Susanna Trossero

scrittrice

Stasera, cuocerò le castagne

Oggi ho trascorso una giornata tranquilla sentendo casa porto sicuro in cui approdare quando il mare è in tempesta. La musica del pianoforte mi ha fatto compagnia mentre mi dedicavo a piccole cose senza alcuna importanza, necessarie a restituire una forma di pigro relax di cui ci si dovrebbe abbeverare quando tutto è diventato troppo.

Fuori scendeva una pioggerellina sottile sottile e tanta era la bruma, cuore di ogni inverno che si rispetti. Le luci del salone erano quelle giuste, discrete e velate, i vestiti comodi e caldi, i libri della libreria un piacevole richiamo non tanto perché fossero letti quanto per essere sfogliati. Capita di trovarvi delle piacevoli sorprese, nel farlo: un bigliettino d’auguri, una frase appuntata, un vecchio segnalibro dimenticato…

In questi ultimissimi giorni non ho fatto telefonate, non ho incontrato persone: avevo bisogno di me. Di me da ascoltare, per comprendere quali buoni propositi voglio concretizzare, quali progetti accantonati voglio riesumare, quale ventata di nuovo voglio regalarmi…

Una cara amica mi ha fatto notare che ad ogni perdita subentra un dono, perché chi se ne va cerca in qualche modo di attutire il colpo con un risarcimento. Io non so se è vero ma sento in me un piccolo germoglio che timidamente si fa strada con l’intenzione di crescere, nonché il desiderio di far pulizia estirpando erbe infestanti. A volte ne siamo circondati e ci lasciamo dapprima avvolgere e poi soffocare senza avvedercene; è più facile abituarsi a cattive abitudini o elementi nocivi, che reagire prontamente. Forse pigrizia, o forse vedere il buono dove non c’è, chi lo sa. Anno nuovo vita nuova, diceva mia nonna, ed io credo non serva una vera vita nuova ma semplicemente una vita più a nostra misura, tutto qui.

La vicina cuoce le castagne, effluvi invernali si insinuano sotto la porta di casa a ricordarmi che c’era un tempo in cui mi si esortava a finire i compiti delle vacanze, in sottofondo il tintinnio di stoviglie e posate che venivano ordinatamente posizionate a tavola. In tv la sigla finale di Carosello ricordava che a breve sarebbe iniziato il film della sera, e mio padre esultava perché gli avrebbero “regalato” un western.

Una vita a misura d’uomo. Ecco, questo ho avuto, questo desidero ancora per me.

Stasera, cuocerò le castagne.

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I demoni del rimpianto

Altro tempo è passato, tempo in cui scrivere sarebbe stato affondare il coltello nella piaga perché quando scrivi devi darti. Dicembre non è un mese facile per chi ha appena subito una perdita: è un mese di luci quando il cuore è spento, un mese di progetti per allegre riunioni familiari mentre ti senti orfana, un mese di sensi di colpa perché hai tante persone che ti vogliono bene ed è come se a te non bastassero più. E allora non riesci a scrivere neppure su un blog, ti pesano i messaggi d’auguri e gli addobbi per strada, le luminarie per le vie della città che ti ha vista crescere, gli spartiti con la musica che avvolge sempre queste festività.

Vuoi che passi, perché il Natale è famiglia e tu vorresti solo dormire. Poi passa, e ti accorgi che la compagnia era ottima e il Buon Natale o i pacchetti da scartare erano là anche per te che non hai dormito così come pensavi di desiderare ma vissuto tra calore e sorrisi, come forse chi non c’è più avrebbe voluto per te.

Il Capodanno ha rimesso un po’ d’ordine nel cuore perché quello non è sinonimo di famiglia ma di amicizia, e di questi legami non sono mai stata orfana. Il piacere di far la spesa con gli amici, di cucinare insieme e preparare la tavola, di rivedere volti cari, di tirar fuori i giochi di società, di lasciare fuori dalla porta le ferite per godere del potere cicatrizzante degli sguardi di chi ti capisce e parla la tua stessa lingua…

Ecco, tra poco la Befana a cavallo della sua vecchia scopa si porterà via anche queste festività e la vita normale riprenderà il suo corso con nuove cose di cui esser grata: un compagno che è il pilastro del mio vivere, gli amici che sanno come tenerti stretta scacciando i demoni del rimpianto, i meravigliosi cugini con i quali sentire di avere robuste radici. E voi, che ancora avete la pazienza di leggermi anche se ho la tendenza a sparire.

