Susanna Trossero

scrittrice

In cerca di storie

Si ricomincia. Impresa titanica scrollarsi di dosso la pigrizia estiva e la nostalgia per quelle giornate senza orologio o incombenze che molti di voi come me si sono concessi. A volte la noia è vitale, e non comprendo come alle nuove generazioni crei disagio.

Per me la noia non è noiosa per niente!

Comunque, riacceso il pc e il motore dei progetti, ho incontrato una ragazza che ama scrivere e si è cimentata per la prima volta in un romanzo che leggerò volentieri, perché la passione merita sempre interesse e magari quando necessario qualche dritta per questo campo minato, per quanto bello e fiorito possa apparire.

Nell’autunno appena arrivato, mi attraggono le ambientazioni, forse perché spesso capita che girovagando qua e là, il luogo in cui mi trovo suscita in me un vero e proprio fermento interiore.

Può, un luogo, generare una storia?

Mi soffermo sul ricordo di un paesaggio deserto durante un viaggio e vedo la malinconia di una fuga da se stessi. Un paese abbandonato ha tante pietre che solo ad accarezzarle hanno palpiti e respiri, voce e anima. Una scogliera a picco sul mare in burrasca possiede un aspetto pittoresco il cui culmine è raggiunto dal vento che porta echi…

Sì, l’atmosfera si fa personaggio, i colori sono sensazioni visive che disorientano, gli odori evocano. Tutto è atmosfera e l’atmosfera è il tono emotivo della storia, ogni cosa rallenta e il tempo si ferma per dar modo di vedere con nuovi occhi e sentirla nascere, la storia. Accade senza preavviso ma devi andartela a cercare, l’ispirazione. Se invece vuoi che sia lei a venire da te devi saper aprire la porta o guardar fuori dalla finestra, l’isolamento deve arrivare dopo, quando hai guardato fuori e torni dentro per scriverne.

La mia storia adesso è legata invece a una finestra chiusa vista dall’esterno. Dietro i vetri nessuno a guardarmi andar via, nessun ciao con la mano, non un sorriso da intuire che la distanza non permette di vedere nitidamente. Ci sto provando, ad assorbire l’assenza di quella mano che saluta ma non sono ancora pronta a farlo. E così ogni volta, passando per quel vialetto, guardo su ma vedo solo tendine che non si spostano più per me.

Sì, un luogo può generare una storia. La mia è ancora confusa, sta nel cassetto delle idee da flusso di coscienza, lo aprirò quando prenderà vera forma ma sento che nel mio angolino pronto ad accogliere la pioggia battente tutto è pronto per ospitarla. Nel frattempo leggo Virginia Wolf e non mi capacito che quel lontano marzo del ’41 si sia riempita le tasche di sassi e abbia deciso di lasciarsi annegare nel fiume Ouse, che chissà quante volte aveva accarezzato con lo sguardo in cerca di storie.

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La parola del giorno: Confini

Vi capita mai, seguendo un film o una serie, di sentire una parola qualunque del vocabolario che all’improvviso non è più una delle tante ma vi si insinua dentro? Si installa da qualche parte senza alcuna discrezione tanto che non la si può ignorare a lungo, qualsiasi cosa facciate nel frattempo lei è là in cima ai pensieri. Anzi, riesce a provocarne, di pensieri, mettendo in moto qualcosa che preme per essere sviscerato oppure riesumando vecchiume da soffitta, di quello che si accumula ma non riusciamo mai a buttar via.

La mia parola di oggi è… Confini.

Confini. Il vocabolario dice che si tratta, in generale, di linee o zone che separano e allo stesso tempo mettono in contatto due aree (geografiche, politiche, amministrative e così via). Una sorta di linea di demarcazione insomma che si estende, tra le tante possibilità, anche in campo psicologico: “i confini definiscono e proteggono l’identità individuale”.

A volte, il sentirsi invasi non viene percepito subito nella sua totalità bensì elaborato come sensazione sgradevole spesso messa via per quieto vivere. Potrebbe addirittura provocare disagio insinuando un senso di colpa per ciò che si prova.

Eppure… Differenziare noi stessi come singoli individui dagli altri, non è un atto di egoismo. Porre un confine tra la nostra realtà e quella di un altro protegge da frustrazioni, impone un certo riguardo per ciò che vogliamo o non vogliamo. Porre dei paletti, in definitiva, per far sì che le richieste/pretese/aspettative degli altri, non espresse in modo palese ma palesemente insinuate in noi, non diventino prevaricazione. Certamente il discorso si fa duplice, ovvero anche noi dobbiamo rispettare i muri di cinta altrui, e il discorso si fa ampio inserendo una nuova parola: rispetto. Quello reciproco, intendo. Tuttavia la parola di oggi è “confini”, quelli che sbiadiscono giorno dopo giorno per via di un compromesso, del quieto vivere, del desiderio di accettazione o ancora della salvaguardia di un legame affettivo di vecchia data oppure in nome della comprensione per aspetti caratteriali dell’altro.

Illuminante una spiegazione trovata su Psicoadvisor: “Si crea quindi una sorta di gioco di ruolo in cui l’invasore ritiene normale che l’altro funga da strumento, da mezzo per realizzare i propri scopi”.

E così, da un momento all’altro, guardando un film, la parola emersa dal mucchio ha inserito nella mia lista di cose da fare la ridefinizione dei miei confini. Non rigidamente, nessuna armatura: la mia naturale empatia e la mia indole accogliente non me lo permetterebbero né lo vorrei perché un eccesso in tal senso porta inevitabilmente all’isolamento. Ma neppure in maniera labile: il difendersi da intromissioni non gradite o manipolazioni contribuisce a una naturale difesa dei propri spazi e a una sana capacità di saper dire “no”.

