Susanna Trossero

scrittrice

Libri e tachipirina

Fin da quando ero bambina, ho sempre amato quelle belle influenze che ti costringevano a letto: febbre che tutto rende piacevolmente confuso, la possibilità di dedicarsi a quell’inaspettato far niente legittimato, la lentezza del tempo che si trasforma da frettoloso a indolente, i fumetti sul letto e i libri… tanti libri! Libri e tachipirina.

Anche da adulta, sebbene l’influenza mi visitasse molto di rado, l’ho sempre apprezzata allo stesso modo. Lasciar libero il pensiero, l’orologio chiuso nel cassetto, qualsiasi incombenza rimandata e un sano relax regalato proprio dalla malattia! E ancora: libri e Tachipirina.

Di recente però le cose sono cambiate e temo che con l’età l’influenza – quella amica – mi abbia abbandonata: sono sul divano, febbricitante, con la mia copertina di Linus a darmi conforto, ma tutta dolorante. Ebbene, con gli anni arriva insieme alla temperatura che sale sul termometro, anche il dolore: ossa, muscoli, orecchie, stomaco… Bollettino di guerra anche se ancora circondata di tanti, tanti libri! E la solita Tachipirina.

Insomma, temo di dovervi rendere partecipi che il mio grande amore di tutta una vita nei confronti dell’influenza, eterno male di stagione, è finito. Una lunga storia, la nostra, tanti bei momenti… Però non provo un grande mal d’amore, solo mi dispiace dovermi adattare alla mia nuova condizione sapendo che da ora in poi dall’influenza tanto amata dovrò difendermi: sciarpe, vitamine, tana calda quando il sole tramonta e fuori si gela.

Mi sa che sono invecchiata e non me n’ero accorta!!! Però… Qualcuno ha detto che: “Non stai invecchiando. Stai solo facendo un corso di perfezionamento della gioventù”. (Fragmentarius)

Un abbraccio a distanza, l’influenza è contagiosa 🙂

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C’era una volta Antonio

Ogni storia che si rispetti iniziava con “C’era una volta…”, lo ricordate? Tipica espressione utilizzata nelle fiabe che risale quasi all’origine della scrittura, se pensate che fu usata dagli antichi babilonesi! Da noi in Italia è diventata canonica più o meno nel 1300 e da allora non ci ha più lasciati.

Quella di Antonio, altro testimone del mio “Il male d’amore” in uscita a gennaio grazie alla Graphe.it, non è una fiaba ma della fiaba ha proprio il “c’era una volta”:

«Quante volte, stretto fra le sue braccia, ero stato tentato di dirgli “ti amo” ma sentivo che se lo avessi fatto, lui, il suo “anch’io” non l’avrebbe detto», racconta. C’era una volta una storia che ha lasciato in lui il segno ma che fa parte del passato, dal passato arriva per riversarsi tra le pagine del libro e diviene parte di tutti noi che la leggeremo.

Si chiama condivisione, e il piacere di questa azione che sempre aiuta a ricordare che gli altri siamo noi, è insieme alla “comprensione” pilastro del mio saggio, addirittura fondamenta.

Antonio ci insegna a non vergognarci delle nostre vulnerabilità, perché anche all’interno di esse è apprezzabile il coraggio di lasciarsi andare, di mettersi in gioco comunque vada senza poi rammaricarsene. E, soprattutto, dopo aver tenuto la testa tra le mani, a rialzarsi e guardare avanti.

Si chiama vivere, e il vivere è fatto di ricominciare, ancora e ancora… Perché, come diceva Oscar Wilde, “Vivere è la cosa più rara al mondo. La maggior parte della gente esiste, ecco tutto”.

E allora, C’era una volta Antonio, personaggio di un libro ma figura reale, capace ancora di sognare il lieto fine di ogni fiaba che si rispetti.

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Restare perché…

Restare perché… se lo domanda Annamaria, una delle protagoniste del mio “Il male d’amore” (Graphe.it, in uscita a gennaio), ricordandoci che ci sono anche storie che pur essendo finite non finiscono mai.

Se vorrete leggere questo saggio, contenitore di storie, aneddoti, curiosità, e tanta magica letteratura, dovrete mettere da parte le logiche razionali e sospendere il giudizio, perché i sentimenti sono fatti anche di vulnerabilità, timori, insicurezze, abitudini, e, nel caso di Annamaria, “degli altri”.