Ho diverse cose da chiedere al nuovo anno appena arrivato, ma in realtà le chiedo a me stessa e a lui domando solo il giusto supporto per concretizzarle: ricominciare a scrivere scrollando l’apatia, imboccare la strada che riporta a “casa” intendendo per casa il ritrovare un po’ di serenità, e riscoprire il piacere delle piccole cose… Ci sono ancora, lo so, ma al momento ho la vista annebbiata e devo rieducarmi a vederle attorno a me così come ho sempre fatto.

Ecco, questo chiedo al 2025. E voi, cosa vorreste?

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Alla Garbatella con voi

Oggi, vagando in rete, mi è capitata davanti una frase di Bukowski che ho trovato molto efficace:

“Nessun rapporto è una perdita di tempo: se non ti ha dato quello che cercavi, ti ha insegnato di cosa hai bisogno”.

Non so se si riferisse esclusivamente ai rapporti di coppia, tuttavia credo sia efficace per ogni tipo di rapporto tra le persone, per qualunque legame all’interno del quale entrino in gioco i sentimenti. Tutto è insegnamento, tutto è esperienza, addirittura opportunità.

Secondo Einstein, in mezzo alle difficoltà si nascondono le opportunità… Vero è che coglierle quando stiamo male è quasi utopistico, perché gestire l’emotività o le delusioni mentre ci siamo dentro non concede spazio per intuire che proprio là si cela la possibilità di un cambiamento. Cambiamento generato da una rottura, certo: di equilibri, di situazioni, di legami.

Di questo e altro converseremo martedì 10 dicembre alla Villetta Social Lab della Garbatella a Roma, parlando sì del mio libro “Il male d’amore” – Graphe.it – ma anche delle personali esperienze, di comuni riflessioni o di punti di vista opposti, in un incontro volutamente solo tra donne. Una scelta che non vuole bandire gli uomini per motivi ostili, bensì dare vita a un incontro al femminile per creare una sorta di sorellanza tra le presenti, provando a fornire le giuste circostanze per lasciarsi andare, per esternare o condividere, senza remore o freni.

Vi racconterò tutto dell’evento, sarà una sorpresa anche per me ma sono certa che si rivelerà motivo di arricchimento. Lo è sempre “incontrare”, lo è ascoltare, e lo è vivere altre realtà quando i presenti le regalano con il loro apporto.

Nel frattempo piove, tetti e strade della capitale sono lucidi e il buio si è disteso su di loro. La domenica volge al termine e il divano con la sua morbida copertina è ciò che mi piace mentre vi scrivo. Ho tante altre cose in mente, le parole si accavallano confondendo le riflessioni profonde che di questi tempi non mi sono di conforto. Ancora non trovo l’approdo dopo il lutto destabilizzante, e in fondo anche questo è mal d’amore sebbene non sia quello trattato nel mio libro. Ma ho capito che “Dopo la morte dei nostri genitori moriamo per la prima volta e nasciamo per la seconda” (Andrzej Coryell). Devo abituarmi a questa nuova nascita, a questa nuova vita.

Vi aspetto alla Garbatella.

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La duplice faccia di una Fiera

A breve la consueta Fiera Più Libri Più Liberi, dedicata alla piccola e media editoria, aprirà i battenti alla Nuvola di Roma. Dal 4 all’8 dicembre, la manifestazione ricca di ospiti, eventi, presentazioni e dibattiti, dovrebbe come sempre rendere omaggio al vero protagonista: il libro. Il libro ancor più di chi lo ha scritto, il libro come strumento per renderci più aperti, più ricchi, per acquisire nuove conoscenze e competenze o – semplicemente – per farci volar via in quell’altrove capace di farci vivere tante vite e situazioni che “soltanto” vivendo non conosceremmo mai.

Ma quest’anno pare che sia la polemica al centro di tutto, una polemica che sta minando il regolare svolgimento della manifestazione. Non spiegherò nel dettaglio tutto ciò che troverete o già avete trovato questi giorni in rete, ascoltato alla radio, letto sui giornali o visto in tv. ma due nomi sono il fulcro della questione: la presenza del filosofo, scrittore, opinionista Leonardo Caffo voluta dalla curatrice del programma della Fiera Chiara Valerio, finalista del Premio Strega 2024, scrittrice pluripremiata eccetera eccetera eccetera.

