.

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Scegliere da che parte stare

Quante cose in queste giornate di una primavera che stenta a decollare!

Per esempio è finito il mio corso breve on line sull’epifania in letteratura e sui personaggi ma a breve ne partirà un altro. Interessante, in questi incontri, è per me ascoltare. Ascoltare la voce di chi partecipa, lo stile dei racconti che ogni singolo allievo presenta al gruppo, le domande che suscitano discussioni, riflessioni, approfondimenti… La partecipazione è viva, mi resta sempre qualcosa, quel nuovo stimolo che si fa via via desiderio di progetto di scrittura, di vivere quell’epifania che è illuminazione per me prima ancora che per i personaggi. Insomma cari allievi, voi di volta in volta mi rivelate dei significati che non avevo ancora preso in considerazione, aiutandomi ad affacciarmi alla mia creatività osservandola da un nuovo ingresso, e non dalla porta principale. In questo scambio costante, corso dopo corso, io insinuo in voi la necessità di scrivere e voi risvegliate in me il fuoco del bisogno di farlo.

Presto, come ho già detto, ripartirà un corso breve on line sull’autobiografia; per chi fosse interessato a saperne di più ecco il mio indirizzo mail: susy,trossero@gmail.com , sarà bello incontrare volti nuovi e conoscere nuove storie.

Nel frattempo, sempre on line per dare la possibilità a persone vicine e lontane di partecipare, nasce il mio Salotto Letterario, uno spazio che mi vedrà sì anfitrione ma in cui nessuno imporrà un titolo da leggere: tutti i partecipanti parleranno di libri e scrittura secondo le proprie esigenze o gusti personali. Perché, per dirla con le parole di Christian Bobin, “Pochi libri cambiano una vita. Quando la cambiano è per sempre, si aprono porte che non si immaginavano, si entra e non si torna più indietro.
Al momento nasce come “incontro privato”, naturalmente gratuito, destinato a tutti gli allievi che in questi anni hanno seguito le mie lezioni e che hanno espresso il desiderio di non perderci, ma al contempo ogni allievo potrà invitare chi desidera in modo tale che il gruppo si arricchisca incontro dopo incontro, previsti a cadenza mensile.

Martedì 25 marzo sono stata invita alla conferenza stampa che si è tenuta al Circolo Sportivo romano della Rai, durante la quale sono stati presentati i 4 gruppi finalisti della 14esima edizione del Premio Morrione dedicato al giornalismo investigativo, e i vincitori/vincitrici della seconda edizione del Premio Laganà, due Premi under 30 dedicati al giornalismo d’inchiesta, di cui spiego meglio finalità e progetti in questo articolo pubblicatomi su Libri e Parole. Una mattinata ricca e interessante in compagnia di grandi giornalisti e relatori ma anche dei ragazzi che si sono contraddistinti per la loro voce e il loro credo, che è poi il credo del Premio Morrione: scegliere da che parte stare deve portarci sempre a scegliere la verità.

In questi giorni, mi sono anche dedicata alla chiaroveggenza in letteratura, e ne è scaturito questo mio articolo, andate a curiosare!

Oggi il tramonto è foriero di buone notizie, da veggente posso dire quasi con certezza (un margine di rischio non va mai ignorato) che domani succederà qualcosa di nuovo e positivo. Lo scopriremo insieme!

A domani



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