«Aspetta, dice quella voce, aspetta, vedrai che tutto cambia. O magari ti ci adatti e passa. E allora resti, ma restando affondi», ci spiega esternando la sua voce interiore.

Siamo tutti bravi, col senno di poi, o lo siamo quando osserviamo le situazioni altrui concedendo la nostra spalla ma in fondo senza una vera comprensione. Ecco, questo libro si fa esattamente portavoce di qualcosa di prezioso che dovremmo tutti mantenere intatto in noi: il dono della comprensione.

Perché il male d’amore non è poi così assurdo ed è parte integrante dell’essere umano da sempre: pensate all’intensità e passione delle storie raccontate fin dall’antichità da poeti, scrittori e filosofi che hanno lasciato il segno con romanzi, aforismi, citazioni tali da far giungere fino a noi la certezza che non ci si può sottrarre davvero alle emozioni contrastanti, alle scelte discutibili, alla mancata razionalità.

L’inclinazione alle contraddizioni, sta nella natura umana e possiamo anche contrastarla perché dotati di forza e determinazione, ma non raccontiamoci che almeno una volta nella vita non ci ha parlato, confuso, insinuato dubbi o fatto vacillare certezze.

I conflitti interiori, il braccio di ferro tra cuore e ragione, sono temi che ho già affrontato nei miei libri e chi mi segue lo sa bene… Portavoce del mio “Lame e affini” (Graphe.it) per esempio, fu la frase “Perché, che ci piaccia o no, la ragione ci guida sempre un attimo in ritardo”. E la dedica, all’interno del libro, diceva: A tutti coloro che seguono le bizzarre strade della percezione dimenticando quelle della ragione”

Ebbene, ci tengo a dirvi però che ne “Il male d’amore”, a dispetto della sofferenza che taluni definiscono tempo perso, di ragione invece ve n’è ancora a ben guardare, perché in tempi come questi gli stessi protagonisti vittime dell’irrazionale, non dimenticano il rispetto per l’oggetto del loro amore, messaggio importante per tutti noi.

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Oggi vi presento Alice

Una volta, nel costruire un mio romanzo, feci dire alla voce narrante una frase che divenne quasi un sottotitolo per il romanzo stesso: “Mutilante è vivere in coppia o in piena e consapevole solitudine?” (Adele – Graphe.it).

Durante le presentazioni, la frase aleggiò sempre tra i presenti, ma dare una vera risposta non fu mai possibile perché sono le singole esperienze di vita e il nostro reagire ad esse a stabilirlo. E noi stessi siamo soggetti costantemente a grandi cambiamenti di pensieri e intenti: ci forgia la vita e la vita ci modifica. Questo, in fondo, è ciò che raccontano coloro che hanno deciso di far parte del mio nuovo libro “Il male d’amore” – Graphe.it”, in uscita a gennaio: uomini e donne di ogni età e orientamento sessuale che usando uno pseudonimo rompono l’isolamento che ogni dolore provoca, per raccontare di ferite che tutti ci accomunano, quelle inferte da una storia che finisce.

Perché non succede mai che si sia pronti insieme a ricominciare da soli.

Finalmente è arrivato il momento di presentarvi questi testimoni con piccoli estratti del loro pensiero che via via posterò, ricordandovi che è sempre un piacere incontrare la partecipazione che da sempre mi regalate, dunque vi invito a dire la vostra qui o sulla mia pagina fb “Una lettera per dirti che…”

“Il male d’amore” è un saggio che racchiude molte sorprese a tema, se volete saperne di più qui trovate una scheda con maggiori informazioni.

Nel frattempo vi presento Alice, la quale sostiene: «Imparare a difendersi per non soccombere di nuovo: anche questo è sopravvivere al male d’amore».

Voi che cosa ne pensate? Evitare di rimettersi in gioco, protegge da nuove delusioni o preclude nuove felicità?

Vi aspetto

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Ci siamo dentro fino al collo

Facile, da “semplici” spettatori, lo so, non crediate che non lo sappia. Così come so bene che in questi casi tutti abbiamo qualcosa da dire o la verità in tasca o i consigli perfetti se non addirittura i giudizi. So anche questo.