Individuare chi ha superato la linea di demarcazione forse fino ad oggi confusa o poco netta, non sarà difficile. Il difficile sta nel lavoro di pulizia che ne consegue.

Confini, non armature.

Perché… “é nel rapporto con il proprio sé che si sviluppa il rapporto con il prossimo” (Erich Fromm)

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Sentirsi naufragare

Quando è stata l’ultima volta che vi siete sentiti naufragare?

Io al rientro dalle vacanze, quando mi sono resa conto che per la prima volta non dovevo fare “quella” telefonata… Sì, quella di tutta una vita, che serve a rassicurare una madre: sono arrivata a casa, mamma.

Sì è stato un buon viaggio.

Tranquilla non sono stanca, sto bene.

Ma certo, mangerò, ho appena fatto la spesa…

Riti.

Avrei voluto questa “incombenza”, ma ho sentito nell’urgenza dell’abitudine il vuoto dell’assenza. Un altro pezzo perduto per strada, una struggente malinconia mentre imbarcavo acqua e mi sentivo affondare nella mancanza.

Una mancanza è fatta di tante tappe, e questa è stata l’ennesima alla quale abituarsi: il primo Natale senza quell’abbraccio, la prima Pasqua senza l’ovetto, il primo compleanno senza quel “Io non voglio disturbarti quindi appena ti svegli chiamami tu così ti faccio subito gli auguri”, e poi raccontarci delle piantine che sono fiorite, scambiarci ricette, cucinare l’una per l’altra, spettegolare al tramonto, ricordarle le medicine… Stavolta è stata la non telefonata al rientro. Quante tappe, quanti “non più” che si sommano e si sommeranno fino a diventare condizione normale. Ma ci vorrà ancora molto perché tutti questi appuntamenti oramai annullati diventino bagaglio e il bagaglio da disfare a fine vacanza non preveda interruzioni per “quella” telefonata.

Intanto il lento naufragar non mi è dolce, caro Leopardi, tu che a scuola ci insegnasti l’estasi del pensiero e usasti il mare come metafora. No, io ho imbarcato acqua sul serio, semplicemente. Ma, come sempre, ho raggiunto di nuovo la riva ed eccomi qui a scriverne, nel mese dell’uva buona e dei quaderni di scuola.

E voi, voi per cosa di recente siete naufragati? E quale zattera vi ha riportati a riva?

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Da domani…

E ieri è arrivato settembre. Sì, il suo affacciarsi dopo le vacanze è già diventato “ieri”, e ieri era lunedì, concomitanza di inizi. Domenica abbiamo detto in tanti “da domani…” raccontando a noi stessi del rinnovo che progettiamo, di cambiamenti e buoni propositi. Settembre è un po’ come l’anno nuovo: finite le vacanze si ricomincia e ciò che a lungo era stato rimandato (telefonate, impegni, novità, diete, palestra, appuntamenti, un corso) presenta il conto ricordandoci l’aspirazione a migliorare che tanto avevamo decantato.

Però… però è già ieri, e ieri non siamo andati a camminare così come ci eravamo ripromessi, non abbiamo cominciato la dieta, non abbiamo spedito quelle mail e così per tante altre voci di quell’elenco che dovevamo cominciare subito a depennare.

Seneca disse che mentre si rinvia la vita passa. Forse è proprio così, ma è anche vero che troppo presto è passato anche il tempo delle vacanze. E tempo ci serve per ripristinare la normalità, figuriamoci per riempirla di novità!

Tante cose in questo agosto sono successe: ho visto molte delle persone che amo, ho respirato salsedine che rigenera, osservato tramonti sul mare io che dal mare vengo, ascoltato la risacca… Ma in tutta questa magia ho anche perso un Amico a cui ho voluto davvero bene, con cui ho condiviso scrittura e parole, cibo, profondità e leggerezza.

La vita elargisce, la vita leva. E allora forse non dovremmo più rimandare niente, ha ragione uno dei miei cari allievi nonché Amico anch’esso, che ha detto “forse è il caso di cominciare a ridere”. Sì caro Damiano, forse è proprio il caso, perché anche questo abbiamo trascurato lasciando spazio a cose senza importanza che possono benissimo cavarsela da sole.

In questa calda estate ho compreso tante verità profonde, e spero di aver avuto la vera illuminazione (non solo teorica) che spinge a rendere ogni giorno speciale, unico, seppur nella sua semplicità. Lo devo a me stessa, ma anche a chi non c’è più e che tanto vorrebbe un nuovo giorno, un giorno ancora.

Noi lo abbiamo, non sprechiamolo.

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Chiuso per ferie :)

Agosto, tempo di ferie: partenze, relax in casa, mare, montagna, isolamento o amici, libri o sport, pennichelle o salsa e merengue, che importa? Ciò che importa è regalarsi un po’ di tempo, visto che ognuno di noi dice sempre che non ne ha o che non ne trova tutto per sé senza sentirsi in difetto.

Ecco, allora è tempo che vi auguro, per fare qualunque cosa desideriate o assolutamente niente.

E adesso appendo il mio “Chiuso per ferie” ricordando a tutti che l’autunno è un po’ come il nuovo anno: che ci porterà di nuovo? Cosa concretizzerà?

Vi aspetto per scoprirlo insieme, buone vacanze,

Susanna

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