Dove sta il problema? Nel fatto che la suddetta Fiera è dedicata alla memoria di Giulia Cecchettin, vittima di femminicidio, e il filosofo Caffo è sotto processo e in attesa di sentenza dopo le accuse di maltrattamenti e lesioni aggravate nei confronti della ex compagna. Chiara Valerio aveva difeso la presenza di Caffo nonostante tutto, addirittura sostenendo di voler lei stessa presentare l’ultima pubblicazione del filosofo dopo la decisione di quest’ultimo di rinunciare alla Fiera per via delle polemiche. Tra le motivazioni della curatrice, la presunzione di innocenza visto che non c’è ancora una sentenza, nonché la libertà di parola e di espressione.

In molti sono insorti e la Valerio ha fatto un passo indietro scusandosi se aveva suo malgrado offeso qualcuno ma… L’errore di comunicazione, se così vogliamo chiamarlo, c’è stato. E, finalmente, cominciano a notarsi gli effetti ufficiali: diversi autori hanno deciso di ritirare o almeno limitare la propria partecipazione, come Zerocalcare o Carlo Lucarelli. Ma anche case editrici hanno espresso il loro disappunto decidendo di non partecipare alla manifestazione: Fandango Libri si è dissociata dalla Fiera, così come Racconti Edizioni o Effequ, e la Blackie Edizioni ha cancellato la presentazione del suo libro dedicato a Moana Pozzi; e ancora la fumettista Fumettibrutti, attori e giornalisti…

La disapprovazione vede anche noi alleati nel non presenziare, poiché se è vero che esiste la presunzione di innocenza, è altrettanto vero che si tratta di serietà, coerenza, etica: si poteva evitare questo passo falso e inopportuno che le scuse forzate dalla reazione probabilmente non prevista di molti e delle associazioni, non hanno mitigato.

Tuttavia vorrei usare questo post anche per evidenziare altre ragioni importanti per le quali per esempio un gruppo di case editrici indipendenti Edicola Ediciones – al quale via via in questi giorni altre si stanno associando – ha deciso di non far parte della PLPL:

“Abbiamo deciso di non partecipare alla sedicente Fiera della Piccola e Media editoria perché ha costi di accesso altissimi, e già dal nome inneggia a un meccanismo a cui noi non vogliamo appartenere. L’Associazione Italiana Editori fa rientrare nella Piccola e media editoria le aziende che fatturano meno di 10 milioni di euro all’anno (!). Imprese delle dimensioni più varie, alle quali viene richiesto di comportarsi però come i grandi gruppi editoriali con un’unica parola d’ordine: produrre più libri possibile, alimentando il meccanismo della resa che genera profitto anche dalla non-vendita. E la distribuzione in Italia è un vero e proprio oligopolio, in mano a tre grandi gruppi editoriali, i quali detengono anche le principali catene di librerie. Le stesse che fagocitano le librerie indipendenti, e che da anni, tra l’altro, subiscono a Roma l’affronto di una Fiera organizzata a pochi giorni dal Natale che sottrae loro clienti e vendite vitali.” Tutto ciò e il resto di questo comunicato sta sulla loro pagina fb e lo trovate cliccando qui.

Quello che invece si legge sulla pagina fb di Piedimosca Edizioni è altrettanto interessante e raccoglie più pareri: chi non vorrebbe far parte della fiera visti gli accadimenti recenti, ma non può sottrarsi perché ha firmato un contratto che ne prevede la presenza pagando la sostanziosa quota che non ci si può permettere di perdere, chi eviterà eventi, “chi si associa al discorso costi proibitivi” chi ci sarà per manifestare disapprovazione e così via, qui altre informazioni e spunti di riflessione.

Vorrei aggiungere tante cose sugli ultimi accadimenti e sul predicare bene e razzolare male, ma di questi tempi si fa in fretta a finire nell’occhio del ciclone anche esprimendo opinioni, dunque mi asterrò certa che il mio non detto sia comunque più che leggibile.

In ogni caso, riassumendo i vari problemi, una fiera della piccola e media editoria dovrebbe farsi portavoce delle difficoltà delle case editrici oggi e facilitarne la presenza, tener conto dei problemi delle librerie e non organizzarla quando queste ultime contano sulle vendite di Natale per respirare un poco, e così via. Inoltre, tornando alle polemiche di questi giorni, se è vero che in Italia si è innocenti fino a sentenza definitiva, è per me altrettanto vero che fino a sentenza definitiva la stessa innocenza può essere in dubbio, e una posizione così apertamente garantista non ha dato un gran bel messaggio, passo indietro o no. Il resto, ce lo dirà la sentenza del 10 dicembre, ma oggi mi rammarico di tante cose non legate alla sentenza né a Caffo, che vanno altrove toccando lo scopo primo di queste manifestazioni, e perché no il buon senso, l’etica e la volontà di trasparenza: elementi che da tante, troppe situazioni e persone si sono allontananti.