Ma voglio esternare alcune riflessioni. Sento che voglio e devo, magari solo per me stessa, non lo so ma la spinta emotiva a farlo c’è ed è troppo forte per metterla a tacere.

Ho davanti il viso di Giulia Cecchettin, mi perseguita quel visetto ancora da ragazzina e nel suo ci sono tutte le altre di qualunque età: sembra siano 105 da gennaio, o 103, non so bene. Una piaga sociale, un problema di tutti e non dei familiari. Di tutti.

Ero molto giovane quando ho saputo dello stupro di una mia amica da parte del suo ex. Lo ero quando un ragazzo che non mi interessava mi faceva la posta tutto galante e lo ero ancora quando ho visto tempo dopo la sua foto sul giornale: aveva ucciso un’altra ragazza con la quale faceva il carino senza risultati. Ed ero molto giovane quando una mia amica mi ha confessato di aver fatto un anno di ospedale da bambina per le torture inflittegli dall’anziano vicino di casa. Potrei continuare. Ciò che intendo dire è che i mostri ci sono sempre stati e tutte noi in qualche modo lo abbiamo sempre saputo. Ma… adesso è davvero una piaga sociale. Se è vero che per quanto riguarda gli stupri prima venivano denunciati meno, è anche vero che questo non vale per i femminicidi: quelli non li puoi nascondere, non a lungo, e i dati sono realmente in crescita, non lo dico io. Si continua a parlare di patriarcato ma io voglio andare oltre. Quel “no” che non viene accettato, che determina l’ossessione, la voglia di farla pagare, la convinzione di poterlo fare senza il timore delle conseguenze, da dove viene?

Appartengo alla classe 1961: riconoscimento delle gerarchie (scuola, famiglia lavoro) e dell’autorità, timore delle conseguenze e senso di vergogna quando ci si comportava in modo non appropriato. Rispetto per gli adulti, prezzo da pagare per i comportamenti non consoni alle regole della società o a quelle familiari. Forse rigidità, non lo metto in dubbio. E non mi sogno di dire che tutto ciò fosse perfetto o privo di errori, certo che no. Ma il no, su ogni fronte, era un aspetto della vita addirittura quotidiano. I bambini ne ricevevano di continuo senza subire traumi o aver bisogno di psicologi, gli adolescenti ancor di più e non ne ho conosciuto nessuno che dovesse per questo ricorrere agli psicofarmaci. Dalle superiori in poi le storie d’amore cominciavano e finivano: ci si sfogava tra gli amici, si soffriva e si gioiva, si odiava e si amava ma ci si prendeva cura delle proprie ferite soli e in compagnia. C’erano i più deboli, certo, o quelli che ci mettevano più tempo. Ma la cura era la vita stessa e nella maggior parte dei casi aveva la meglio sul buio.

La scuola forgiava il carattere con lo stesso meccanismo della famiglia: ti premio con un buon voto, ti metto un bel 3 se non hai studiato. Insegnava pesi e misure, conseguenze, in bene e in male. Ho letto che oggi invece il voto è in discussione perché genera ansia, applica etichette negative, insinua competizione diseducativa, e chi ne riceve uno basso ne ricava bassa autostima sentendosi inferiore. Quindi ne deduco che la valutazione dell’impegno e il giudizio del livello di studio raggiunto può essere una esperienza troppo intensa per i nostri fragili ragazzi. Se siete della mia generazione ricorderete di certo quali demolizioni psicologiche rappresentava per noi giovani esseri umani in costruzione, e vi prego di cogliere l’ironia.

Al tempo, ricordo anche che se un insegnante chiamava un genitore a colloquio erano cavoli amari per l’alunno e l’insegnante non veniva denunciato dal suddetto genitore ma addirittura ringraziato.

La letteratura poi, i disagi degli scrittori, le frasi da sottolineare, i libri da leggere, le poesie da tradurre e i temi da sviscerare facevano un gran lavoro: imparare a pensare, a esprimere un giudizio, a ragionare su azioni e sentimenti, a notare la diversità tra le persone stabilendo cosa ci apparteneva e cosa no, i perché e i per come. Risorsa per la crescita, che va ben oltre quell’introduzione massiccia di test invalsi che invadono scuole elementari, medie e superiori. Automatismi e appiattimento. Non sto divagando, tutto è il frutto di tutto, in particolar modo se alla base si mina l’insegnare a ragionare. E non voglio toccare l’uso e abuso della rete fin dall’infanzia, dove tutto è possibile e il virtuale elimina le conseguenze distorcendo la realtà: causa effetto, azione reazione conseguenza.

E per quanto riguardava la situazione economica, vengo da una famiglia semplice, non avevamo una lira da spendere in sciocchezze e non ne possedevano i miei amici, di sciocchezze. Ogni bene materiale era una gran conquista e dava grandi soddisfazioni perché difficile da ottenere. Però non ci sentivamo né poveri né insoddisfatti.

E allora, se permettete, qualche domanda me la pongo: da qualche parte nel 2023 c’è qualcosa di sbagliato? Chi e cosa oggi ci insegna ad esercitare la facoltà intellettiva, a sviluppare fattori cognitivi e motivazionali che stanno alla base dell’empatia, a entrare in connessione con l’altro? Il no ci è ad oggi sconosciuto ed è visto come un potente nemico che distrugge chi se lo sente dire fin dall’infanzia, lo rende isterico (i bambini), arrogante (gli adolescenti), aggressivo (i ragazzi e gli uomini). Eppure, è dal no che bisognerebbe partire, ricominciando a considerarlo come forma di educazione alla vita fin dalla prima infanzia e non come privazione crudelmente inferta.

Ma voglio osare di più a proposito dei femminicidi: dove sono gli amici dei carnefici? Dove la famiglia, che oltre a fungere da supporto e cura, protezione e sicurezza, dovrebbe non aver paura di compromettere la relazione con i figli e smettere di assecondarli? Davvero nessuno comprende quanta differenza ci sia tra dolore e ossessione? E ancora: educare le donne a proteggersi è davvero la via giusta o forse si dovrebbero educare gli uomini e monitorare le loro debolezze quando cominciano a palesarsi in modo evidente? Oggi ho letto che il mostro Filippo all’arresto si è mostrato stanco e arrendevole, molto provato. E questo dovrebbe interessarci? Ho letto che bisogna educare le donne a non abbassare la guardia, a non accettare prevaricazioni anche minime perché spesso rappresentano l’inizio di una escalation. E ho letto di fragilità del mostro Filippo e degli altri come lui. Ma dove sta la società tutta?

Se sei gentile con chi lasci perché ti dispiace aver provocato il dolore del distacco e vuoi ammorbidirlo, sbagli perché lo illudi e allora quello domani ti ammazza. Se chiudi in modo netto per evitare strascichi sbagli perché sei crudele e allora quello domani ti ammazza. Se ti nascondi e lo temi ti comporti da preda e arriva il predatore quasi lo avessi creato tu. Se al contrario sei sicura di te e i tuoi no sono netti risvegli il predatore e si sente sfidato. Se ti chiudi in casa ti fa la posta perché prima o poi ti becca, è una questione di principio che tu inneschi. Se al contrario hai vita sociale, esci, vedi gente lo stai stuzzicando perché pensa che te la spassi. Se rifiuti un incontro sei una stronza, se accetti un incontro sei una stupida che sottovaluta la pericolosità. E allora, se a conti fatti non esiste una formula che metta al sicuro le donne, forse sarebbe ora di capire che bisogna partire dagli uomini o no? Come? Io non sono nessuno, non ho soluzioni, sto solo riflettendo senza alcuna verità in tasca. Il Come lo chiedo alle istituzioni, alla scuola, alle associazioni, alle famiglie. E perché no, anche a tutte le donne che stanno dietro a questi uomini: madri, sorelle, amiche, conoscenti, vicine di casa, confidenti, colleghe di lavoro o compagne di banco. Davvero nessuna di tutte loro nota quel lento e inesorabile scivolare verso l’ossessione e si muove concretamente per esternarlo? Non succede in un giorno qualunque di novembre, dopo un salto al centro commerciale e una cena, né dopo un litigio in un parcheggio deserto. Succede prima, molto prima. Smettiamo di ignorarlo, smettiamo di cascare tutti dalle nuvole.

Questo è il post più lungo che io abbia mai scritto sul mio blog. Una esternazione, l’ho detto, di chi ascolta brutture da un punto sicuro di osservazione. Ma è davvero così sicuro? Davvero è solo osservazione? O ci siamo tutti dentro fino al collo?

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