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Il tempo va, e noi restiamo

Il tempo scorre, si adagia su di noi spalmando albe e tramonti o ci cammina sopra come un treno in corsa senza nessuno che lo guida o aziona il freno.

Lui, il tempo, procede sempre uguale a se stesso ma noi lo percepiamo lento o veloce a seconda di cosa stiamo vivendo o di come. Con chi. Dove.

Un mese intero è passato ad oggi: dal 29 ottobre non sono più figlia ma soltanto Susanna e come ha detto un amico caro, “si prova una libertà destabilizzante e dolorosa, a non esser più figli di qualcuno”. Ed è vero, anche se non trovo le parole per affondare in questa verità e sviscerarla per comprenderla io stessa.

Riordinando i pensieri, mi sono resa conto di non aver richiamato un’amica che appena saputo della mia mutilazione mi ha cercata, ed è stato calore anche se in quel momento non ho risposto. Non potevo, un nodo in gola mi avrebbe impedito di parlare. E ancora mi strangola se decido di comporre il suo numero… Spero mi stia leggendo, adesso, amica mia d’infanzia e presenza discreta nella mia vita.

Ho ripreso in mano ciò che mi sta a cuore e che mi porta altrove a ragionare sulla bellezza delle parole: il corso breve on line sulla trama in narrativa, la correzione di una raccolta di racconti di qualcuno che ha riposto in me tanta fiducia, l’organizzazione di nuove presentazioni del mio “Il male d’amore”, che in realtà soltanto mio non è ma anche e soprattutto dei tanti testimoni che ne fanno parte. E ho sul comodino due libri, uno da rileggere – La nausea di Sartre – e l’altro che mi aspetta da tanto e mi intriga ma per qualche bizzarra ragione non ho letto mai – Il diavolo, di Tolstoj.

Parole sulla carta. Parole che fungono da zattera, da terapia, forse da fuga. Ma sono così belle, le parole scritte, da far trascurare quelle non dette. Il tempo va, e c’è un tempo per tutto. Questo per me è il tempo del silenzio interiore. Qualcuno suggerisce di chiedere aiuto e supporto, altri fanno sapere quanto fanno bene le gocce di non ricordo cosa. Io ho perso molte persone a me care, anche piuttosto giovani. le ho accompagnate fino a che i loro occhi non mi vedevano più. E ho capito, da molto tempo, che il dolore non può essere taciuto né rimandato né evitato ma vissuto, affrontato, lasciato libero di invaderci perché è naturale provarlo, dimostra la nostra umanità intatta, che per fortuna ancora sopravvive. L’ho scritto anche ne Il male d’amore, anche se di altro amore si parlava. E lasciarsi invadere non significa lasciarsi annientare, sono due cose differenti.

Il tunnel, per usare una metafora banale e conosciuta, va attraversato, e alcuni tunnel sono più lunghi e cupi di altri nei quali la luce invece è promessa a chi li percorre.

E scopri che puoi ridere per una considerazione insolente, puoi star bene perché raccogli una cascata di monetine a un’anziana che non riesce più a piegarsi per farlo da sola, puoi provare tenerezza per un bimbetto che maldestro balla ascoltando musica rock, puoi sentirti intellettualmente stimolata da una conversazione con le tue allieve sull’etica. Sei nel tunnel, ci resterai parecchio, ma la luce filtra a dispetto di tutto e ti costringe a vivere il presente. Un presente nuovo, diverso, mancante di tasselli esistenti fin dalla tua nascita e che per questo così… vuoto.

C’è una casa adesso nella quale manca il cuore. Un grembiule da cucina lindo e ripiegato riposa per sempre in un cassetto. Un piccolo orologio da polso produce il suo tic tac come prima, ancora e ancora. Le piante chiedono acqua perché vogliono vivere, su quei centrini fati all’uncinetto. Il bastone treppiede sta in un angolo, abbandonato a se stesso. Ma la luce entra prepotente dalle finestre e mi invade, illumina le foto incorniciate, il mobilio, il divano su cui lei sedeva con me negando di essersi appisolata. E ridevamo, di questo.

Adesso, su quel divano, ci sono solo io e l’eco di quelle risatine è talmente lontano eppure così dolorosamente vicino.

Fa freddo. Ma la luce ancora resta e io cammino senza cadere.

Vorrei… cosa vorrei?

Vorrei ancora poter dire “Andiamo a far la spesa mamma”.

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